Gio Evan – Non sei sbagliato, sei semplicemente diverso
Gio Evan ha costruito negli anni un linguaggio capace di arrivare alle persone perché nasce da un luogo autentico: quello dell’esperienza vissuta. Le sue parole non cercano soltanto la bellezza della forma, ma provano a dare un senso a ciò che spesso rimane sospeso dentro ognuno di noi: le fragilità, le paure, i cambiamenti, il bisogno di sentirsi accolti e riconosciuti.
Poeta, scrittore e cantautore, Gio Evan appartiene a quella rara categoria di artisti che non utilizzano la creatività per raccontare un personaggio, ma per continuare una ricerca personale.
Ogni tappa del suo percorso sembra essere diventata una parte di un racconto più grande: i viaggi che hanno formato il suo sguardo sul mondo, gli incontri che hanno cambiato la sua prospettiva, le esperienze che lo hanno messo davanti alle proprie vulnerabilità.
La sua scrittura ha trovato una connessione profonda con chi, nelle sue frasi e nelle sue canzoni, ha riconosciuto pensieri mai espressi, emozioni difficili da definire, domande che appartengono alla dimensione più intima dell’essere umano. Ma dietro l’artista conosciuto dal pubblico esiste soprattutto un uomo che continua a interrogarsi sul significato delle relazioni, dell’amore, della spiritualità e del tempo che viviamo.
In questa intervista, Gio Evan sceglie di raccontarsi andando oltre la superficie del successo e delle definizioni. Parla del bambino che è stato e delle esperienze che hanno contribuito a formare l’uomo di oggi, del rapporto con la Fede e con quella dimensione invisibile che accompagna il cammino di ciascuno, della paternità e della responsabilità di crescere insieme a un figlio, delle fragilità che non devono essere nascoste ma possono diventare una forma di forza.
Un dialogo profondo e sincero con un artista che ha fatto delle parole una casa, ma che continua a cercare, attraverso ogni parola, un modo più vero per abitare la vita. Un percorso che trova una delle sue espressioni più significative anche in Evanland, il Festival Internazionale del Mondo Interiore giunto quest’anno alla sua quinta edizione, conclusasi da poco: un luogo nato per raccogliere persone, pensieri, musica e condivisione, trasformando quella stessa energia che attraversa la sua scrittura in un’esperienza collettiva.
Gio Evan – Intervista esclusiva
A pochi giorni dalla quinta edizione di Evanland, il Festival Internazionale del Mondo Interiore, viene spontaneo partire proprio da lì. Sul sito si legge che il suo intento è accompagnare le persone nel percorso di evoluzione personale. M’incuriosisce sapere a che punto della tua evoluzione fossi quando hai sentito il bisogno di creare un luogo come questo?
Quando è nata l’idea di Evanland ero arrivato a un punto della mia vita in cui il mestiere che facevo non mi permetteva più di viaggiare come avevo sempre fatto, con quella libertà e quella sana irresponsabilità che avevano caratterizzato gli anni precedenti.
Sentivo che era arrivato il momento di fermarmi, di prendere sul serio il mio lavoro e di dargli il rispetto che meritava. Così è nata la prima intuizione: costruire un luogo che racchiudesse tutti quelli che avevo conosciuto durante i miei viaggi e che mi avevano fatto stare bene.

Quasi il desiderio di restituire agli altri ciò che avevi ricevuto.
Esatto. In realtà la parte della condivisione delle pratiche è stata soprattutto un’idea di Bruce Labbruzzo, il mio socio. Io immaginavo prima di tutto uno spazio dove le persone potessero semplicemente stare bene insieme, una comunità in cui ognuno fosse libero di fare qualcosa, senza obblighi. Poi Bruce, durante i tour, mi vedeva ogni mattina praticare cose che ai suoi occhi sembravano strane: meditazione trascendentale, esercizi respiratori, rituali imparati in giro per il mondo. Mi chiedeva continuamente cosa stessi facendo e io gli raccontavo: “Questo l’ho imparato in Thailandia, questo in India…” A un certo punto ci siamo detti: perché non farlo insieme anche con gli altri?
Io mi sono sempre sentito bene nei luoghi in cui, appena entri, percepisci istintivamente di non doverti difendere da nessuno. Sai che puoi voltarti in qualsiasi direzione senza temere un attacco, un giudizio, una competizione. Se penso alla mia evoluzione personale, i momenti in cui sono cresciuto davvero sono stati proprio quelli in cui mi sono sentito accolto. Potevo mostrare i miei difetti, le mie stranezze, le mie fragilità, senza sentirmi sotto esame. E le persone accanto a me erano, nello stesso tempo, accoglienti e accolte.
Hai raccontato più volte che Evanland è anche il luogo che avresti voluto incontrare quando eri ragazzo. Se quel Giovanni di diciotto o vent’anni potesse attraversarne oggi i cancelli, cosa pensi proverebbe?
Credo che si fermerebbe a riflettere molto prima di partire. Quando sono partito non l’ho fatto per il gusto di vedere il mondo. Quella fortuna non l’ho avuta, io sono proprio scappato, perché sentivo di soffocare dentro una società che percepivo opprimente, giudicante, stretta, bigotta.
Se allora avessi trovato un luogo come Evanland — che, in fondo, è esattamente il posto che cercavo senza sapere che esistesse — probabilmente non sarei partito nello stesso modo. Forse sarei partito comunque, perché il viaggio era parte del mio destino. Ma non sarebbe stata una fuga, sarebbe stata una scelta.

L’infanzia di Gio Evan
Ascoltandoti viene da pensare che tu sia stato un bambino che molto presto ha percepito di guardare il mondo con occhi diversi rispetto agli altri. C’è un ricordo della tua infanzia che ti fa dire: “È lì che tutto è cominciato”?
Più che un momento preciso, ci sono stati tanti piccoli passaggi. Sono cresciuto in una comitiva di gente. Mio padre è pugliese e proviene da una famiglia numerosissima: erano otto fratelli, quindi immagina…
Sei nato a Molfetta, giusto?
In realtà no. Mio padre è di Molfetta, mentre io, sulla carta, sono nato a Santarcangelo di Romagna. È una storia curiosa perché sono praticamente nato durante il viaggio, in macchina. Poi mi hanno portato fino a Molfetta e lì è stato registrato tutto. Mia madre, invece, è francese. Anche se non ho mai vissuto davvero in Puglia, gran parte della mia educazione è pugliese.
Lo chiedo anche per una ragione personale: anch’io sono pugliese, vengo da Castellaneta.
Davvero? Allora capisci bene certe dinamiche.
Già… Mi stavi raccontando della tua infanzia, che bambino eri?
Un bambino che si è sentito fuori posto tante volte. E più gli altri ti fanno notare che sei diverso, più finisci per costruirti un luogo tutto tuo, ti ci trasferisci con la mente. Succedeva continuamente. Ogni volta che gli altri proponevano un gioco, una passione, un modo di fare le cose, io sentivo spontaneamente il desiderio di fare qualcosa di diverso. Così ho iniziato presto a vivere dentro una mia bolla e a cercare da solo le risposte.

Era una diversità che riguardava anche i gesti più quotidiani?
Assolutamente sì, proprio istintiva. Avevo l’istinto di mangiare con le mani e venivo considerato maleducato. Mi sedevo a tavola in posizione fetale, con i piedi sulla sedia. Tutte cose che, crescendo, mi venivano continuamente corrette.
Poi sono arrivato in India e ho scoperto che molti di quei comportamenti erano assolutamente normali. Ricordo di essermi detto: “Allora non sono maleducato in Italia… sono educato in India“.
Come se avessi finalmente trovato un luogo a cui appartenere.
Esatto, era proprio una questione di collocazione. Mi piace dire che la mia è una maleducazione geografica. (Sorride). La vera svolta è arrivata a diciotto anni, in India, quando mi sono accorto che rispondevo naturalmente al loro galateo. Da lì ho iniziato a viaggiare ovunque e, poco alla volta, tutti i puntini hanno cominciato a unirsi. Ho capito che esistono luoghi del mondo in cui il mio modo di essere non era un’eccezione, ma la normalità.
È innegabile che questo tipo di esperienze e questa particolare sensibilità possano rappresentare un grande conforto per chi, come te, vive una condizione di diversità. Personalmente non credo esista un unico modo di vivere o un solo modello a cui aderire: la possibilità di scoprirsi, conoscersi, evolvere e accettarsi è forse il più grande vantaggio che abbiamo.
Il pensiero che hai espresso, perdonami, è un ragionamento molto intellettuale. Amico mio, sai quante persone riescono a formulare un pensiero così bello, nel modo in cui lo hai fatto tu adesso? Pochissime. Ed è proprio questo il problema: molte persone finiscono per sentirsi distrutte perché vivono il confronto con un unico modello di vita considerato come l’unico possibile.
Il vero problema della società è proprio questo: credere che esista una sola strada giusta, un solo modo corretto di essere e di vivere, mentre tutto ciò che si discosta viene percepito come sbagliato. È dalla mancata accettazione della diversità, della ricchezza delle differenze, che nascono il disagio, l’intolleranza e anche fenomeni come il fascismo.

Chi vive questa sensazione di diversità spesso trova nelle tue parole un conforto, un senso di appartenenza. Ma quando sei tu ad avere bisogno di essere consolato o di ritrovare equilibrio, dove vai? Chi consola Gio Evan?
Bella questa domanda! La verità è che tutto il percorso che oggi condivido con le persone nasce proprio dal fatto che, per molti anni, ho dovuto imparare a consolarmi da solo. Credo che tutto sia iniziato quando ho cominciato a dirmi: “Non sei sbagliato, sei semplicemente diverso. Non sei stupido in Italia, forse sei intelligente in India“. Mi ripetevo queste cose per restituirmi fiducia, per rimettere insieme i pezzi.
Le pratiche interiori sono arrivate proprio allora, come ti dicevo avevo diciotto anni e mi trovavo in India. È lì che, per me, tutto ha avuto inizio.
Proprio quando ci si affaccia alla vita adulta.
Esatto. Oggi non direi di sentirmi una persona compiuta. Mi sento, piuttosto, profondamente grato. Grato della vita, delle esperienze, perfino delle difficoltà. Una gratitudine così grande che mi ha fatto perdere molte paure. Anche quella della morte. Se domani tutto dovesse finire, potrei dire di avere vissuto una vita bellissima.
Lo scorso novembre ho perso improvvisamente il mio socio e amico fraterno. Un dolore che mi ha costretto a confrontarmi con ciò che tutti sappiamo essere parte della vita ma a cui nessuno è davvero preparato: la morte. Credo serva una Fede molto profonda per attraversare esperienze simili e non esserne schiacciati. Nella tua vita la Fede sembra occupare uno spazio importante. Quest’anno, tra l’altro, hai scelto ancora una volta Assisi. Che rapporto hai oggi con il Cristianesimo?
Assisi fa parte del mio cammino ormai da diversi anni. Quanto al Cristianesimo, direi una cosa che forse sorprenderà qualcuno: io pratico tutte le religioni. Nelle mie meditazioni convivono il Padre Nostro e i mantra induisti. Per me non c’è alcuna contraddizione.
C’è una frase di Giordano Bruno che porto dentro da sempre e sulla quale ho costruito molte delle mie radici spirituali: “Sii della religione e del luogo in cui ti trovi.” È una frase straordinaria. Se sei in Amazzonia e passi il tempo a cercare una chiesa, non stai vivendo la spiritualità: stai ignorando ciò che quel luogo ha da insegnarti. Molto meglio sedersi in un cerchio sciamanico e imparare ad ascoltare.
Io mi sono sempre sentito profondamente spirituale, allacciato al Cielo fin da bambino. Così, quando ero in India, vivevo naturalmente l’induismo. In Amazzonia mi sono avvicinato ai curanderos. Ovunque andassi mi rendevo conto che quel legame con il Cielo rimaneva identico. Le religioni, per me, sono finestre diverse che si affacciano sulla stessa luce. Se devo costruire la mia casa interiore, non scelgo un’unica architettura. Le accolgo tutte, perché tutte conducono nella stessa direzione.
Che cos’è la spiritualità per Gio Evan
Perché, secondo te, oggi parlare di Fede sembra quasi fuori moda, mentre la parola “spiritualità” viene accolta con molta più naturalezza?
Bella questa! Semplicemente perché le religioni hanno causato ferite enormi. Il Cristianesimo, nella sua storia, ha conosciuto guerre, manipolazioni, potere. Tutto questo ha finito per oscurare il messaggio originario di Cristo. Io sono profondamente distante da molte dinamiche della Chiesa come istituzione: dal potere, dalla ricchezza, dall’oro, da tutto ciò che si è costruito attorno. Cristo non era questo.
Per questo sento molto vicino quello che viene chiamato “Il quinto Vangelo”: l’imitazione di Cristo; è quella la strada che mi interessa. Non una vita imperiale, ma una vita cristica. Non una collana d’oro con il volto di Gesù al collo, ma la scelta quotidiana di vivere come lui.

In fondo è la distanza tra il Messaggio e ciò che l’uomo, nella storia, ha scelto di farne.
Esattamente! C’è una frase che viene attribuita a Gandhi — reinterpretata poi da Woody Allen — che mi fa sempre sorridere: “Amo Gesù Cristo, ma non amo i suoi fan.”
Al di là dell’autore, il concetto è chiarissimo. Io amo profondamente Cristo. Molto meno tutto ciò che, nel tempo, gli è stato costruito attorno. Questo chiaramente vale per tutte le religioni. Anche l’Induismo ha avuto le sue ombre. Anche l’Islam. Quando una religione produce guerra, dov’è la spiritualità? Non c’è. Ed è proprio per questo che tante persone si allontanano dalle religioni e cercano la spiritualità.
Perché la spiritualità è un percorso personale, nessuno può invadere il mio cammino interiore. La religione è condivisa; la spiritualità, invece, è il viaggio evolutivo di ciascuno. Ed è molto più difficile corromperla.
Tu osservi il mondo da sempre. Ma c’è stato un momento recente in cui hai guardato ciò che accadeva intorno a te pensando: “Com’è possibile che non ce ne rendiamo conto?“
Succede spesso. Non credo di cadere più nel giudizio, ma continuo a cadere nello stupore. Ci sono momenti in cui resto sinceramente sbalordito. Quando sento un politico annunciare una guerra, quando ascolto certe dichiarazioni pronunciate con assoluta leggerezza, mi domando davvero come sia possibile.
In quei momenti torno agli insegnamenti che porto dentro.
Penso al Buddha. Penso a Cristo quando dice: “Sono nel mondo, ma non appartengo al mondo.” Cerco di vivere così, osservo quello che accade, faccio la mia parte, ma non lascio che quell’orrore diventi la mia casa.

Nelle tue opere hai raccontato moltissimo il viaggio. Mi incuriosisce, però, il valore della sosta. C’è una pausa che ha cambiato davvero il corso della tua vita?
Ce ne sono state almeno tre fondamentali.
La prima è arrivata in India, a causa di una malattia. È stata una sosta forzata, ma mi ha permesso di fermarmi abbastanza a lungo da conoscere e praticare discipline che hanno trasformato profondamente la mia vita.
La seconda, invece, credo la racconterò presto in un romanzo. Stavo lasciando Buenos Aires in bicicletta quando ebbi un incidente molto grave. Distrussi completamente la bici e mi ruppi diverse ossa. Rimasi a terra finché due ragazzi che stavano andando in ostello non mi soccorsero. Solo che quell’ostello non era affatto un ostello. Era una sorta di comune, una comunità di persone che vivevano insieme.
E poi la paternità. Ripensandoci oggi, mi accorgo che le soste più importanti della mia vita sono sempre state quelle che mi hanno rivelato qualcosa.
Perché, in fondo, era questo che cercavo nei miei viaggi: il senso della vita.
Ti immagino ragazzo, con uno zaino, una bicicletta e un mondo interiore enorme. Ma le notti come erano? C’è stato un momento in cui hai avuto paura, non tanto di ciò che poteva accaderti fuori, quanto di ciò che stava succedendo dentro di te?
Per capire quelle notti bisogna immaginare come ho vissuto per dieci anni.
Pedalavo tutto il giorno. Quando faceva buio mi fermavo davanti alle panetterie che stavano per chiudere e chiedevo il pane invenduto che il giorno dopo sarebbe stato buttato. Poi cercavo un parco, tendevo l’amaca tra due alberi e dormivo lì. Per anni la mia vita è stata questa.
È successo più volte che qualcuno venisse a svegliarmi nel cuore della notte. Ricordo un episodio a Buenos Aires. Una gang si avvicinò con dei coltelli. Mi svegliai vedendo soltanto l’ombra di quelle persone ingigantirsi sotto un lampione e pensai: “Vabbè ciao, ci lascio le penne, è finita.“
E invece la vita, ancora una volta, mi ha salvato.
Ma, a dire la verità, quella non era la mia paura più grande. La paura più profonda era un’altra, temevo che, un giorno, sarei stato costretto a tornare alla vita che avevo lasciato. Quello sì che mi terrorizzava. Perché il coraggio più grande della mia esistenza è stato ascoltare quella voce che mi diceva: “Parti. Tanto, se rimani qui, morirai comunque. Se invece parti, almeno ti dai una possibilità“.

Hai detto più volte di non avere mai avuto paura della morte. È davvero così?
Sì. Fino a quando è nato mio figlio non ho mai provato paura in vita mia. Semplicemente non me ne fregava niente. Poi è nato lui, e con lui è arrivato un senso di responsabilità che non avevo mai conosciuto.
La paternità per Gio Evan
La paternità cambia davvero tutto?
Totalmente. È una trasformazione spirituale, un’altra evoluzione.
La maternità e la paternità ti ricordano che non sei più soltanto un individuo. La tua anima continua il proprio percorso, ma il tuo cuore inizia a battere anche dentro un altro corpo. È come diventare un essere nuovo, il tuo cuore continua a essere dentro di te, ma allo stesso tempo vive altrove. Per questo devi continuare a lavorare sul tuo spirito, non soltanto per te, ma per l’amore più grande della tua vita.
Quindi continui a cercare, ma in una forma diversa.
Esatto. La nascita di un figlio non toglie nulla, semmai aggiunge.
È come se stessi frequentando l’ultimo anno di università e, improvvisamente, qualcuno ti iscrivesse anche a un master. Il lavoro interiore diventa ancora più profondo, perché scopri un amore che nessun’altra relazione può insegnarti.
Ma insieme impari anche una delle lezioni più difficili, devi accettare che tuo figlio non sei tu, non ti appartiene. È un essere libero, indipendente, farà scelte che forse non comprenderai, seguirà sogni che potrebbero non coincidere con i tuoi. È un lavoro pazzesco, accettarlo è uno dei più grandi esercizi spirituali che un genitore possa fare.
Essere padre ti ha aiutato anche a comprendere meglio i tuoi genitori?
Sì e ricordo benissimo il giorno in cui li ho perdonati, ero in Brasile. Stavo pedalando verso Paraty, ricordo perfino il taglio di capelli che avevo. A un certo punto è successo qualcosa dentro di me, come se il petto si fosse aperto.
Ho percepito una luce fortissima e una voce mi ha detto una frase che non mi ha più lasciato: “Ognuno in questa terra ama come può, ama con gli strumenti che ha.”
È stato tutto lì. Ho capito che andare da un contadino e rimproverarlo perché zappa la terra con le mani è da idioti. Lui risponderà semplicemente che lo fa perché non ha una zappa. In quel momento ho visto mio padre proprio così, un contadino senza zappa, e ho smesso di giudicarlo. Ho capito che aveva amato con gli strumenti che la vita gli aveva consegnato, non poteva fare diversamente.

È un’immagine potentissima.
Una volta mi arrabbiavo con chi aveva avuto sì una vita difficile, come mio padre appunto, ma non aveva fatto nulla per evolvere spiritualmente.
Pensavo: “Va bene, hai sofferto, hai avuto dei genitori di merda, però avresti potuto fare un percorso.“
Oggi non provo più quella rabbia, perché credo che, se non accade in questa vita, accadrà nella prossima. Prima o poi tutti siamo chiamati ad affrontare ciò che continuiamo a evitare, tutto ciò che non impariamo ad amare e gestire ritorna. Finché non lo accogliamo. Le persone restano bloccate sempre nello stesso punto perché cercano di andare avanti senza risolvere ciò che hanno lasciato alle spalle.
Si cresce soltanto quando si riconcilia il proprio passato.
Poco fa hai detto una frase che mi è rimasta impressa: “Ognuno ama con gli strumenti che possiede“. Mi viene da chiederti se quella consapevolezza abbia cambiato anche il tuo modo di guardare alla vita e alla morte. Hai parlato spesso dell’eternità come di qualcosa di profondamente concreto. Da dove nasce questa certezza?
Perché, nel mio percorso, ho vissuto esperienze che mi hanno aperto la coscienza. Non mi riferisco a una teoria specifica, né a una convinzione maturata leggendo dei libri. Parlo di esperienze interiori, di pratiche, di visioni che mi hanno portato a toccare qualcosa che, per me, è reale.
Per questo oggi non provo più quella rabbia che sentivo una volta, sono testimone del fatto che la vita non finisce qui. Dopo questa vita ce n’è un’altra. Per alcuni sarà un’affermazione difficile da accettare, ma io non posso raccontare altro da ciò che ho vissuto.
È una convinzione molto forte. Come si arriva a una certezza del genere?
Noi continuiamo a cercare prove ovunque, quando in realtà ci vengono offerte da migliaia di anni. I grandi maestri spirituali lo ripetono da sempre. Il Vangelo, per esempio, è un testo profondamente quantistico.
Poi arrivano i fisici contemporanei — Einstein, Heisenberg, Faggin e tanti altri — e ci parlano di campo, di coscienza, di energia. Cominciano a dirci che siamo molto più della materia. E allora mi domando: “Perché facciamo così fatica ad ascoltarli“?
Perché conosciamo perfettamente le dichiarazioni di un calciatore dopo una partita, ma ignoriamo ciò che hanno scoperto uomini che hanno dedicato la vita a comprendere la natura della realtà? Mi sembra un enorme paradosso.
Eppure questi temi continuano a restare lontani dalla maggior parte delle persone.
Anni fa questa cosa mi faceva arrabbiare, sentivo il bisogno di convincere gli altri. Oggi non più. Adesso me la godo. Perché quello che ho compreso appartiene prima di tutto alla mia esperienza.
So che siamo coscienza. So che siamo campo. So che siamo relazione.
La fisica ci parla di biofotoni, di particelle di luce. E allora penso a quando i maestri, migliaia di anni fa, dicevano semplicemente: “Siete luce“.
Forse, ogni tanto, dovremmo concederci il lusso di ascoltarli davvero.
Ti ricordi il momento in cui hai capito che, per molte persone, non eri più semplicemente Giovanni, ma qualcuno capace di ispirarle? Non parlo della notorietà, ma della responsabilità che nasce quando gli altri iniziano a riconoscersi nelle tue parole.
In realtà cerco continuamente di non alimentare quella dinamica, non mi interessa essere messo su un piedistallo. Con le persone che mi seguono il rapporto è di condivisione, ci diamo del tu, parliamo, camminiamo insieme. Anche quando mi fermano per strada succede raramente che qualcuno mi chieda una fotografia.
Molto più spesso si avvicinano per raccontarmi che hanno iniziato a meditare, che stanno vivendo un certo percorso, che hanno letto un libro nel momento giusto. È come se, negli anni, si fosse formata una comunità. Uno spazio in cui condividiamo pratiche, esperienze, ricerca.
Per questo ho la sensazione che l’arte, nella mia vita, stia lentamente facendo un passo indietro per lasciare spazio allo spirito. Non perché l’arte sia meno importante. Semplicemente perché è diventata uno strumento per rinforzarlo.
E con chi guarda tutto questo con diffidenza? Con i detrattori, con chi ti considera un ingenuo, un sognatore o semplicemente non crede in ciò che dici?
Non riesco più a investire energie nei detrattori. C’è così tanto amore da coltivare che non avrebbe senso fermarsi lì. Mi viene in mente una storia del Buddha che porto spesso con me.
Un giorno attraversa un villaggio e gli abitanti lo riconoscono e gli offrono pane, dolci, cibo. Lui ringrazia e rifiuta tutto. Poco dopo attraversa un secondo villaggio e lì nessuno lo conosce. Anzi, lo insultano, lo offendono, lo umiliano, ma lui continua a rispondere con lo stesso sorriso: “No, grazie.”
Un mercante che stava facendo lo stesso tragitto, incuriosito, gli chiede come sia possibile reagire nello stesso modo davanti agli elogi e agli insulti. E Buddha risponde: “Nel primo villaggio mi offrivano del cibo, ma io non avevo fame. Perché avrei dovuto prenderlo? Nel secondo mi offrivano i loro giudizi. Ma nemmeno di quelli avevo fame.”
È un’immagine che amo molto. Quando sei pieno di te stesso non hai bisogno né degli applausi né delle offese. Le persone sono libere di credere o non credere, ognuno percorre la propria strada. Prima o poi ci ritroveremo tutti là, nello stesso alone lucente. Non c’è fretta.
StarsSystem racconta il successo, ma prova sempre a farlo andando oltre la superficie. Raccontiamo la fatica, la ricerca, il prezzo dell’autenticità e la forza dei sogni. Ti chiedo allora: quando una persona diventa celebre, come fa a restare autentica?
Credo che la risposta sia molto semplice. Non devi vendere o barattare il tuo percorso.
Non devi permettere che venga corrotto. Se sei saldo dentro di te, è molto difficile che il successo riesca a spostarti. Per questo torno spesso al Vangelo. Gesù trascorre quaranta giorni nel deserto e viene tentato continuamente. Se ci pensi, quel deserto è il mondo di oggi. Le tentazioni non sono cambiate, sono i cartelloni pubblicitari, la brama di potere, il denaro, il prestigio. La promessa che puoi avere tutto.
Il mondo continua a ripeterti: “Puoi possedere questo. Puoi diventare quello e se non lo vuoi sei un perdente.”
E Cristo risponde ogni volta che l’uomo non vive di solo pane. Per me quella scena non appartiene al passato. Accade ogni giorno. Ogni mattina, quando usciamo di casa possiamo decidere se restare fedeli a noi stessi oppure diventare semplicemente parte della ciurma, possiamo decidere di rifiutare lo Spirito Santo e rischiare di perdere la nostra anima oppure accoglierlo e scoprirne la meravigliosa potenza.
Chi pecca consapevolmente, chi bestemmia lo Spirito Santo non è degno dell’immortalità. Bestemmiare significa anche poter fare del bene e non farlo, comprarsi la Lamborghini e ignorare il bisogno del tuo prossimo; non si tratta di essere ignavi e dire: ”Io non faccio del male a nessuno”. Questo è malissimo, significa non partecipare alla vita, all’infinito e quindi finire, bisogna impegnarsi a fare benissimo.

Vorrei soffermarmi su un tema che attraversa spesso il tuo lavoro. Il successo, inevitabilmente, porta con sé anche una dimensione economica. Eppure molti continuano a pensare che spiritualità e denaro siano incompatibili, quasi che una escluda l’altro. Tu che rapporto hai con il denaro? È energia? È uno strumento?
Per me è esattamente questo: uno strumento. E, proprio perché è uno strumento, è anche energia. La fisica ci insegna che tutto è energia e che ogni scelta muove qualcosa. Per questo ripeto spesso alle persone che seguono il mio lavoro di prestare grande attenzione a dove investono il proprio denaro. Ogni acquisto è un atto politico.
Mi fa sorridere quando sento dire che l’arte non dovrebbe occuparsi di politica perché quella spetta ai politici. È un ragionamento assurdo, sarebbe come dire che, se davanti a casa tua l’erba è troppo alta, non puoi tagliarla perché non sei un giardiniere.
Noi facciamo politica continuamente, anche quando crediamo di non farla. Entri in un supermercato e scegli una determinata bevanda? Hai già compiuto un gesto politico. Con quella scelta stai sostenendo un’azienda, un sistema economico, un certo modo di produrre, di distribuire, perfino di stare nel mondo.
Ogni euro che spendiamo mette in movimento un’energia. Pensiamo sempre che la politica sia qualcosa di distante, invece la pratichiamo ogni giorno, spesso senza rendercene conto.
Quindi anche il consumo quotidiano diventa una forma di responsabilità.
Assolutamente. Ogni scelta produce conseguenze. È il famoso battito d’ali della farfalla che, dall’altra parte del mondo, genera un uragano. La fisica ci insegna proprio questo: tutto è relazione, ogni gesto sposta molecole, informazioni, energia. Per questo cerco, nel mio piccolo, di fare attenzione.
Preferisco acquistare un paio di scarpe da un artigiano di Ascoli Piceno che lavora da solo, sceglie personalmente i materiali e costruisce ogni paio con le proprie mani. È una scelta. Come è una scelta decidere cosa bere, cosa mangiare, a chi affidare il proprio denaro. Sono piccole azioni, ma raccontano la direzione che vogliamo dare alla nostra vita.
L’origine del nome Gio Evan
C’è una curiosità che vorrei soddisfare prima di salutarci. Ho letto che Gio Evan è il nome d’arte nato durante il tuo viaggio in Argentina. È davvero così?
(Sorride.) In realtà Gio Evan non è un nome d’arte. È il mio secondo battesimo.
Un battesimo vero, legato a un percorso di iniziazione sciamanica. Il mio desiderio più grande, in quegli anni, era diventare uno sciamano, dedicare la mia vita alle pratiche olistiche, fu José a battezzarmi, scegliendo per me il nome Evan.
Io decisi soltanto di mantenere “Gio” come legame con il nome che mi aveva dato mia madre. Da quel momento, però, Giovanni ha smesso di esistere. Non è stata una scelta artistica. È stata una trasformazione.
Perché proprio Evan?
Perché, ogni volta che José mi trasmetteva un insegnamento, io rispondevo sempre allo stesso modo. Dicevo: “Anche Gesù faceva così…“
In quel periodo avevo trovato, in India, un Vangelo in italiano abbandonato per terra e lo raccolsi come fosse un segno. Lo lessi, lo studiai, lo imparai quasi a memoria. Quando arrivai in Argentina avevo Cristo dentro in maniera profondissima. José se ne accorse. Per questo mi chiamò Evan.
Pensava all’Evangelista, al discepolo che Gesù chiamava “l’amato”. Per lui quel nome raccontava il mio modo di vivere quel momento della vita. Me lo regalò e io lo riconobbi immediatamente come mio.
Per questo credo che ognuno, nella vita, debba trovare il proprio nome. Quello che riceviamo alla nascita è un gesto d’amore da parte di chi ci accoglie nel mondo.
Ma arriva un momento in cui dobbiamo chiederci davvero chi siamo. Da quel giorno, quando incontravo qualcuno, mi veniva naturale presentarmi dicendo: “Sono Evan“.
Non era una decisione razionale, era semplicemente ciò che ero diventato.

Se guardassi oggi tutta la tua opera — i libri, le poesie, la musica, gli incontri, i viaggi — come un unico grande racconto, quale speri sia il segno che lasci nelle persone?
Non ho alcun desiderio di essere ricordato, davvero. Ma, se dovessi esprimere un desiderio, mi piacerebbe che qualcuno potesse dire semplicemente questo:
“È stato un uomo che ha servito la luce.” Non mi interessa essere ricordato come poeta, cantante o scrittore. Vorrei che restasse il ricordo di una persona che ha amato profondamente la vita e ha cercato di investire tutto ciò che aveva affinché gli altri potessero riconoscere la luce che portano già dentro di sé.
Per me il vero maestro è quello che riesce a ricordarti che il maestro sei tu. È per questo che diffido dei maestri spirituali. Quando qualcuno pretende di occupare quel posto, rischia di allontanarti dalla parte più importante: quella che vive già dentro di te.
Vorrei chiudere con una domanda che raccoglie tutto quello che ci siamo detti. Hai la sensazione di guidare tu questo viaggio oppure di essere, in qualche modo, uno strumento? Oggi, dove riconosci il volto di Dio?
Mi sento completamente nelle mani del Padre. La preghiera che porto dentro è sempre la stessa: “Sia fatta la tua volontà.“
Non conosco il progetto divino, né pretendo di comprenderlo. E non voglio consumare la mia vita cercando di decifrare un disegno che, probabilmente, mi supera. Mi basta osservare una cosa. Ogni volta che ci spostiamo nella direzione dell’amore nasce gratitudine.
E la gratitudine è come la briciola di Pollicino, ti indica il sentiero, ti dice che puoi continuare. Per questo non credo che basti evitare il male. Bisogna imparare a fare il bene, il benissimo e a farlo nel modo migliore possibile.
Non siamo noi gli artefici del bene, possiamo solo renderci disponibili alla grazia. L’amore è la matrice di tutto.
Dante scriveva che è l’amore a muovere il sole e le altre stelle. Io credo sia davvero così. Quando amore e gratitudine si incontrano nasce la creazione. E da quel momento non resta che una cosa da fare: continuare il viaggio, incontrare persone, lasciarsi trasformare da ogni incontro.
Perché è attraverso gli altri che, poco alla volta, impariamo finalmente a vedere noi stessi.
Ufficio stampa Parole & dintorni
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