Flavio Furno – La forma adulta delle cose
L’attore Flavio Furno quando aveva diciotto anni fece un sogno. Si vide adulto, su un palco, mentre riceveva un premio.
Non ricorda quale fosse, non ricorda dove si trovasse, ma ricorda perfettamente la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che sarebbe arrivato molto più avanti nel tempo.
Mentre lo racconta sorride. Lo fa con quell’ironia che attraversa spesso le persone costrette a fare i conti con la pazienza più di quanto avrebbero voluto.
Forse è proprio lì che si nasconde la chiave di questa storia.
Perché, ascoltandolo, si capisce presto che la traiettoria di Flavio Furno non assomiglia a quella di chi ha costruito una carriera rincorrendo scorciatoie, accelerazioni o consacrazioni improvvise. Assomiglia piuttosto a un lungo esercizio di resistenza. Vent’anni di lavoro trascorsi a restare.
Restare quando i risultati non arrivavano con la velocità immaginata. Restare quando alcuni traguardi sembravano finalmente spalancare una porta e invece riportavano al punto di partenza.
Restare anche quando il dubbio, quello che accompagna tutti gli artisti ma che pochi ammettono, continuava a sedersi accanto a lui.
In mezzo, infiniti ruoli, tra cinema, serie tv e teatro.
Oggi quel ragazzo ha quarant’anni.
Ha una compagna e una figlia che gli ha rivoluzionato le notti e probabilmente anche la prospettiva con cui guarda il mondo, e una carriera che negli ultimi anni gli sta finalmente restituendo parte del seminato. Eppure conserva qualcosa che appare sempre più raro: la disponibilità a mettersi in discussione.
Non c’è traccia di autocompiacimento nelle sue parole.
C’è invece una riflessione lucida sul talento, sul fallimento, sul peso dell’immagine, sulla fragilità di un’epoca che confonde continuamente notorietà e identità. C’è il racconto di un attore che ha imparato quanto possa essere pericoloso lasciare che siano gli altri a definire chi sei. E c’è soprattutto la consapevolezza che alcune conquiste arrivano soltanto quando smetti di rincorrerle.
Questa non è l’intervista ad un attore che celebra i risultati raggiunti. È la conversazione con un uomo che continua a interrogarsi sul percorso. Sull’identità. Sul valore di ciò che resta quando il giudizio degli altri smette di fare rumore e soprattutto sul tempo, quello necessario a dare forma a quel sogno.
Flavio Furno oggi: tra paternità, lavoro e notti insonni
Flavio, che momento è questo? Come stai?
Sto molto bene, è un momento positivo ma faticosissimo, perché sono diventato papà; mia figlia ha un anno e tre mesi e siamo in quella fase super delicata.
Quindi non nascondo il fatto che sono molto affaticato dalle notti insonni e dal controllo continuo della bimba che se no si ammazza da sola.(ride) Insomma, tutti gli impegni dei genitori, cose a cui non si è mai preparati.

Hai da poco compiuto quarant’ anni. È una fase di trasformazione, conquista, restituzione? Un bilancio l’avrai fatto, a maggior ragione che sei diventato papà.
Allora, parto col dirti che detesto i compleanni, non amo celebrare le feste, le ricorrenze, sono un po’ restio, anche perché m’ intristiscono. Però questo è coinciso con il primo anno in cui son diventato papà, per cui devo dire che il bilancio l’ho fatto proprio dal punto di vista personale, soprattutto perché è cambiata inevitabilmente la quotidianità.
Per il mio compleanno, proprio perché non volevo festeggiare, ho preso la mia compagna e mia figlia e siamo andati ad Atene, ci siamo regalati un viaggio.
Per rispondere alla tua domanda, gli ultimi due, tre anni sono stati quelli con maggiori sorprese della mia vita, sia dal punto di vista professionale che personale.
E aggiungo che oltre ai quaranta sono vent’ anni che faccio questo mestiere, quindi li sento tutti. Nel bene e nel male, nella gavetta infinita che ho fatto. E sento che rispetto a prima, quando ero un po’ più insicuro, ora mi sento pronto a prendermi il peso sulle spalle, anche la responsabilità che comporta Il mio lavoro, quindi a questo serve invecchiare secondo me. Poi non vedo altri vantaggi.
L’infanzia di Flavio Furno
Li scopriremo solo vivendo, come si suol dire. E raccontami invece tu che bambino sei stato?
Ah, allora io intanto sono napoletano. Vengo dalla provincia in realtà, perché non sono di Napoli centro, vengo da Ponticelli, che è un quartiere impegnativo, da una famiglia che non ha mai avuto niente a che fare con tutte le cose tristemente note di quel quartiere, però cresciuto respirando certe suggestioni.
Napoli, che di per sé è una città meravigliosa ma complicata, per noi ragazzi di provincia era un po’ una chimera, no?
Certo, capisco.
Appena siamo cresciuti e abbiamo preso la patente, siamo subito andati a Napoli centro.
A mischiarci con quelli che lì c’erano nati e cresciuti. Noi comunque eravamo quelli della provincia, si vedeva lontano sette chilometri dalle scarpe che portavamo. (Ride)

E guardandoti oggi, qual è la differenza più evidente tra l’uomo che sei diventato e quel ragazzo che cominciava ad affacciarsi alla vita?
Io sono sempre stato molto curioso, ho sempre saputo che me ne sarei andato, non chiedermi il motivo perché non te lo so dire, è quasi una sensazione che uno c’ha. Lo dico sempre, per me questo mestiere, nel quale mi sono imbattuto prestissimo, a poco più di sedici anni, è quasi stato un pretesto per andare via. Cioè non è partito da un fuoco sacro, sai come a volte accade.
Era un’occasione che non volevi lasciarti scappare.
Era la mia occasione per poter avere la mia indipendenza, andare e crearmi un mio spazio. Uno spazio dove qualcuno aveva stabilito che io avessi del talento prima ancora che sapessi cosa volesse dire avere talento. Mi sono quindi fidato, trovando un luogo dove quello che facevo apparentemente funzionava e dove, paradossalmente, mi sentivo migliore di quanto mi sentissi nella quotidianità.
Ma quando eri ragazzo quale idea avevi del successo?
Allora, non so se l’ho mai detto in un’intervista, se no lo sto dicendo qui per la prima volta. Feci un sogno quand’ero ragazzino, avrò avuto 18-19 anni, nel quale ricevevo un premio da grande. Dentro di me ho sempre avuto la sensazione che avrei raccolto i frutti di quello che stavo cominciando a seminare e di quello che avrei poi fatto, molto in avanti con l’età. Non so se questa cosa mi ha condizionato in negativo o in positivo.
Il mestiere dell’attore
Per fare l’attore serve resistere
Cosa serve per fare il mestiere dell’attore?
Più che altro serve resistere. Ci vogliono tante cose, però diciamo che il talento e la sensibilità sono la “conditio sine qua non”. Che non vuol dire che siano sufficienti, però sono le fondamenta. Almeno per poterlo fare ai livelli che ho sempre avuto io nella testa. E per tornare alla tua domanda iniziale, sono stato un ragazzino estremamente ambizioso, e questo ha alzato il tiro pericolosamente tanto in alto e per fortuna un po’ la vita, un po’ la realtà, mi hanno insegnato che se alzi il tiro così tanto poi il rischio della caduta è maggiore, no?

E cosa ti ha portato a sviluppare questa consapevolezza?
Nel tempo ho capito che questo lavoro è fatto anche di tanti compromessi e quindi ho dovuto reimpostarmi un po’, non che abbia perso quell’ambizione, perché ce l’ho sempre dentro di me da qualche parte, ma ho fatto i conti con il fatto che è un mestiere difficile. Meraviglioso ma difficilissimo per un milione di motivi diversi.
Proviamo a identificarne uno. Qual è stata la scoperta più sorprendente fatta nel tuo percorso?
Beh che una delle difficoltà principali sta nel dover scendere a patti con il fatto che l’immagine che tu hai di te, e non parlo solo di immagine fisica, estetica, ma anche di immagine emotiva, della personalità, non sempre coincide con l’immagine che gli altri hanno di te.
Eppure questo è un mestiere in cui ti devono scegliere, quindi inevitabilmente il modo in cui ti vedono gli altri, soprattutto all’inizio, è molto più vincolante di come tu ti vedi.
Per questo ci vuole grande sensibilità e abilità nel fare in modo, crescendo, di non dipendere dal giudizio degli altri, cioè di non fare in modo che sia questo mestiere a definirti come essere umano o come attore, ma sia tu a timonare la barca. Questo è difficilissimo. Ho visto colleghi e colleghe farsi del male perché gli venivano attribuite cose che loro non sentivano di se stessi. E questo ti porta inevitabilmente uno stato di malessere, a volte fino a perderti, no?
La formazione di Flavio Furno
Oggi più che mai, chiunque faccia un mestiere di immagine, non è quasi mai preparato a gestirla….
Soprattutto la nostra generazione che comunque ha vissuto gli ultimi scampoli di realtà analogica, secondo me è quella che si è trovata più a disagio. E devo dire che l’altra difficoltà che mi era venuta in mente è che ho dovuto proprio riconsiderare la definizione stessa di talento. Io ho fatto una scuola molto importante che è la Scuola del Teatro Stabile di Genova e quando, ventenne, frequentavo l’accademia, il talento per me era qualcosa di specifico, era la capacità di fare bene quella specifica cosa, quanto fossi portato.

Il Talento è qualcosa di più complesso…
E invece ora?
Ho capito che il talento è qualcosa di molto più complesso, che ha a che fare anche con il modo in cui tu stai al mondo, con la capacità di venderti, con la capacità di entrare in relazione con le altre persone, di saper cogliere le occasioni. E questi sono tutti aspetti che io per pigrizia, forse per presunzione, e lo dico con severità nei confronti di me stesso, ma anche per ingenuità, ho sempre trascurato. Ho pensato che potesse bastare essere dei bravi attori, e invece no, perché non è sufficiente.
Con il tempo però ho imparato anche a godermi di più quello che mi succede e viverlo con gratitudine.
La tua è una carriera costruita senza scorciatoie sulla scorta di una coerenza che dura da vent’anni. Ti sembra poco?
No, no, però devo dire che ci sono stati dei momenti in cui ho pensato ingenuamente: “Ok, è successo qualcosa per cui da qui in poi non si torna indietro“. Sai tipo il gioco dell’oca?
Certo, sì.
Ho avuto l’ingenuità di crederci più di una volta. Un po’ perché me l’hanno fatto credere, un po’ perché ci son cascato dentro, fatto sta che ho creduto che alcuni lavori avrebbero portato chissà dove; e invece ho la sensazione di tornare sempre al punto di partenza, come appunto nel gioco dell’oca.
La verità è che non ti posso dire che sono stato fortunatissimo, anzi a volte ho avuto l’impressione del contrario. Però difendo con molto orgoglio quello che ho fatto perché nessuno mi ha regalato niente.
Successo, fallimento e la paura di non essere abbastanza
In questi vent’anni hai avuto la sensazione che il tempo stesse passando più velocemente delle opportunità?
Certo, sì, la sensazione che stesse passando troppo in fretta rispetto a quello che stavo ottenendo.
Ce l’ho costantemente. Io sopravvivo con lo spettro del fallimento sulla spalla di continuo. Un po’ perché è una questione caratteriale, ognuno ha la sua vocina sulla spalla che parla. La mia, parla quel linguaggio lì. Ancora oggi, ovviamente un po’ meno, sento che ogni volta che faccio un lavoro, devo dimostrare che me la sono meritata quell’occasione.


Questo mestiere è una scelta, come l’Amore ed io la rinnovo ogni giorno
Eppure non hai mai smesso.
Perché è una scelta. Come nell’amore. Cioè l’innamoramento è una cosa, l’amore poi è la scelta di restare e di consacrare ogni giorno quel sentimento ad una persona. Per me è proprio una scelta che rinnovo ogni giorno. Ogni volta rinnovo, lo dico sempre scherzando, questo eterno terno al lotto, no? (Sorride)
Perché sono uno a cui viene detto in continuazione: stai tranquillo, ti basta un solo ruolo, e io unicamente rispondo: “Ok, ma quando cazzo arriva ‘sto ruolo?” (Ride)
Perché ogni volta sembra sia arrivato, poi non è quello. Però la verità è che mi piace anche analizzare le cose da fuori. Questo è un mestiere che inevitabilmente ha a che fare anche con l’immagine, no? Con l’immagine che noi comunichiamo, che non vuol dire solo bellezza o stereotipo. Io sono consapevole di non avere quel tipo di caratteristiche, di non starci particolarmente dietro. Ci sono attori e attrici che hanno un’immagine estremamente potente che non dico essere sufficiente quella, però creano un’attenzione a prescindere. Io ho sempre avuto la sensazione di dover fare qualcosa in più, di dover essere più interessante, più simpatico, più brillante, più intelligente. Come se avessi sempre avuto bisogno che le persone non si fermassero alla prima lettura, ma che avessero voglia di andare oltre.
Flavio Furno e i social
Sui social però hai sempre mantenuto una certa distanza dall’esposizione personale. È una precisa scelta?
Sì, ed è una scelta che ha a che fare con il mestiere.
Io devo fare in modo che un regista possa immaginarmi per tutto ciò che non sono. Se riempio quello spazio con fotografie della mia vita privata, delle mie vacanze, di quello che mangio, tolgo agli altri la possibilità di immaginarmi diverso.
Io non sono quella cosa lì. Il mio lavoro è trasformarmi.
Negli ultimi anni hai interpretato personaggi molto diversi tra loro. Oggi senti di poter scegliere di più?
Assolutamente sì. È una conquista recente.
Da Gomorra, ad Avvocato Ligas fino a Sara – La donna nell’ombra, che ho fatto con Teresa Saponangelo passando per il cinema indipendente, oggi mi concedo la possibilità di scegliere e questo cambia tutto; ho fatto un film con Elisa Fuksas, Marko Polo, un film piccolino ma bellissimo, pieno di filosofia, di metafisica, pieno di sentimento. Se ci penso, i lavori che ho fatto negli ultimi due, tre anni secondo me sono quelli che mi rappresentano di più, forse perché sono frutto di un’ansia che si è un po’ liberata rispetto all’idea di non potersi permettere di dire no perché non si è nessuno. Non che oggi mi senta qualcuno…
Credo soprattutto di aver capito che se dico di no non è che finisce il mondo. Cioè se dico di no magari non farò quella cosa lì, ma ne farò un’altra. E quindi questa modalità di pensiero, che ho conquistato con molta fatica, mi ha permesso negli ultimi anni di fare cose che ho amato. É anche un momento in cui io mi concedo il lusso di intervenire creativamente, di proporre le mie idee, quanto meno di suggerirle. E devo dire ho quasi sempre trovato terreno fertile, quindi vuol dire che le intuizioni non sono proprio sbagliate, magari dentro di me c’è pure un piccolo sceneggiatore, un piccolo regista. (Sorride)

Scrittura e regia: un progetto in evoluzione
Ci hai mai pensato a scrivere, a dirigere? Al netto di tutta la difficoltà che chiaramente rappresenta poi la messa in piedi di una produzione, però ecco per poter avere una autonomia maggiore.
Sì, c’ho pensato, mi ci sono avvicinato, poi l’ho rifiutato, poi l’ho ripreso in mano. Insomma, c’è un progetto nell’aria che sto scrivendo insieme ad un amico, però devo dire che la mia fame di fare l’attore mi impone prima di acquisire “potere”. La dico male, spero di non essere frainteso, ma la rivoluzione si fa quando hai potere, perché altrimenti la rivoluzione, quando non c’è nessuno, non rivoluziona molto. Io sto aspettando di avere il potere che dico io come attore, così poi sarà più facile poter dire la mia su un film che scrivo.
Ad oggi il percorso mi sembra talmente faticoso, perché poi entra in gioco un altro mio enorme difetto che è la pigrizia.
Non si direbbe, hai fatto tanto teatro, hai fatto il cinema, le serie, qual è la lezione più importante che ciascuno di questi mondi, di questi modi di essere attore ti ha lasciato?
Io sono sempre stato uno di quelli che non ci ha visto un’enorme differenza. A parte tecnicamente, ovviamente in teatro c’è un modo di assistere e di produrre diverso. Ma io parlo di linguaggi, cioè ogni mezzo secondo me ha un linguaggio, ha delle storie che possono arrivare meglio. La lezione è che per me come attore il mio modo di entrare dentro un personaggio è identico. Non ho mai visto particolari differenze nel modo in cui mi sono approcciato.
Amo particolarmente il teatro e lo considero un luogo da rispettare profondamente perché c’è ancora la possibilità di raccontare ciò che al cinema oggi faresti fatica a raccontare perché non ti produrrebbero mai un film con quel tema o con quelle parole o con quel tipo di linguaggio. E forse, in un’epoca dominata dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale, sarà proprio il teatro una delle ultime forme di esperienza davvero irripetibile.
Certo, perché mi rendo conto che il sistema stesso, per come lo conosciamo possa rischiare di sparire.
Guarda, mi auguro vivamente di no, però sta già succedendo. Per indole penso che poi chi ha valore in qualche modo trova sempre una strada.
E quindi troveremo un modo per esistere nonostante tutto, se dentro hai un’urgenza e hai un bisogno. Però il teatro è qualcosa che ci può salvare, sia a noi attori che al pubblico. Ovviamente poi faranno tutti la rincorsa al teatro e anche lì vinceranno le regole. Il teatro adesso lo fanno quelli che prima facevano televisione, perché sono quelli che portano le persone in teatro.


Anche diversi influencer si sono impadroniti del palcoscenico teatrale e, seppure non recitando nella forma tradizionale, a volte riempiono i teatri. Cosa ne pensi?
Guarda, anziché parlarne male, scelgo di non parlarne proprio, lo voglio ignorare.
Perché tanto, facciamo due sport diversi e mi consola il fatto che ogni tentativo che è stato fatto di prendere quella roba lì e di portarla al cinema è sempre andato male. Segno che puoi avere pure sette milioni di follower, ma se tu quel lavoro non lo sai fare non serve a niente. Quindi meglio che ne prendi uno che non ce li ha i follower ma che sa fare il mestiere perché poi alla fine rimangono nel tempo solo le cose fatte bene.
Voglio fare questo mestiere fino alla fine dei miei giorni
Io ho sempre saputo che l’investimento che faccio su di me è a lungo termine. Voglio fare questo mestiere fino alla fine dei miei giorni. Non ho pensato ad arraffare quello che c’era da arraffare adesso, non mi sono mai lasciato condizionare dal fenomeno. Ho sempre detto: “Ok, io so che valgo, se ovviamente avrò pure un po’ di fortuna…varrà nel lungo periodo”.
Però i produttori non la pensano così. I produttori hanno passato gli ultimi dieci anni a prendere quello che potevano al momento.
Oggi la figura del Produttore non esiste praticamente più
D’altronde non è un problema del singolo, è un problema della realtà dentro la quale ci stiamo trovando.
Allora ti dico una cosa detta da Godard negli anni Settanta sulla sparizione della figura del produttore, perché quando lui aveva cominciato a fare i film negli anni Cinquanta, negli anni Sessanta, il produttore era uguale soldi. Il produttore era quello che ci metteva i propri soldi, no?
Vero.
E quindi questo lo faceva quando credeva in un autore o quando credeva tanto in una storia, e seguiva quel film dall’inizio dell’idea fino all’uscita.
Adesso non c’è praticamente più quella figura, non esiste più. Sono tutte società che fanno capo a società più grandi, di cui un ufficio sta a Roma, un altro sta a Londra, un altro ufficio sta a New York. Il film che viene fuori è il frutto di una media di pareri, che il più delle volte si rivela essere mediocre.

In questa epoca in cui si confonde spesso la notorietà e l’identità, come si evita di affidare il proprio valore allo sguardo degli altri, al pensiero degli altri, pur facendo un mestiere che necessita dello sguardo degli altri?
Eh, è una cosa su cui bisogna destreggiarsi con grandissima abilità. Io penso che sia intanto un percorso personale, parlo proprio strettamente di analisi, cosa che io faccio da una vita, nel senso che più sei consapevole della tua storia e più te la fai bastare, non so come dire, perché l’unica cosa che noi abbiamo alla fine della fiera è la nostra storia. È l’unica cosa che ci rende diversi da chiunque altro.
Concordo.
Se tu rifuggi dalla tua storia non hai niente da raccontare o da comprendere davvero. O peggio rischi di raccontare qualcosa che gli altri proiettano su di te, ma non quello che tu sei ed emani. Quello che mi fa paura è che adesso c’è questa rincorsa, anche di attori del cinema europeo che stimo, ad essere osannati sui social. Poi basta una dichiarazione che fanno su un giornale e il giorno dopo li odiano tutti.
E tutto quello che hai costruito va in frantumi, mi sembra tutto talmente fragile. Allora meglio che di te parli soltanto quello che fai, i ruoli che scegli, i personaggi che interpreti. Dovrebbe parlare quello, non il fatto che tu sia in copertina per la fidanzata con cui esci…
Come vivi i complimenti e come le critiche?
Se qualcuno mi dice “sei bello”, “sei bravo”, sono felice, se qualcuno mi dice che non vado bene, sono tristissimo. Per fortuna prima questa cosa, mi condizionava magari l’umore per una settimana, anche per due settimane, senza che me ne accorgessi. Adesso dura due ore poi me lo scordo. Anche perché ho una quotidianità che va molto sul pratico adesso, per cui non me lo posso permettere. (Ride)

Le nuove generazioni mi sembrano molto centrate
Quando vedi i ragazzi più giovani che iniziano questo mestiere, qual è la sensazione che ti danno, la differenza più grande rispetto al tuo esordio e a quel momento?
Devo dire che ultimamente mi è capitato di lavorare tanto con le generazioni più giovani e sono rimasto colpito dal fatto che sono molto meno ingenui di quanto fossi io all’epoca. Hanno un livello di consapevolezza, non so se sia quella giusta però, della propria immagine, del proprio corpo, che io proprio non avevo. Sarò stato fortunato, ma ho trovato tutti attori e attrici ventenni, venticinquenni che sono centratissimi. Sai, a volte il grande inganno di chi fa arte è pensare che le nostre nevrosi o le nostre sregolatezze o la nostra vita sfasciata sia interessante. Ma la verità è che i più grandi artisti sono le persone più centrate dell’universo. Se no, sei vittima di questo lavoro.
C’è stato un incontro particolare con un collega, magari di cui avevi particolare stima, che ti ha trasmesso qualcosa che porti ancora dentro?
Per fortuna tantissimi. Da Silvio Orlando, Nanni Moretti, Sergio Castellitto, Elio Germano, Teresa Saponangelo, che è anche una mia carissima amica, la stimo molto, perché come me lei fuori dal contesto lavorativo è un essere umano per niente autoriferito.
Quando senti parlare di realizzazione personale, pensi a qualcosa che hai raggiunto o a qualcosa che stai ancora costruendo?
Che sto ancora costruendo, ma perché là interviene l’ Ariete ascendente Leone; io non sarò mai soddisfatto di quello che ho ottenuto nella vita. (Sorride) E interviene questa dose di narcisismo, perché poi è inutile girarci intorno, chi sceglie di fare un mestiere per cui pretende che ci sia qualcuno che lo guardi o che lo ascolti, dentro ha una dose di narcisismo enorme.
Ovviamente poi si spera sia un narcisismo che non nuoce, che non ferisce. L’importante è non avere il culto di sé. Quello io non ce l’ho, non ho il culto del fisico, né del look, questa è una grande libertà, perché mi permette anche di allontanarmi molto da me. E invece ci sono colleghi e colleghe che coltivano un culto talmente ossessivo nei propri confronti che poi non si staccano mai da quello che vogliono vedere di se stessi nelle interpretazioni.
In questo mestiere l’occasione è tutto
Quanto conta l’occasione?
Questo è un mestiere fatto di occasioni. Ci sono alcuni a cui vengono date tante occasioni e alcuni che se le devono conquistare con grande fatica. Se tu sei tra quelli a cui vengono date così tante occasioni, il problema di variare te lo devi porre. Se no fai un altro lavoro.

Se uno dei tuoi personaggi, di quelli che hai interpretato in questi anni, ti dovesse descrivere, chi sarebbe il più sincero e che cosa direbbe?
Ammazza, che domanda! Allora, io sono molto affezionato a un personaggio che è l’ispettore Davide Pardo, perché viene dalla penna di Maurizio De Giovanni, che è uno scrittore napoletano. Non essendo per niente simile a me, perché ha un senso pratico della vita maggiore del mio, probabilmente mi direbbe: “Flavio, ma te stai facendo veramente tutte ‘ste pippe? Ma non ce rompe il cazzo”! (ride)
Che cosa ritieni essere importantissimo per te come valore da trasmettere alla tua bimba?
Rischio di ripetermi, però la cosa che vorrei che lei avesse, un po’ perché spero che saremo in grado di insegnarglielo io e sua madre, un po’ perché penso che se la possa conquistare, è l’idea di non farsi definire dagli altri. Cioè di fare in modo che lei non cada nella trappola di fare scelte che non siano sue perché condizionate dal modo in cui gli altri ti vogliono definire.

Il tempo come unica vera misura della carriera
E tu ora quale definizione pensi sia giusta per te?
Guarda, sono sincero, il mio metro di giudizio sono i ruoli che mi arrivano. Ed è veramente un momento in cui mi stanno finalmente arrivando dei ruoli interessanti. Poi uno a volte li prende, a volte quel film non lo puoi fare, le variabili sono tante, ma sapere che adesso mi stanno chiamando per contesti che finalmente somigliano a quelli che ho sempre desiderato, i ruoli per cui c’è bisogno di qualcuno che lo sappia fare, mi sembra un buon segnale.
Sono certo vivrai presto “quel” sogno….
Sì, quel sogno guarda, alla fine scopriremo che non era un sogno premonitore, ma che avendolo fatto mi sono condannato da solo a coltivarne i frutti. Quel sogno mi sta insegnando a rinforzare la pazienza, una qualità con cui non sono nato. Non ricordo che età precisa avessi nel sogno, però non ricordo ci fossero capelli bianchi, quindi secondo me siamo lì lì. (Ride)
Ph. Lisa Bof
Location Hotel Minerva Roma
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