Rachel Ojuromi: da Lagos a Chanel, quando una visione trova il suo spazio
Filmmaker, direttrice creativa e ora modella, Rachel Ojuromi ha trasformato le strade di Lagos nel proprio spazio creativo. Un video nato con gli amici, una reinterpretazione di Chanel e la forza dei social hanno portato il suo immaginario davanti a un pubblico internazionale. Ma la sua storia racconta qualcosa di più: il talento può trovare online una porta d’accesso, senza che la viralità debba diventare l’unico modo per esistere.
Prima ancora della passerella, c’erano una videocamera, una strada e un gruppo di amici.
La storia di Rachel Ojuromi non comincia con Chanel e nemmeno con la moda intesa nel senso più convenzionale del termine. Comincia a Lagos, all’interno di una generazione di giovani creativi che costruisce immagini, linguaggi e possibilità partendo da ciò che ha intorno.
Filmmaker e direttrice creativa, Ojuromi ha trovato progressivamente nella moda un altro territorio nel quale esprimersi. Accanto a lei, la stylist Debby Fasingha e il fotografo Odey Ikpä: più che un team costruito intorno a un progetto, un nucleo creativo cresciuto attraverso un modo condiviso di osservare le cose.
È proprio insieme a loro che Rachel realizza i video che inizieranno a circolare ben oltre Lagos. Brevi film di moda girati per strada, lontani dalla perfezione controllata dello studio, nei quali passanti, negozi, rumori e imprevisti non vengono eliminati dall’inquadratura, ma diventano parte del racconto.
Poi arriva Chanel.

Chanel, reinterpretata da Lagos
Il video che amplia improvvisamente il pubblico di Rachel nasce dalla reinterpretazione della sfilata Chanel Métiers d’Art di Matthieu Blazy.
Chiamarla replica, però, significherebbe perdere il punto. Rachel, Debby e Odey non cercano di riprodurre fedelmente ciò che hanno visto in passerella. Partono invece dalla domanda che accompagna gran parte del loro lavoro: come conservarne la sensazione?
Studiano il concept della collezione, la scenografia, le intenzioni del designer, poi prendono quell’immaginario e lo trasportano nel proprio mondo. Gli abiti vengono recuperati nei loro guardaroba o attraverso capi di seconda mano, Parigi lascia spazio a Lagos. Al controllo della passerella si sostituisce l’imprevedibilità della strada.
Il riferimento rimane riconoscibile, ma cambia lingua ed è proprio questo ad aver reso il progetto tanto interessante online: non l’imitazione di una grande Maison, ma l’appropriazione creativa dei suoi codici attraverso un punto di vista personale. La moda diventa così dialogo, un’idea nata in un luogo può attraversarne un altro, essere interpretata e restituire qualcosa che prima non esisteva.
Pochi mesi dopo, quel dialogo assume una forma quasi circolare: Rachel Ojuromi sfila realmente per Chanel Primavera/Estate 2027, portando sulla passerella la stessa presenza che il pubblico aveva scoperto attraverso uno schermo.
Prima del fenomeno virale c’era già una visione
La rapidità con cui internet costruisce una storia può facilmente generare l’impressione che tutto sia cominciato nel momento in cui un video è diventato virale ma nel caso di Rachel Ojuromi è vero quasi il contrario.
Prima che arrivassero le visualizzazioni, c’erano lo studio del cinema, la direzione creativa, gli shooting per strada e una curiosità quasi ossessiva nei confronti della storia della moda.

Nell’intervista rilasciata a Models.com Rachel cita Prada Autunno 1988, la prima collezione di Miuccia Prada, come uno dei momenti che hanno modificato il suo modo di osservare gli abiti. All’apparente semplicità delle forme si sovrapponeva un pensiero complesso, e proprio quella scoperta l’ha spinta a voler capire cosa esiste dietro una collezione prima ancora di ciò che appare.
Poi Mugler, le sfilate degli anni Novanta, il cinema, la fotografia di strada. Per Rachel la moda diventa interessante quando smette di essere soltanto abito e comincia a essere pensiero, cultura, immagine e costruzione di un mondo.
Anche la sua camminata, diventata uno degli elementi immediatamente riconoscibili dei video, nasce in maniera quasi accidentale. Ojuromi racconta di aver iniziato a indossare i tacchi soltanto l’anno precedente. Nessun lungo training costruito per ottenere una particolare presenza: prima arriva l’intenzione, poi il movimento.
La camminata diventa semplicemente un altro strumento attraverso il quale comunicare una sensazione. Lagos non è lo sfondo. È parte dell’opera
Anche la scelta di lavorare per strada non è casuale.
Rachel non ama particolarmente gli studi fotografici. Preferisce luoghi nei quali qualcosa possa sfuggire al controllo, perché è proprio quell’imprevisto a rendere l’immagine viva.
Le persone attraversano l’inquadratura. Un commerciante presta il proprio negozio. Qualcuno osserva. Il traffico continua.La città non viene ripulita per adattarsi alla moda: è la moda a entrare nella città.
Nei suoi riferimenti ritorna il lavoro di fotografi come Roy DeCarava, capace di raccontare Harlem e la comunità afroamericana all’interno degli spazi realmente abitati.
Da qui nasce una delle caratteristiche più interessanti del linguaggio costruito dal trio: quello che vediamo non sembra una modella collocata artificialmente in una strada per uno shooting. Sembra piuttosto un frammento di vita che, improvvisamente, acquisisce una diversa intensità visiva.
Lagos diventa passerella senza smettere di essere Lagos.


Quando i social diventano una possibilità
È qui che la storia di Rachel Ojuromi assume un significato più ampio.
Instagram, TikTok e le piattaforme digitali vengono spesso raccontati attraverso il loro lato più problematico: velocità, sovraesposizione, dipendenza dal consenso, quantità di contenuti prodotta ogni giorno.
Ma esiste anche un’altra possibilità. Per un creativo che lavora lontano dai tradizionali centri di potere della moda, pubblicare un lavoro significa potenzialmente eliminare una parte della distanza che un tempo separava chi creava da chi poteva scoprirlo.
Non serve che qualcuno sia già entrato in una redazione, in un’agenzia o in una grande Maison perché il suo lavoro possa iniziare a circolare.
Nel caso di Rachel, internet non ha creato la visione. L’ha resa visibile.
Ha permesso a un film di trenta secondi girato nelle strade di Lagos di raggiungere persone che, probabilmente, non avrebbero mai incontrato quel progetto attraverso i percorsi tradizionali dell’industria. Ed è qui che la viralità, spesso considerata soltanto come un numero, può diventare qualcosa di diverso: un punto di contatto.
Qualcuno vede. Qualcuno condivide. Qualcun altro riconosce un linguaggio. Da lì possono iniziare opportunità che prima sarebbero state molto più difficili da raggiungere.
Il successo, però, non può fermarsi a una persona.
Rachel insiste su un altro aspetto: nessuna di quelle immagini esisterebbe nello stesso modo senza Debby Fasingha e Odey Ikpä. La costruzione del credito creativo diventa quindi parte della sua stessa visione.
In un ambiente nel quale spesso un’immagine circola più velocemente dei nomi delle persone che l’hanno realizzata, Ojuromi rivendica l’importanza di riconoscere tutte le professionalità che concorrono alla creazione di un lavoro.
La sua domanda è semplice: che significato avrebbe arrivare in una determinata stanza se fosse l’unica del proprio gruppo a poterci entrare?
Per questo il successo personale non rappresenta il punto d’arrivo. Rachel immagina un percorso nel quale una porta aperta possa generare altre possibilità: per il proprio team, ma anche per una scena creativa africana molto più ampia.

The Process Africa: raccontare qualcuno prima che diventi famoso
Questa riflessione esisteva già prima di Chanel; durante un viaggio a Ilorin, Rachel si era trovata circondata da centinaia di giovani impegnati nella musica, nella pittura, nella moda e in differenti discipline creative. La domanda che continuava a tornarle in mente era: chi sta raccontando queste persone?
Da lì nasce The Process Africa, piattaforma pensata per documentare giovani creativi proprio nella fase che solitamente riceve meno attenzione: l’inizio. Non quando un nome è già riconosciuto, non dopo che un progetto è diventato virale ma mentre un linguaggio si sta ancora formando.
È una scelta significativa, soprattutto oggi, quando molto spesso l’interesse arriva soltanto dopo la validazione di numeri, follower e visualizzazioni. The Process Africa ribalta questa logica e attribuisce valore al percorso prima del risultato. Per Rachel, documentare quel processo significa affermare che un talento non comincia a esistere nel momento in cui internet se ne accorge.
Oltre la viralità
Ed è proprio qui che emerge la parte forse più interessante della sua visione.
Rachel Ojuromi deve una parte importante della propria esposizione internazionale ai social, ma non desidera un sistema nel quale essere visibili online diventi una condizione necessaria per poter lavorare.
La sua aspirazione è esattamente il contrario. Vorrebbe contribuire alla costruzione di strutture, relazioni e opportunità attraverso le quali un giovane creativo africano possa sviluppare il proprio lavoro anche senza essere costretto a trasformarsi continuamente nel promotore di sé stesso.
Perché creare e comunicare ciò che si crea sono due cose differenti. Internet può essere uno straordinario strumento di accesso, ma non dovrebbe trasformarsi nell’unico arbitro del valore.
Rachel sembra aver compreso entrambe le facce di questa possibilità: utilizzare il digitale quando può aprire una porta, senza permettere che quella porta diventi una gabbia.


Una passerella può cominciare ovunque
Oggi Rachel Ojuromi si trova davanti a una stagione completamente diversa da quella che avrebbe immaginato soltanto un anno fa.
Chanel è entrata nella sua storia, la moda internazionale la osserva e quella camminata nata quasi istintivamente nelle strade di Lagos è arrivata su una delle passerelle più osservate al mondo. Ma ridurre tutto a una favola sulla scoperta di una nuova modella sarebbe perdere la parte più significativa. La sua storia racconta la possibilità di creare senza aspettare il permesso di qualcuno.
Una filmmaker può diventare il soggetto delle proprie immagini, un gruppo di amici può trasformare una strada nella propria scenografia, un guardaroba personale può sostituire un pull di campionario e un video di pochi secondi può attraversare continenti.
E qualcuno, dall’altra parte dello schermo, può accorgersene. I social non garantiscono che il talento venga riconosciuto e non eliminano le disuguaglianze che continuano a definire l’accesso alle industrie creative. Ma possono ancora creare qualcosa che, fino a pochi anni fa, era molto più difficile ottenere: la possibilità di essere visti prima di essere stati scelti.
Rachel Ojuromi quella possibilità l’ha utilizzata per entrare in una stanza.
La sua ambizione, adesso, sembra essere molto più grande: fare in modo che quella stanza abbia sempre più porte.







