La curiosità uccide il gatto?
– Maestro, lei dice che devo essere curioso, ma c’è chi dice che la curiosità uccide il gatto.
– Il gatto può morire nel tentativo, oppure può scoprire una vita migliore. In ogni caso, vivo o morto, se ne andrà con un nuovo apprendimento per sé e per tutta la sua specie.
Che la curiosità uccida il gatto è una cruda osservazione della realtà animale, vera e giusta senza dubbio, ma una generalizzazione così grossolana è fuori luogo.
Se prendiamo ad esempio la teoria darwiniana dell’evoluzione, l’essere umano si è evoluto tanto quanto un animale, ma con una precisa e abissale differenza: l’essere umano ha sviluppato nel tempo la tanto famosa coscienza.
Ognuno di noi ha avuto la possibilità di ascoltare dei maestri o di leggere storie di profeti che ci spronano a essere consapevoli. “Siate consapevoli”, “vivete il momento”, “siate consapevoli di chi siete e di cosa volete”, “siate consapevoli di ciò che vi circonda”. Ottimi consigli per cercare di controllare quella mente che tende a vagare e ad allontanarsi dalla realtà, soprattutto in questi tempi, caratterizzati da una predominante carenza di concentrazione sul momento presente, sulle circostanze, e sul vivere in modo così accelerato e stordito che certi consigli ci calzano a pennello. Infatti, sono consigli che ci spingono prima ad ascoltarci e poi, di conseguenza, a conoscerci.
Il gatto sa di essere un gatto? Sicuramente non in quei termini specifici che lo descrivono, ma conosce la sua natura, e sicuramente conosce il suo corpo, le sue caratteristiche, e sa cosa gli è strano o estraneo. Sa cosa può essere una minaccia per lui, vive attento al momento, alle circostanze, a ciò che lo circonda, legato ai suoi istinti anche quando dorme. I consigli dei maestri e dei profeti ci dicono quindi di connetterci con la nostra natura animale.

Ma cosa succede quando il gatto non sa, non conosce, quando dubita… beh, si mette nei guai. A questo punto, vale la pena aggiungere che il detto è nato nella lingua inglese nel XVI secolo come “Care kills the cat” (la cura uccide il gatto), il che significa che ciò che uccide il gatto è la sua estrema cautela, il suo perenne stato di preoccupazione e di allerta. Questo detto è stato cambiato in “Curiosity kills the cat” (La curiosità uccide il gatto), riferendosi a un aspetto contrastante delle caratteristiche del gatto: come può essere estremamente attento e allo stesso tempo curioso? In entrambi i casi, questo povero gatto continua a cacciarsi nei guai. Sappiamo tutti che lo stress costante è estremamente dannoso per la salute, ma che dire della curiosità? Dobbiamo riconoscere che il gatto, nonostante la sua estrema prudenza, continua a rischiare per scoprire ciò che non conosce, anche se in molti casi rischia più del dovuto.
Noi, invece, secondo i maestri e i profeti, siamo qualche livello sotto il gatto in questo senso, perché apparentemente non sappiamo cosa siamo, non conosciamo le nostre capacità, non siamo concentrati su ciò che conta davvero e manchiamo di presenza. L’imitazione degli animali in questo caso è un ottimo punto di partenza, e i maestri lo sanno, ma non è certo l’obiettivo principale, né il risultato: è solo l’inizio!
La presenza mentale, la concentrazione su quel famoso “presente”, ci porta a un’esperienza sensoriale, a una realtà viva che ci libera da ogni pregiudizio, ansia, stress, confusione o dilemma. È una realtà che ci fa viaggiare in profondità non solo in noi stessi, ma anche nell’ambiente circostante. È una pratica di coscienza che traccia percorsi verso l’ignoto, l’ignorato, il dimenticato. È la prima pratica di connessione con la natura del nostro essere, con le nostre vere priorità e con le somiglianze e le differenze con gli altri esseri viventi. Tuttavia, con tutto il lavoro e la fatica che comporta, al di là del suo formidabile valore, è profondamente limitante. Ci limita a conoscere ciò che è noto, a esplorare terre vicine, a riscoprire piuttosto che a scoprire.
La curiosità può uccidere il gatto nel mondo animale, ma il suo coraggio nel decidere di avvicinarsi all’ignoto porta la sua stessa specie a un’imminente evoluzione, e questo è il suo scopo. E noi?
Possiamo vivere una vita intera nell’ignoranza, nella superficialità, nella banalità, oppure possiamo correre il rischio di metterci in gioco per fare la nostra parte nella nostra evoluzione e di conseguenza in quella della nostra specie. Per noi, esseri umani consapevoli con menti forti e cuori fragili, basta una domanda per scatenare la bestia vorace della curiosità: Perché?
Questa domanda ci ha portato fin qui, ci ha fatto fare infiniti errori e ce ne farà fare molti altri, ma l’unica cosa che perisce quando nutriamo la nostra curiosità è l’ignoranza che rafforza l’ego e che ci allontana dalla nostra natura, dall’amore, dalle radici, dalla comprensione, dall’empatia, e che classifica in modo così ripugnante la pace come una lontana utopia.






