Challengers di Guadagnino è un match point che si gioca a 3

Angelo Annese
Challengers

Challengers, l’ultimo lungometraggio di Luca Guadagnino (Call me by your Name, 2017 e Bones and All, 2022) da una sceneggiatura di Justin Kuritzkes, racconta la vita di 3 persone che si intrecciano e che finiscono per giocare la stessa partita. Challengers è un dramma romantico dentro una cornice sportiva. Si tratta della prima volta in cui il regista ci parla di sport, nonostante questo riesce a mantenere fede alla sua cifra stilistica, non perdendo l’occasione di esplorare la fluidità di genere sperimentando, al contempo, un linguaggio audiovisivo fresco e innovativo.

Mike Faist, Zendaya e Josh O'Connor
Mike Faist, Zendaya e Josh O’Connor

Presentato in anteprima a Sydney il 26 marzo 2024, Challengers è stato prodotto da Amazon MGM Studios e distribuito il 26 aprile 2024 da Warner Bros. Pictures nelle sale di tutto il mondo. Inizialmente, la data di uscita preventivata era per settembre 2023, ma è poi slittata in avanti a causa dello sciopero SAG-AFTRA. In totale il film ad oggi ha incassato 68,7 milioni di dollari a livello globale riuscendo a rientrare della spesa di 55 milioni di dollari.

Challengers
Locandina ufficiale del film, gli occhiali di Tashi riflettono Art a sinistra e Patrick a destra.

La sceneggiatura proviene dalla Black List del 2021, un sondaggio annuale in auge dal 2005 che si avvale del voto dei direttori e dipendenti delle case di produzione sulle sceneggiature “più apprezzate” e non ancora prodotte da Hollywood. Delle oltre mille sceneggiature votate dal 2005, almeno 440 sono state tradotte sul grande schermo, alcune di grande successo come Argo, American Hustle, Juno, Il discorso del re, The Millionaire, Spotlight e The Revenant.

Challengers di Guadagnino, una partita a 3

La vicenda ruota intorno alla figura di Tashi Duncan (Zendaya) una giovane promessa del tennis che, dopo un grave infortunio al ginocchio, si è ritrovata costretta ad appendere la racchetta al chiodo. Fino ad allora la giovane Tashi era considerata la stella nascente del tennis americano. La vicenda inizia più di dieci anni dopo quando lei fa da coach e manager a suo marito, il tennista professionista Art Donaldson (Mike Faist). L’uomo però sta passando un periodo difficile perché, a seguito di un infortunio alla spalla, non riesce più a vincere e, non provando più alcun entusiasmo nel giocare, sembra deciso a ritirarsi.

ZENDAYA
L’infortunio di Tashi al ginocchio

Tashi, che attraverso Art rivive costantemente il suo trauma e le sue ambizioni, mollare il tennis è fuori discussione ed è pronta a tutto pur di farlo tornare sulla strada del successo. Decide così di iscrivere Art al Challenger, un torneo minore, con l’obiettivo di fargli riacquistare fiducia in sé stesso. Il fato è inclemente e vuole che allo stesso torneo partecipi anche Patrick Zweig (Josh O’Connor), vecchio rivale e amico di Art nonché ex fiamma di Tashi. Riaffiora così tutto il passato irrisolto dei tre protagonisti che si intreccia in un triangolo relazionale torbido e perverso.

Mike Faist, Zendaya e Josh O'Connor
Art (Mike Faist), Tashi (Zendaya) e Patrick (Josh O’Connor)

In questo film sportivo (atipico) si è scelto di andare oltre al tennis stesso, che in questo contesto diventa un pretesto per sviscerare un discorso sulla natura egoista e competitiva insita nell’uomo. Dopo una prima manciata di minuti veniamo catapultati in un ménage à trois che si dipana in due fasi cruciali della vita e della carriera dei personaggi: l’adolescenza e l’età adulta. Le loro interazioni sono tutte accomunate da un affetto egoriferito, ognuno qui fa i propri interessi e dà soltanto per ottenere qualcosa in cambio. Infatti, questo film all’insegna dei giochi manipolatori, si sviluppa come una curiosa indagine sul narcisismo e sull’ego.

Mike Faist, Zendaya
Art (Mike Faist) e Tashi (Zendaya).

Facciamo fatica a entrare in sintonia con i personaggi che, anche se fragili e vinti ci appaiono delusi, rassegnati, spenti, freddi e apatici, privi di un reale coinvolgimento emotivo. I personaggi sono insoddisfatti, sconfitti e oppressi dalla vita, e nel corso della storia il tennis è un’ossessione e sembra davvero l’unico fattore in grado di accendere il loro entusiasmo. Ciò che ne traspare è una profonda immaturità collettiva dei personaggi che, non essendo riusciti a diventare adulti funzionali, continuano a fare i conti con l’immagine residua della loro adolescenza. Un grande risiko, insomma, dove ognuno compete allo stremo per ottenere la propria vittoria sul campo come unica via d’uscita da questa prigione esistenziale.

Tu non sai cos’è il tennis, è una relazione.

Tashi Duncan (Zendaya)
Zendaya e Josh O'Connor
Tashi (Zendaya) e Patrick (Josh O’Connor)

Nel complesso la storia è godibile ma poco emozionante. Più simile a un thriller, il lungometraggio si esprime sul piano psicologico dando particolare rilevanza a uno sprezzante cinismo. Il ritmo è incalzante, da cardiopalma, ma è carente di profondità. Le emozioni sono meramente strumentali e l’antifona è evidente: “in questo mondo senza scrupoli non è permesso perdersi in sentimentalismi e conta soltanto il risultato.”. Per un motivo o per l’altro, quindi, questi personaggi non ci insegnano niente e finiamo per distanziarci dalla loro essenza poco edificante.

Zendaya
Zendaya

Durante tutto il racconto, i loro rapporti sono tossici e, per inseguire la tanto agognata vittoria, finiscono per annullarsi a vicenda sacrificando l’amicizia, l’amore e i propri ideali. Nella scena finale, però, si tenta di scagionare tutti tracciando un trait d’union che offre una via di fuga da questo dolore, un evoluzione corale che consola lo spettatore affranto e viene delicatamente svelata col tocco gentile che contraddistingue il regista.

Mike Faist, Zendaya e Josh O'Connor
Josh O’Connor, Zendaya e Mike Faist

1, 2, 3… Challengers!

Tashi è una ragazza di talento che ha origini modeste e sembra essere ossessionata dal proprio riscatto sociale, vuole vincere a tutti costi e non si ferma davanti a nulla. Fin dal loro primo incontro, da adolescenti, i due tennisti in erba cercano di conquistarla, ma a lei interessa solo una cosa: “chi tra voi è il giocatore migliore?”. Infatti, quando conosce Art e Patrick si prende gioco della loro ingenuità e gli che avrebbe lasciato il numero soltanto a quello che sarebbe riuscito a dominare il campo da gioco. Un elemento interessante, e voluto, è la risonanza tra le strategie interazionali dei protagonisti e il loro stile di gioco. Il fil rouge del film, però, si esaurisce velocemente e la scelta di Guadagnino di andare oltre le due ore rende la pellicola ridondante.

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Zendaya
Tashi (Zendaya) adolescente

Infatti, come una pallina da tennis che rimbalza freneticamente da una parte all’altra della rete, la trama salta in continuazione dal presente al passato. Flashback a ripetizione, dunque, che il più delle volte sono “arredi” e non contribuiscono ad arricchire le sottotrame della storia. La scrittura abusa di questo escamotage e il racconto diventa caotico e sconnesso, bisogna concentrarsi parecchio per stare al passo con i repentini sbalzi temporali. Inoltre, si fa fatica a interiorizzare questi sbalzi temporali anche perché, più banalmente, il cast è composto da attori molto giovani e il peso degli anni non riesce a scalfire i loro volti pubescenti che appaiono immutati. Quindi, non si percepisce più di tanto l’atmosfera nostalgica e immersiva con la quale il regista voleva permeare il racconto. In questo modo, purtroppo, il contenuto stesso perde di immediatezza.

Art (Mike Faist) e Patrick (Josh O'Connor)
Art (Mike Faist) e Patrick (Josh O’Connor)

Il regista di Call me by your Name (2017) e Bones and All (2022) non si è mai fatto problemi ad aggiungere un’atmosfera erotica ai suoi film e non si smentisce nemmeno in questa occasione. Tra l’altro, non è certo una novità che quest’ultimo metta in scena i drammi generazionali odierni, concretizzandoli in questo caso nel dolore della solitudine scaturita da una menomazione sul piano emozionale alimentata da un’incomunicabilità che si auto innesca. Ed anche se probabilmente nessun film sul tennis sia mai riuscito ad eguagliare Match Point, capolavoro di Woody Allen (2005), la pellicola di Guadagnino si difende bene catturando l’interesse di chi guarda grazie ad un ritmo frenetico e angosciante.

Art (Mike Faist), Tashi (Zendaya)
Art (Mike Faist) e Tashi (Zendaya)

Mi piaceva l’idea di questi personaggi complessi che, invece di trovare soluzione che semplifichino le loro vite, le complicano ancora di più. Le relazioni comportano il controllo sull’altro, ma in fin dei conti anche il controllo su noi stessi. Quanto al tennis, confesso che non sono un appassionato, non ne sapevo praticamente nulla, ma il mio lavoro da regista è anche quello di studiare e scoprire cose che prima ignoravo

Luca Guadagnino
zendaya
Zendaya

Guadagnino, una regia sperimentale

Esteticamente è davvero vario e interessante, la regia è abbastanza sobria anche se gioca parecchio con le inquadrature cimentandosi in soggettive inusuali stile visore VR e oggettive del pavimento del campo da gioco. I movimenti di macchina, spesso fuori controllo, il cineasta prova a contaminare il suo linguaggio portando sul grande schermo una parafrasi di quel linguaggio visivo più “sporco” e dinamico a cui sono abituati i più giovani che ripaga con un senso di maggiore realismo.

Luca Guadagnino sul set
Luca Guadagnino sul set, 2022

Nel montaggio viene utilizzato spesso l’espediente della battuta sul campo per passare da un flashback all’altro, le ellissi sono così costanti e repentine che alla lunga stordiscono lo spettatore. La scrittura è in linea con lo stile dei film di Guadagnino e tende a utilizzare formule sessualmente esplicite e provocatorie. Dopo due film che strizzavano l’occhio al genere horror, Guadagnino raccoglie la sfida di dare vita a un film sportivo che sulla carta poteva essere facilmente interpretato come un melodramma per millennials, riuscendo a portare avanti il suo manifesto sull’amore libero e inclusivo.

Zendaya a Milano
Zendaya a Milano

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