Ritratto d’autore – Gianni Forte
Drammaturgo, traduttore e direttore artistico Gianni Forte nasce e cresce ad Andria. All’età di 19 anni parte per un lungo viaggio (ancora in corso) grazie ad una carriera di grandi successi… per arrivare ai giorni nostri con lo spettacolo Schegge di memoria disordinata a inchiostro policromo che ha debuttato al Teatro Franco Parenti di Milano e che tornerà in scena, sempre al Parenti, dal 14 al 23 novembre 2025, con la regia di Fausto Cabra.
Co-fondatore nel 2006 e direttore artistico dell’ensemble Ricci/Forte (Stefano Ricci e Gianni Forte). Nel 2021/2024 diventa co-direttore artistico del settore Teatro della Biennale di Venezia. Dal 2023 è membro del consiglio di amministrazione del Gift International Festival di Tbilisi, in Georgia. Attualmente è direttore artistico dei Teatri di Bari in codirezione con Teresa Ludovico e Nicola Lagioia, per il progetto letterario, e Lello Tedeschi al progetto di teatro e carcere, all’interno dell’Istituto penale per minorenni del capoluogo pugliese.
Gianni Forte è una delle voci del teatro contemporaneo internazionale, il suo sguardo è rivolto all’uomo e alle sue contraddizioni. Da sempre scrive testi che sollecitano lo spettatore a una riflessione profonda sull’uomo e sul mondo. Per questo motivo oggi vorremmo fare una riflessione sull’artista grazie all’artista Gianni Forte.
Le origini di Gianni Forte
Gianni, ti va di ripercorrere la tua storia dall’inizio? Nasci e cresci ad Andria, e come molti giovani del Sud decidi di lasciare la tua terra natale. Perché?
Sono venuto alla luce ad Andria, in una casa che custodiva più generazioni sotto lo stesso tetto, come accadeva un tempo: i miei genitori, Beniamino e Maria, mio fratello Francesco, mio nonno Giovanni, e due zie nubili – Nunziella, sorella della nonna Carolina, scomparsa troppo presto, e Emilia, sorella di mio padre, rimasta per me ancora oggi una seconda madre. Una casa fatta di voci sovrapposte, di preghiere e rimproveri mescolati, che risuonavano come tamburi e s’infiltravano nei miei sogni.
La mia infanzia ha avuto spesso il colore della malattia, inchiodato all’orizzontale da ostinate febbri reumatiche. Non avevo una stanza tutta per me. Già “nomade” in casa propria, dormivo in salotto, su un letto che ogni sera sbocciava come una pianta notturna e al mattino veniva richiuso, occultato come un segreto. Per alleggerire le ore immobili, mio nonno, falegname, mi ha costruito un teatrino di legno, e zia Emilia, sarta, mi ha mostrato come cucire gli abiti dei burattini che io stesso modellavo con la cartapesta. È in quello spazio provvisorio, senza pareti che mi appartenevano, che si è accesa la prima scintilla: l’urgenza di inventare e narrare storie.
Andarmene era destino inciso.
Il Meridione ti avvolge col suo grembo generoso, ma i sogni, per esistere davvero, pretendono lontananza. I miei genitori non approvavano la mia decisione (un confine da valicare, un altare da abbandonare) e, di conseguenza, non mi avrebbero sostenuto né economicamente né emotivamente. Allora, a metà degli anni ’80, afferrando una mano tesa dal caso, ho colto un’occasione inattesa e partecipato ad un provino a Bari per Loretta Goggi in Quiz, su Rai1. Sono stato l’unico pugliese selezionato da Guido Sacerdote, un gigante della televisione di quegli anni. Non sono diventato campione del programma per una manciata di secondi, ma ho vinto dieci milioni di lire. Con quella somma ho comprato la mia libertà: una valigia e un biglietto dell’autobus “Marozzi” per Roma. La mia meta non era scelta cieca.
Qualche mese prima, al Teatro Curci di Barletta, avevo assistito ad un lavoro di Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann e ne ero rimasto ipnotizzato. Attendo Giancarlo all’uscita degli artisti e ho l’audacia di dirgli che voglio lavorare con lui.
“Se passi da Roma, vieni a trovarmi, sto all’Isola Tiberina”, mi ha risposto.
Ho preso le sue parole alla lettera!
Arrivato a Roma e, non sapendo dove stare perché non conoscevo nessuno, alloggio per un po’ in una minuscola stanza dell’Hotel Sole, a Campo de’ Fiori: una “cella” con una sola finestrella, quasi rasente il soffitto, inarrivabile. Vado a bussare letteralmente alla porta di Nanni che, sorpreso dalla mia tenacia, mi accoglie in casa, mi fa leggere Il Ciclope di Euripide e mi affida il ruolo del giovane protagonista nello spettacolo che avrebbe debuttato all’Uccelliera di Villa Borghese.
Così è iniziata la mia avventura.
Roma, che ho amato visceralmente, è stata la mia università, la fornace dove ho appreso a mutare le ferite in parola, gesto, immagine.

Quali sono, se ci sono, le differenze tra Gianni diciannovenne e Gianni di oggi (teatralmente e, se vuoi, anche umanamente)?
Il Gianni diciannovenne era un corpo in fiamme, un appetito famelico che divorava palcoscenico e vita. Vedeva nel teatro un’arena gladiatoria, un ring, dove ogni debolezza poteva essere riscritta in potenza, dove le lacerazioni diventavano artigli.
L’uomo di oggi è ancora attraversato da quella febbre, ma ha imparato a governarla. La furia si è fatta respiro, la deflagrazione si è convertita in ascolto, la battaglia si è tradotta in visione. Ora il teatro non è più campo di scontro. È abbraccio, in cui spettatore e interprete condividono la stessa vulnerabilità.
Umanamente, resto quel bambino incantato davanti al suo teatrino di legno. Non nascondo più le mie fratture, le porgo come feritoie perché è proprio da queste fessure che filtra la luce.
Dopo tanti anni torni nella tua regione, più precisamente a Bari, in qualità di direttore artistico internazionale dei Teatri di Bari. Cosa rappresenta tornare a casa dopo tanti anni?
È come scardinare un cassetto interiore che credevo sigillato dentro di me. Non è nostalgia. È ricongiungimento con le radici, senso di appartenenza, gesto di gratitudine.
È dire: “Eccomi, sono qui per restituire, attraverso l’arte, ciò che mi è stato donato per forgiarmi senza saperlo”.
Il dolore del distacco dalla famiglia, la febbre che mi ha addestrato all’attesa, l’immobilità che ha incendiato la mia fantasia, l’ardire della fuga per poi ritrovare la via del ritorno. Approdare ai Teatri di Bari significa riconsegnare alla mia terra la linfa delle esperienze e delle conoscenze raccolte altrove e negli anni; significa trasfigurare gli spazi dei Teatri di Bari in officine di libertà creativa.

Invece cosa significa dirigere i Teatri di Bari?
Guidare i Teatri di Bari, con Teresa Ludovico, vuol dire, andando oltre la mera gestione di spazi, calendari e programmi, assumersi la responsabilità di rendere i tre teatri (Il Kismet a Bari, La Cittadella degli Artisti a Molfetta e Il Teatro Radar a Monopoli) fucine di linguaggi, piazze ardenti di presenza, porti di contrasti e di meraviglie, aperti a tutti, non solo a pochi eletti. È un lavoro di cura, di accoglienza e vigilanza poetica: garantire agli artisti la libertà di irradiare la propria voce, accompagnare il pubblico in percorsi che non siano semplice consumo culturale, ma esperienze che lasciano cicatrici luminose, anche quando i proiettori si spengono.
Ho letto che uno dei tuoi sogni è quello che la Puglia e Bari diventino un punto di riferimento per il teatro contemporaneo da poter attrarre artisti, compagnie e spettatori da tutto il mondo. Progetto ambizioso! Da 1 a 10 quanto sei vicino all’obiettivo?
Continuo a sognare senza limiti.
Direi che sono a un numero difficile da misurare: forse la sufficienza per i risultati tangibili, ma un dieci per passione, ardore e determinazione. I sogni vivono dello sgretolamento delle frontiere: appena ti poni barriere, smetti di immaginare. La Puglia, Bari e i nostri teatri possono diventare un faro per il contemporaneo. Ogni piccolo passo che facciamo verso questo obiettivo è una rivoluzione gentile, un’onda che smuove e risveglia le coscienze senza far rumore, un fremito che attraversa chi la guarda. Non ho fretta: desidero che chi arriva qui avverta un luogo in metamorfosi, in fieri.
A questo punto, visto che siamo alle porte con la stagione 2025-2026, qualche anticipazione?
Sarà una stagione che celebrerà una RINASCENZA: un teatro che muta pelle, che rinnova la propria funzione civile, sociale, culturale. Un cambiamento che non è estetico, ma etico, politico, umano.
Si inaugurerà con un grande evento internazionale: TOTENTANZ, Morgen ist die Frage di Marcos Morau e La Veronal, la sua compagnia: una performance che unisce l’intensità espressiva dei corpi e la densità poetico-evocativa della parola. Segnerà l’alba di un viaggio che intreccerà orizzonti plurali, offrendo al pubblico di Bari e della Puglia una mappa dei linguaggi di oggi.
Per gli altri spettacoli e le rivelazioni che comporranno la stagione, i dettagli saranno disponibili sui nostri canali social e sul sito dei Teatri di Bari: perché il bello di un viaggio è anche il mistero, l’incanto di lasciarsi sorprendere strada facendo.

Non vediamo l’ora di essere sorpresi! A proposito di pubblico. Negli anni hai conosciuto e avuto diverse tipologie di pubblico (spazi off e subito dopo i più importanti teatri d’Italia e non solo, passando dalla Lirica e alla Biennale di Venezia). Chi è il pubblico di Bari e com’è cambiato il pubblico negli anni? Se è cambiato!
Così come succede ovunque, anche il pubblico di Bari vuole emozionarsi. Ti sfida a non accontentarti mai, a non sederti sugli allori. È curioso di scoprire universi inesplorati, disposto a lasciarsi sorprendere. Il Sud impiega tempo a fidarsi, ma quando lo fa ti regala una fedeltà rara. Negli anni il pubblico italiano è cambiato, come è naturale: più veloce, più distratto, ma anche più assetato di autenticità, più consapevole, più esigente.
Le tecnologie hanno rimodellato la percezione dell’arte e della cultura, e il teatro deve rispondere a questa sensibilità inquieta, mobile, senza smarrire la sua magia.
Con Teatri di Bari ti piacerebbe creare un “Luogo d’Arte” o una “Casa della Cultura”?
Non amo le etichette. Vorrei che i Teatri di Bari fossero un ponte tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione, una casa senza chiavi né serrature in cui i cittadini possano incontrarsi e riconoscersi; in cui il teatro, la letteratura, la danza, la poesia, la musica, il cinema, le arti visive si contamino e intreccino senza ostacoli. Una dimora ospitale, con finestre spalancate sul mondo, in cui gli artisti possano lavorare, sperimentare, fondersi tra loro, e dove il pubblico non è osservatore passivo ma partecipa attivamente. Un rifugio che accolga bambini, giovani, adulti e anziani, un alveare di pensiero in cui ciascuno possa trovare spazio per la riflessione.
A proposito di spazio, molti artisti non hanno un posto dove poter sbagliare, crescere e provare… Quanto “spazio” ti piacerebbe dedicare ai giovani, con residenze artistiche?
I giovani sono il domani che reclama un varco e meritano spazi dove esplorare, mettersi alla prova, sbagliare senza giudizio o colpa, rinascere dalle proprie cadute e fallimenti. A loro vorrei dedicare delle residenze artistiche, laboratori in cui incontrarsi, ibridarsi, influenzarsi, discutere e persino litigare, per poi trovare insieme mirabili geometrie di splendore.

Quant’è importante un sistema di finanziamenti che premi la continuità e la ricerca e non la quantità?
È vitale. Troppo spesso vedo produzioni meteora, usa-e-getta, destinate a spegnersi come fiammiferi. Il teatro necessita di fondamenta robuste, di un terreno che nutra e non di un asfalto che soffoca. Tempo per maturare, sedimentare, mutare le intuizioni in gesto scenico pienamente compiuto. Un sistema di finanziamenti che valorizzi continuità e ricerca consentirà agli artisti di osare nella vertigine dell’invenzione, abitare il rischio. Abbiamo la missione di proteggere il flusso del processo creativo, non solo il risultato, di accudire i germogli fino a farli sbocciare, senza pretendere frutti immediati.
Piccola digressione, giusto una mia curiosità! Tornando a “casa” ti sei tolto qualche sassolino dalle scarpe?
Piuttosto sassi, che per anni ho caricato nello zaino e sulle spalle: pietre di assenze, speranze sospese, silenzi che sembravano eterni. Non c’è rivalsa. Tornare a casa non è resa dei conti, ma leggerezza. È guardarla con occhi pacificati, senza rancore, riconciliarmi con lei e, soprattutto, con la parte più intima di me stesso: una cerimonia privata in cui depongo quei pesi che appartenevano al passato e che ora posso lasciare cadere come cenere.
Che rapporto hai con la critica?
Della critica ho grande rispetto. Non quella sterile e distruttiva, ma quella fertile: fonte di interrogativi e dubbi, lente per mettersi in discussione, per schiudere accessi verso prospettive “altre”. La critica autentica non giudica per abbattere, ma illumina gli angoli ciechi, scuote le ossa delle convinzioni. Il vero battito, però, resta in platea, lì dove qualcuno paga un biglietto, con il cuore che palpita accanto agli attori e alla fine decide se fiorire in applausi o sprofondare nel silenzio.
Quant’è difficile portare in scena in Italia la drammaturgia contemporanea?
È arduo, perché la drammaturgia contemporanea richiede tempo, rischi, coraggio, inciampi, salti nell’ignoto, e non sempre chi si lancia viene perdonato. Il sistema teatrale preferisce il già noto, il rassicurante, “l’usato sicuro”. La scrittura scenica inedita è ossigeno. Senza ricerca, il teatro diventa un museo di polvere, di figure cristallizzate.
Sei principalmente un drammaturgo, quant’è importante la parola visto che in passato sembrava, apparentemente, essere il corpo a prevalere sulla parola?
La parola per me è il cuore vibrante di ogni creazione, ma mai isolata: dialoga con il corpo, con lo spazio, persino con il silenzio che la avvolge e la fa risuonare. Nei lavori passati sembrava prevalere il corpo. Non era una negazione della parola, ma la sua estensione più pura. Il corpo parlava quando il linguaggio verbale non bastava più, quando il pensiero aveva bisogno di farsi carne. La parola resta il filo che lega, custode di memoria, di sogno, di verità, di aperture verso l’invisibile. Senza il corpo rischia di restare astratta, mentre senza la parola il corpo, leggero, si disperde nell’aria. È proprio nell’incontro tra queste due forze – il corpo che dice, la parola che agisce – che nasce il mio teatro.
Ora sto attraversando un’altra soglia perché da sempre amo stare dove la forma non è ancora definita. Una diversa dimensione del linguaggio, un’ulteriore pelle: sto scrivendo la sceneggiatura del prossimo lungometraggio dei MASBEDO, prodotto dalla Eolo film di Beatrice Bordoni Bulgari, Dugong films di Marco Alessi, Alcíon production e Firnindi Film (produttori di Lars Von Trier): la vita di due minuscole comunità agli antipodi, che si chinano sui problemi del pianeta e affrontano questioni globali, può rivelare verità più radicali e fragorose di un film spettacolare sulla politica capitalista.

Il tuo teatro ha spesso attinto dal quotidiano con tematiche omosessuali. Quant’è importante il teatro nella lotta contro l’omofobia?
Portare in scena corpi e desideri che la società vorrebbe marginali significa dare voce a ciò che spesso resta in ombra, restituendo dignità, bellezza. L’omofobia si scioglie quando ci specchiamo e scopriamo nell’altro, e il palcoscenico, con la sua energia trascinante, è uno dei luoghi più potenti per questo riconoscimento.
Domandona; secondo te il teatro gode di buona salute?
Il teatro non gode di buona salute né economica né politica, spesso neppure sociale e culturale, ma esiste, resiste, rinasce. Ogni volta che un pubblico siede in sala, anche solo per un’ora, il teatro torna a sussultare di vita.
Il teatro oggi non regala più popolarità, ma emozioni. Per te cos’è il teatro?
Per me il teatro è rito di comunione, la solitudine individuale diventa esperienza condivisa. A me non interessa la popolarità, ma l’intensità, la pienezza dell’emozione. Il teatro è atto d’amore, esercizio di empatia, tentativo ostinato di restituire ritmo, armonia e senso al caos anche della mia esistenza.
Ti senti più in debito o in credito, teatralmente parlando?
Mi sento debitore verso il pubblico che credere indefessamente nel teatro, verso gli artisti che hanno camminato accanto a me, verso chi mi ha offerto occasioni e fiducia.
Mi sento anche in credito con me stesso: il desiderio di restituire ancora di più, di non fermarmi mai, mi spinge ad andare avanti. Il teatro è un patto di scambio che non si esaurisce.
Questo equilibrio tra debito e credito è ciò che mi mantiene vivo.
Conclusa la parentesi come Direttori Artistici del settore Teatro della Biennale di Venezia 2021/2024, per il duo Ricci/Forte le strade si sono separate. Qual è il vostro spettacolo al quale sei più legato?
Ogni spettacolo è stato una tappa, una ferita, una festa, un frammento di vita condivisa.
TROIA’S DISCOUNT (2006) resta l’esordio, l’innocenza, il brivido della scoperta, la vertigine di un’avventura indimenticabile. MACADAMIA NUT BRITTLE (2009) è il più straziante e insieme il più radioso: la gioia dei riconoscimenti da parte della critica e degli addetti ai lavori, le file interminabili di pubblico e, nello stesso tempo, il lutto per la perdita delle nostre madri, a pochi mesi di distanza l’una dall’altra.
Prima di salutarci, Gianni Forte in tre parole.
Irriducibile: non conosco resa.
Visionario: vivo di mondi che ancora non esistono.
Fragile: a dispetto del mio cognome, è proprio da lì che nasce la mia forza.
Non vorrei aggiungere altro se non anticiparvi il progetto itinerante PORTRAITS EN PAYSAGE che Gianni Forte sta portando avanti con la compagnia bretone À Corps Rompus nato nelle banlieue francesi e approdato a Tunisi, Atene e prossimamente a Tbilisi, con il sostegno dell’Ambasciata Italiana, con l’obiettivo di creare un atlante di volti e voci delle periferie urbane: una mappa poetica e politica che restituisca complessità alle identità marginali del nostro continente.
Foto d’apertura di Aggeliki E. Mitsi
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