Francesco Del Gaudio – Questa vita porta il mio nome
Ci sono momenti in cui la vita ci colpisce senza preavviso, lasciandoci attoniti davanti alla sua fragilità.
Pochi istanti prima di rispondere alla mia chiamata per realizzare quest’ intervista, Francesco Del Gaudio ha ricevuto la notizia della morte improvvisa di due amici, a poche ore di distanza l’uno dall’altro. Un dolore che si insinua tra le parole, un peso che non si può ignorare. Eppure, proprio in questa tempesta di emozioni, lui sceglie di esserci, di rispettare l’impegno preso e di raccontarsi. Perché l’arte non è solo finzione, ma anche verità, e la vita – anche nei suoi lati più oscuri – va attraversata con consapevolezza.
Nel suo percorso artistico, Francesco Del Gaudio, classe 1999, musicista prima che attore, ha imparato presto a mettersi in gioco e prossimamente lo farà su Rai Uno prestando corpo e voce a un’icona della musica italiana come Peppino Di Capri nel biopic di Cinzia Th. Torrini “Champagne – Peppino Di Capri” in onda il 24 Marzo.
In questa intervista intensa e sincera, ci racconta del suo cammino, delle sfide affrontate per vestire i panni di Peppino, del suo rapporto profondo con la musica e della libertà di scegliere la propria strada, anche quando sembra andare controcorrente e, soprattutto, ci regala uno sguardo su cosa significhi, davvero, vivere una vita che porti il proprio nome.

Interpretare Peppino Di Capri è una grande responsabilità ma come sei giunto a quel ruolo e qual è stato il momento in cui hai capito che quel ruolo era tuo?
Confermo che ho sentito una grande responsabilità, soprattutto perché con un biopic ti raffronti con una verità che è quella storica, non è solo quella dell’ immaginario di chi ha scritto il copione, che può essere in qualche modo “contrattata”. Figurati poi quando la persona che interpreti è vivente, il carico di responsabilità aumenta considerevolmente proprio nei riguardi di quella persona. Diciamo che, pur rispettando molto il pubblico e augurandomi che possa apprezzare la mia interpretazione, emotivamente non ho praticamente quasi mai considerato la credibilità agli occhi degli spettatori quanto quella agli occhi di Peppino. E’ a lui che ho voluto rendere omaggio in qualche modo e sarebbe terribile pensare che, rivedendosi in quella interpretazione, si possa sentire frainteso o addirittura offeso.
È un approccio molto sensibile questo, d’altronde so che hai sostenuto diversi provini prima di essere scelto.
Eh sì, i provini sono stati davvero estenuanti. Ho sostenuto, se ricordo bene, almeno quattro appuntamenti che si sono protratti per tre o quattro ore ciascuno. Non mi era mai capitato di fare provini così lunghi prima, d’altronde non si trattava semplicemente di imparare una parte, ma di entrare in sintonia con il personaggio e, fin da subito, cercare di essere credibile come Peppino.
Per fortuna, essendo anche musicista, conoscevo già alcuni dei pezzi di Peppino, il che mi ha aiutato a entrare nel personaggio sin dalle prime prove.
E come hai vissuto il momento in cui, dopo questi appuntamenti, hai saputo che il ruolo era tuo?
Oh, ti racconto questa cosa fantastica (ride). E’ andata così, nei giorni d’attesa mi tormentavo chiedendomi se fossi stato scelto, c’era molta tensione. Avevo mia madre a casa e anche lei mi domandava continuamente: “Allora, hai saputo qualcosa?”. E io: “Mamma per favore, io già c’ho il mio e cerco di non pensarci, tanto quando deve arrivare la risposta arriverà“! E le dico: “Facciamo così, se dovessi essere preso mi vedrai tornare a casa con una bottiglia di champagne“. Così ho fatto, ho il video di quel momento che mi fece un amico. Tornato dall’ennesimo provino, quello in cui mi confermarono che la parte era mia, mamma aprì la porta e quando realizzò che avevo una bottiglia di champagne in mano, nei suoi occhi ho letto l’importanza di quello che avrei fatto. Sai io ho l’abitudine a sottostimare le cose che faccio, ma è solo la mia modalità per poterle fare con serenità.

Alla fine viviamo e diamo un senso alle cose della vita anche attraverso gli occhi degli altri, in questo caso quelli amorevoli di tua madre.
Esattamente! Proprio l’altra sera siamo tornati sull’argomento e le ho ribadito quanto fosse stato importante per me vedere il suo sguardo in quel momento.
Mi dicevi che sei anche un musicista, una volta confermato il ruolo, come ti sei preparato per entrare nel personaggio di Peppino dal punto di vista musicale?
La preparazione canora è stata frutto di un intenso lavoro con una vocal coach a Roma, che mi ha aiutato ad ottenere proprio la vocalità di Peppino. Io canto anche, ma farlo con la voce di un altro, è un lavoro completamente diverso.
E poi, per quanto riguarda il pianoforte, che è stato fra gli strumenti che ho studiato e anche suonato, anche se io sono un trombettista jazz nello specifico, ricordo che durante il primo incontro con Peppino, lui mi sentì suonare e mi disse: “Sei bravo ma sul pianoforte metti troppe note, fai troppe cose, all’epoca…nun se sunava acchussì“. In effetti ho dovuto fare un pò di sottrazione, suonare in maniera più semplice, meno articolata, in linea con lo stile dell’epoca.
C’è stato un aspetto del suo modo di fare musica che ti ha particolarmente colpito?
La cosa che ho sempre tenuto a fuoco nel canto è l’utilizzo ritmico della voce, come articolava le parole, Peppino dava alla frase una certa pulsione ritmica e mi sono chiesto se fosse proprio questa sua particolarità che faceva ballare le persone.
Qual è stata la scena più emozionante o difficile da girare?
Guarda sono state due le scene più emozionanti da girare, anche se una di queste è stata parzialmente tagliata in fase di montaggio. La prima è quella in cui Peppino, in un momento di depressione per essere stato definito “fuori moda”, viene raggiunto dalla madre che lo trova in condizioni, come dire, non ottimali. La madre quindi lo stimola, lo stuzzica come solo una madre sa fare, facendogli riscoprire quel senso di accoglienza che, da bambino, ti insegna a credere nel mondo, a sentirti appunto accolto dal mondo. Girare quella scena è stato tosto, perché attingere a emozioni così profonde porta inevitabilmente al pianto, e gestire quelle sensazioni non è semplice.
L’altra scena, quella di ‘Champagne’, è altrettanto speciale: in quel momento, Peppino e Giuliana comunicano quasi esclusivamente con lo sguardo e con una canzone, creando un linguaggio muto ma estremamente evocativo.


Interpreti il personaggio dai 16 ai 34 anni, e tu ne hai 25, giusto?
Esatto. Escludendo l’infanzia, interpreto Peppino dai suoi 16 anni fino ai 34 anni, età in cui vinse il Festival di Sanremo per la prima volta.
E come hai vissuto i passaggi d’età nel look di Peppino, considerando che a 16 anni si è ragazzini e a 34, giovani adulti?
Ah, mi hai fatto ricordare il “demone della parrucca” (ride)! Negli anni Settanta, Peppino era inconfondibile con quel “capoccione” pieno di capelli. Siccome i film si girano a scene, capitava che un giorno dovessi fare la scena di Peppino a sedici anni e in quella dopo, di Peppino a 34. Quindi la parrucca è stata l’elemento chiave del look per enfatizzare i cambi d’età: “Schiatti la parrucca in testa e vai”! (ride). Inoltre, ho dovuto simulare un leggero ingrassamento con i costumi, per rendere il cambiamento in modo credibile.
Come è stato lavorare con Cinzia Th-Torrini? Era la prima volta che collaboravi con lei?
Assolutamente sì. Lavorare con Cinzia è stata un’esperienza stupenda: fin dal primo incontro il nostro rapporto è stato molto confidenziale e aperto al dialogo. Questo ci ha consentito di lavorare molto bene. Ha saputo accogliere la mia creatività nella sua visione, facendoci sentire tutti parte di un vero gioco di squadra. Se avevo proposte da fare era sempre aperta e disponibile.
Proprio perché giravamo nella stessa giornata, una volta una scena di Peppino adolescente e quella dopo di lui adulto, chiaramente cambiano anche molti asset strutturali e personologici del personaggio e Cinzia mi assisteva costantemente nel riadattarmi al momento, ricordo che mi diceva: “Guarda Francè qui adesso hai 34 anni, il tuo rapporto con le donne è diverso, non sei più ragazzino, ora anche il tuo rapporto col palco e la musica è più sicuro di quello che avevi da ragazzo“. Il suo supporto è stato importantissimo.
Hai mai pensato di unire recitazione e musica in un tuo progetto personale?
Assolutamente sì. Nei miei lavori teatrali ho quasi sempre lavorato nel teatro musicale dove recitazione, musica e canto stanno assieme. Per me è il massimo, sono le due fonti espressive che mi rappresentano e che fondendosi tra loro ne moltiplicano l’intensità.


L’infanzia di Francesco Del Gaudio
Raccontami del bambino che eri. Che tipo di infanzia hai avuto? Da dove nasce tutto?
Fin da piccolo mi sono sempre sentito un po’ “anomalo” per via dei miei interessi. Non ho mai toccato un pallone in vita mia, mai giocato coi soldatini e non ti nascondo che sono stato spesso escluso ed isolato per questo. Io coltivavo una passione particolare per le piante (oggi ne ho 96 in casa!), per gli animali (ho avuto fino a 30 canarini) e, naturalmente, per la musica. Per i bambini l’unico punto di contatto sono le attività e venendo meno a quelle, non avevo molti amici. Ho iniziato a suonare le percussioni a soli tre anni, mentre la recitazione non l’avevo mai presa in considerazione da bambino seppur ricordo che avevo la percezione dello sguardo degli altri su di me. Con gli anni ho capito sempre meglio che fare l’ artista è qualcosa che si ha dentro.
Si dice che le passioni e le attitudini che abbiamo da bambini rappresentino la nostra vera essenza e che riuscire a preservarle e dar loro forma anche da adulti sia un vero privilegio e rappresenti la vera libertà.
E’ proprio cosi e devo dire che è una libertà alla quale bisogna essere educati. Intendo non solo la libertà che il genitore ti concede di fare il percorso che ritieni più opportuno per te, ma anche la libertà che hai imparato di concederti di fare il percorso che tu ritieni giusto per te. Io per esempio, prima di essere iscritto al conservatorio, m’ ero iscritto a Psicologia, l’ho studiata per tre anni mentre già lavoravo a teatro; però al terzo anno, che come sai è quello vicino alla laurea, ho abbandonato e mi sono iscritto al Conservatorio, perché credo che concedersi il diritto di cambiare rotta sia fondamentale per un semplice motivo, questa vita porta il mio nome e non quello di qualcun altro.

Concordo pienamente con te, ahimè vedo tanto smarrimento nella gente di tutte le età, ma ancor più nei giovani se vogliamo, e questo onestamente è un peccato.
Per me questo smarrimento nasce proprio dallo scollamento della percezione di ciò che ci rende felici, cioè siamo scollati da questa percezione, tutto qui.
E qual è il tuo personale rimedio?
La psicoterapia. Scusami, l’ ho detto in maniera un po’ semplice, ma è la verità.
Beh, di fatto ne avevi comunque fatto anche motivo di studio. È chiaro che tu sia una persona profonda, direi che questo è assolutamente molto chiaro.
E questo è stato anche un altro dei motivi del mio isolamento da bambino.
E qual è oggi il posto, o l’ abitudine, che ti aiuta a ritrovare l’ equilibrio?
Di solito ascoltare. Io in generale ho un appuntamento fisso con un mio amico che vive vicino casa mia e che io definisco “l’altro me nel mondo“. E’ un musicista anche lui e noi ci vediamo tutti i giorni della nostra vita, tranne quando siamo fuori per lavoro. La sera, sul suo terrazzo ascoltiamo musica e cominciamo a parlare di tutte le cose, non tanto di avvenimenti quotidiani quanto di riflessioni più profonde sulle emozioni interiori.
Dal punto di vista professionale, dopo questa esperienza hai nuovi progetti in cantiere. A cosa stai lavorando attualmente?
Per quanto riguarda la recitazione, sto affrontando nuovi provini, quindi al momento è tutto abbastanza incerto. Musicalmente, invece, ho ripreso a suonare con diverse formazioni: ad eccezione della musica classica, esploro vari generi, dall’R&B al funky, ma comunque resto un jazzista in fondo.


Una curiosità: come è il tuo rapporto con i social?
Pessimo, il mio rapporto coi social è proprio pessimo, guarda, ti dico questo, ho comprato un iPhone di ultima generazione qualche mese fa, prima avevo un telefono di m+++.
L’ ho comprato perché era capitato che facessi delle stories per invitare i miei followers a seguire delle cose e le immagini erano tutte pixelate e di bassa qualità, mi sembrava che fosse estremo anche quello. Diciamo che ho fatto un passaggio più evoluto, più moderno, veramente, per pudore, non so come dire. In fondo però odio le dinamiche che ci sono dietro e in cui sono inevitabilmente invischiato.
Soffro moltissimo al pensiero di dover restituire una determinata immagine. Io che voglio recitare, voglio farlo sotto il nome di Peppino, di Amleto, di Re Lear, non di Francesco. Mi piace la privacy che permette di vivere autenticamente la nostra vita.


Che cosa vorresti che si dicesse di te?
Vorrei che si dicesse: “Francesco dice sempre che questa vita porta il mio nome e la tua il tuo“!
Ph: Alexander Moore
Film: Marco Megueni
AD e Stylist: Vito Rodriguez
Hair & Mua: Filippo Monzio
Location: Spazio Owlaround
Special thanks: Andreas Mercante, Edoardo Andrini
Domingo Communication, Pil Communication
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