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Redazione Starssystem
cultura issue 2

Quel codice aperto chiamato Corpo

Contraddicendo le conquiste acquisite dalle sapienze antiche, intere generazioni si sono come schivate davanti allo specchio, costrette dalla mentalità dominante a un certo analfabetismo funzionale del proprio corpo, come occhi che si illuminano d’immenso davanti a grandi ideali e valori universali, ma incapaci di codificarli in se stessi.

Coesiste da quando siamo ancora dentro alla pancia di nostra madre e, con fatica, ce lo trasciniamo dietro (più o meno integro) dal primo nostro istante fino all’ultimo respiro. Non c’è niente che ci sia più familiare eppure, a volte – soprattutto nel tempo dell’adolescenza -, sembra quasi di non riconoscerlo o di confonderlo con l’immagine ideale che ne abbiamo. Nella presenza come nell’assenza può essere – mai separato dagli umori – un peso insostenibile oppure uno scudo, una macchina del tempo o un’arma di seduzione e quindi, in qualche modo, uno strumento di potere.

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“È il mio corpo che cambia nella forma e nel colore”, cantava Piero Pelù. E il corpo è il protagonista della nostra riflessione, e ha finalmente ripreso il posto che meritava nell’eterno dibattito intorno all’uomo, dopo secoli di esilio coatto. Dov’era finita la fisicità? Era stata bandita, messa fuori dalla porta dal pensiero occidentale a causa di un’insensata e shakespeariana contrapposizione tra mente e anima. Da lì in poi l’uomo è stato costretto ad “avere” un corpo, percepito a volte come un fastidio rispetto ai sensi più alti, alle componenti umane come appunto la mente e l’animo, il pensiero e le emozioni.

Parafrasando Kant, non può esserci il cielo stellato sopra di noi se esso poi non vive dentro di noi, sulla nostra pelle, dentro le fibre del corpo, appunto. “I’d gladly surrender myself to you body and soul” cantavano Tony Bennett e Amy Winehouse, suggerendoci una pista da seguire. Partendo da quel myself come punto centrale per l’armonia mente- corpo si inizia con l’affermare perentoriamente che noi non abbiamo, ma siamo il nostro corpo in una unità e una individualità unica e irripetibile, senza soluzioni di continuità. Ciò detto, mente e corpo sono due registri di una soggettività unica, che li armonizza e li destabilizza in base a una infinità di variabili. Questa visione, che la filosofia chiama monismo (siamo mono, una sola cosa), si situa nella linea rimarcata da Nietzsche, il grande difensore del corpo e del dionisiaco:

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“Io ho una parola da dire a coloro che disprezzano il corpo… disfarsi del proprio corpo è come vivere muti… l’uomo che si è risvegliato alla coscienza e alla conoscenza, dice: ‘Io sono corpo tutto intero e nient’altro all’infuori di ciò”. E mentre le accademie procedevano per stop and go, letteratura e arte non avevano e non hanno nessun dubbio a non separare tali dimensioni nell’uomo poiché il corpo è un libro che si apre senza il nostro controllo: penso alla tenerezza benevola di Dante nei confronti di Paolo e Francesca (“Amor ch’al cor gentil ratto s’apprende”), così come – per fare un bel salto – alla sensualità di William Shakespeare (“Guarda come appoggia la guancia alla sua mano: oh, potessi essere io il guanto di quella mano e poter così sfiorare quella guancia!” – Romeo e Giulietta Atto II Scena II).

Mente e Corpo – nella varietà delle loro manifestazioni – possiedono tratti comuni che possiamo definire “parole chiave” attraverso le quali sappiamo quanto l’uomo (mens et corpus) sia un codice da interpretare. La prima password – ci dicono le neuroscienze – è il riconoscimento: sia la mente sia il corpo, infatti, riconoscono se stessi e i loro componenti come tali – il cosiddetto self – e distinguono tutto ciò che gli è invece estraneo (non-self); ed è il motivo, ad esempio, per cui rigettiamo un trapianto. E per entrambi i sistemi, la mancata coscienza di sé, ovvero l’incapacità di differenziare il self dal non-self, è causa di fragilità e cedimento psicofisico. Una seconda parola chiave è la memoria, ovvero mente e cuore ricordano le informazioni anche con modalità remote come file nascosti e invisibili nelle cartelle del nostro sistema operativo. In concreto, messi in connessione armonica, mente e cuore rileggono le situazioni e forniscono a ciascuno di noi il modo per gestire le situazioni di criticità positiva o negativa.

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Happy ending? Tutt’altro. Prevale – come costante culturale degli ultimi tempi – uno stato di instabilità permanente che sembra schiacciare la complessità dell’esistenza che non è sinonimo, di per sé, di negatività. I sociologi chiamano questo approccio una società post-umana, che tenta di far indietreggiare dalla vita ogni limite fisico e mentale, e di modificarne le frontiere, di spingere sempre oltre i giusti confini dell’individualità umana. Ne sono significative quelle che chiamerei gli squilibri 2.0, che spremono come limoni i corpi delle persone chiedendo cambiamenti impossibili e comunque non supportati da un equilibrio emotivo e motivazionale.

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Si sta studiando – e non è una boutade – il gomito del selfista (sovraccarico ripetuto e compulsivo delle articolazioni del polso) – dopo i già accertati mal da joystick, il pollice da Playstation, la tendinite da mouse e il text neck, per chi tiene il collo sempre piegato su tablet e cellulari. Cosa sono questi esempi se non simboli ideal-tipici di un overload informativo ed emotivo risolvibile con un coraggioso reboot di tutto il nostro sistema? Sarebbe necessario cominciare ad ascoltare ciò che mente e corpo dicono dalla periferia fino al centro di ciascuno di noi. Ecco perché parliamo di ben-essere integrato come la sintesi di diversi interventi: dal supporto dell’autostima alla gestione dello stress, garantendo il confronto e il sostegno sociale o dando una nuova possibilità di lettura agli eventi, oppure tramite l’uso di frasi di incoraggiamento. Bisogna infondere anche il senso di auto-efficacia: se il soggetto si reputa responsabile del proprio stato di salute è maggiormente incentivato a perseguire pratiche igieniche, scelte di vita e relazionali a supporto del proprio benessere. Viceversa sarà egli stesso artefice del proprio disagio.

By Giuseppe Trapani

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