“Libere” di Armando Cecatiello – Storie vere di donne che hanno sconfitto la violenza
“C’è un momento in cui il silenzio pesa più delle urla”
LIBERE è il nuovo libro di Armando Cecatiello, disponibile su Amazon in formato cartaceo e eBook, avvocato familiarista da oltre trent’anni al fianco delle donne vittime di abusi, nella tutela dei diritti delle famiglie e dei minori. Pioniere della pratica collaborativa in Italia e promotore dei metodi alternativi alla giustizia contenziosa, l’Avv. Cecatiello oltre all’attività forense svolge un’intensa opera di formazione rivolta ad avvocati, mediatori e operatori sociali, con un focus sulla protezione dei soggetti vulnerabili. È Curatore Speciale presso il Tribunale di Milano e membro di organizzazioni internazionali come IACP, IBA, UIA e AIAF.
Ha scritto diversi saggi tecnici e divulgativi ed è stato selezionato dalla rivista statunitense di attualità economica e finanziaria Forbes, tra i 100 top professionisti italiani, ha collaborato con la testata anche come autore e divulgatore.
“LIBERE nasce da un’urgenza professionale e umana – queste le parole dell’Avv. Cecatiello – Dopo tanti anni di ascolto, studio e difesa nei tribunali, sentivo il bisogno di restituire voce alle donne che ho incontrato, testimoniando le loro rinascite. È un libro che nasce per raccontare la forza che si cela dietro la sofferenza, la resilienza che spesso passa inosservata nei freddi atti processuali”
Di fatti c’è un modo nuovo di parlare di violenza sulle donne:
“raccontare chi ce l’ha fatta!”
Ed è proprio questa la forza di LIBERE. Storie di donne che hanno sconfitto violenza e abusi. Dieci storie vere, romanzate per tutelare l’identità delle protagoniste ma tratte da esperienze professionali reali: donne comuni, di ogni età e contesto sociale, che hanno trovato il coraggio di rompere il silenzio e ricominciare.
“Non basta denunciare – continua dell’Avv. Cecatiello – serve raccontare la possibilità concreta di uscire dal tunnel. Questo libro nasce per dare voce a chi ha vinto la paura”
Le protagoniste sono sopravvissute a violenza domestica, manipolazione, isolamento economico, controllo digitale. Ma non sono vittime: sono testimoni di rinascita. Ogni racconto è costruito con cura narrativa e rispetto, e si chiude con una nota di speranza, un segno concreto che uscire è possibile, anche nei casi più duri.

Chi sono le donne “Libere” di Armando Cecatiello
Avvocato, chi erano le donne LIBERE che racconta nel libro?
Erano donne comuni, spesso invisibili agli occhi della società.
Donne che hanno amato e sono state tradite dall’amore, che hanno subito violenza fisica, psicologica, economica o affettiva. Sono madri, figlie, professioniste, giovani e mature. Diverse per età e storia, diverse per ceto sociale ma tutte accomunate dal coraggio di riprendersi la propria vita la propria libertà.
Mentre chi sono, oggi, le donne LIBERE?
Sono quelle che, nonostante la paura, le difficoltà hanno scelto di credere di nuovo in sé stesse.
Quelle che hanno intrapreso un percorso per uscire dalla violenza, ma anche quelle che iniziano a riconoscerla. Essere “libera” non significa non aver mai avuto paura, ma aver scelto di non restarne prigioniere.
Cosa vuol dire la parola “libera”?
Essere “libera” è uno stato dell’anima.
È poter scegliere senza paura, camminare senza catene invisibili, dire “no” senza colpa e dire “sì” senza timore. È per le donne la consapevolezza di avere il diritto di esistere per ciò che sono, non per come gli altri le vogliono.
Il percorso di rinascita è sempre lungo e faticoso. Le cicatrici ci sono e ci saranno per sempre. Quante di queste donne LIBERE hanno accettato il dolore o meglio quante di loro l’hanno accettato e imparato a conviverci?
La quasi totalità.
Accettare il dolore è un passaggio chiave. Alcune di loro ne hanno fatto un motore, altre un monito, ma tutte lo hanno trasformato. Le cicatrici non vanno via, ma diventano segni di forza.
Tra le donne LIBERE che racconta, quale l’ha toccata emotivamente in quanto uomo e non avvocato.
Quella di una donna che, dopo anni di violenza psicologica sottile e costante, ha detto:
“Mi ero dimenticata chi ero”
La sua rinascita è stata anche quella dei suoi figli. Come uomo, ho provato anche vergogna per quello che era riuscito a fare un altro uomo.
Mia curiosità; come mai si interessa di violenza sulle donne?
Mi occupo di diritto di famiglia da quasi trenta anni e, purtroppo, la violenza domestica è molto diffusa a volte solo psicologica ed economica. Incontro donne che mi raccontano di matrimoni finiti per un tradimento, per disaffezione che in realtà si vogliono separare per dire basta alla violenza. Si vergognano per quello che subiscono. Come avvocato non posso far finta di non vedere. Ho ascoltato troppe storie taciute. Ho visto i danni devastanti della violenza invisibile. E ho capito che un avvocato può essere anche un ponte verso la consapevolezza. È una scelta etica, prima che professionale e occorre poi avere la consapevolezza di dover necessariamente collaborare con altre figure professionali, mi riferisco ad esempio a psicologi, assistenti sociali, educatori e ciò per poter dare una risposta effettiva ed efficace.
La risposta che per fortuna le donne ricevono dai centri antiviolenza che sono sempre di più e sempre più efficaci.
Magari non tutti lo sanno; cosa può fare un avvocato?
Molto più che solo difendere in aula.
Può ascoltare senza giudicare, informare con chiarezza, suggerire percorsi alternativi quando sono percorribili, e, soprattutto, può aiutare a recuperare fiducia nella giustizia.
Prima che parta la macchina giudiziaria cosa è bene fare/sapere?
È fondamentale rivolgersi ad avvocati specializzati o ai centri antiviolenza, raccogliere prove, parlare con professionisti esperti. Ma soprattutto non sentirsi sole. Sapere che esistono strumenti e tutele, e che si può iniziare un percorso in sicurezza.
Oggi il livello di attenzione è alto, ma dal punto di vista legale cosa non sta funzionando come dovrebbe nella gestione di questa emergenza?
Dobbiamo pensare che in Italia si fa molto e per fortuna i casi drammatici che finiscono sui giornali sono solo una piccola parte delle situazioni che hanno un esito positivo.
Dobbiamo comunque tutti attivarci per azzerare il numero delle donne vittime. La giustizia a volte è ancora lenta e frammentata perché in alcune circostanze manca un vero raccordo tra autorità giudiziaria, servizi sociali e territorio. Inoltre, non sempre la formazione degli operatori è adeguata alla complessità del fenomeno anche se rispetto al passato, quando non avevano leggi specifiche a tutela delle donne, abbiamo fatto passi da gigante.
Rispetto a ieri è più facile denunciare. Ma quali strumenti hanno le donne per contrastare la violenza, oggi?
Centri antiviolenza, numero 1522, avvocati specializzati, case rifugio, nuove misure cautelari, interventi anche del giudice civile, sostegno psicologico e sociale. Ma soprattutto una rete che oggi è molto più attenta di ieri.
Nonostante la grande attenzione posta sul tema, stando ai dati è ancora troppo bassa la percentuale di denunce. Come lo spiega?
Perché la paura è reale e leggere quotidianamente di donne che fanno una fine tremenda non aiuta.
Non ci sono mai notizie di donne che sono riuscite ad uscire dalla spirale della violenza e quando i media raccontano le sentenze di condanna degli abusanti lo fanno in sordina. In ogni caso denunciare significa esporsi, perdere certezze, affrontare a volte una seconda violenza: quella del giudizio, del sospetto, della burocrazia. Perché spesso c’ è poca consapevolezza delle tutele offerte dalla legge e delle tutele date dalle associazioni e dai centri antiviolenza.
Oltre alla paura cos’è che blocca una donna nel denunciare?
Oltre alla paura a volte sono la dipendenza economica, il timore per i figli, la vergogna, l’isolamento, il pensiero “non mi crederanno” a bloccare. E spesso anche l’illusione che lui cambierà o meglio che lo riusciranno a cambiare.
Cosa, invece, le spinge a denunciare?
La consapevolezza di quello che le sta accadendo che spesso scoprono nei nostri studi. L’amore per i figli. L’incontro con qualcuno che le ascolta davvero. E quella voce interiore che un giorno diventa più forte della paura.
Sarà banale e ripetitiva come domanda, ma quali sono i primi segnali che devono mettere in guardia una donna?
Il controllo, l’isolamento, la svalutazione, la gelosia eccessiva, il bisogno di dominare.
La violenza non inizia con uno schiaffo, ma con una parola che ferisce da un piccolo gesto. Le chiamo RED flag!
Ne parlo nel libro.
Cosa, invece, deve fare una persona vicina a una donna vittima di violenza, nel spingerla a chiedere aiuto?
Ascoltare, non giudicare, non forzare.
Offrire aiuto concreto, accompagnarla, darle tempo. Farle sapere che non è sola. Esserci con la consapevolezza che è difficile uscire dalla spirale della violenza.
Cosa vorrebbe dire a tutte quelle donne che non denunciano per paura…
Che la paura è comprensibile, ma non può vincere sulla loro vita. Che non sono loro a doversi vergognare. Che fuori c’è un mondo disposto ad aiutarle.
Pensando alla risonanza mediatica di queste tematiche e alla necessità di puntare i riflettori su abusi e violenze. Il ruolo dei media possono rappresentare un mezzo per informare le donne sui propri diritti, anche dal punto di vista legale?
Assolutamente sì.
Se fatto con responsabilità, il giornalismo può diventare uno strumento potente di informazione e prevenzione. Può cambiare le narrazioni tossiche. Parlare oggi, insieme, di donne che sono uscite dalla spirale della violenza è già di per sé un aiuto.
Si è mai chiesto il perché molte di queste donne si attribuiscono la colpa di quello che succede loro?
Perché la violenza lavora sulla psiche.
Fa sentire sbagliate, inadeguate. Ma la colpa non è mai della vittima.
Mai.
Ci sono delle risposte biochimiche del cervello alla violenza. Ora ne abbiamo evidenze scientifiche.
Tutte le violenze sono da condannare, ma qual è la più pericolosa tra quella fisica, psicologica, economica e affettiva?
Quella invisibile.
Quella che non lascia lividi ma ti svuota dentro: quella psicologica è sempre di più quella economica che in una società come la nostra paralizza. Ma tutte vanno riconosciute e combattute con fermezza.
La gelosia ossessiva e la pretesa di controllare la vita dell’altro?
Sono segnali inequivocabili di abuso.
Non sono amore, sono prevaricazione. Vanno chiamate col loro nome: violenza.
Invece come nasce la violenza domestica?
Dalla fragilità mascherata da potere, dalla paura del cambiamento, dall’idea distorta di amore come possesso. Ma anche da una sottocultura che ancora la giustifica che svilisce la donna. Si pensi ai testi di molte canzoni che ascoltano i nostri ragazzi dove le donne sono prede, merce, dipinte come interessate solo ai soldi e all’immagine.
Quant’è importante la cultura del rispetto?
Fondamentale.
È la base di ogni relazione sana. Rispetto per sé stessi e per l’altro. Lo impariamo in famiglia, a scuola, nella società.
Invece quant’è importante la prevenzione, partendo dalla scuola.
Indispensabile.
I bambini devono imparare da subito che l’amore non è controllo, che il no va rispettato, che la parità non è un favore. Empatia, capacità di comunicare bene insieme a tutte le altre life skills sono diventati insegnamenti obbligatori nelle scuole, speriamo che le indicazioni ministeriali dello scorso novembre vengano prese seriamente dalle istituzioni scolastiche.
Prevede delle presentazioni di LIBERE nelle scuole?
Sì, assolutamente.
Parlare con i giovani è il primo passo per un cambiamento vero.
LIBERE può essere uno strumento educativo.
C’è una persona alla quale vorrebbe regalare una copia del libro LIBERE? Se sì, chi se posso e perché…
A ogni ragazza.
A ogni donna che ancora pensa di non valere. Alle donne che ho difeso e che sono riuscite a farcela.
Invece a chi dobbiamo vivamente consigliare la lettura di LIBERE?
A tutti.
Uomini, donne, giovani, educatori, professionisti del diritto.
Perché la violenza non è un problema femminile.
È un problema di tutti.
Cosa vorrebbe lasciare al lettore, una volta chiuso il libro e riposto nella libreria della propria casa?
La consapevolezza che la libertà è un diritto.
Che la dignità non si negozia. Che anche nel dolore si può trovare speranza.
Lei cosa si porta a casa grazie a LIBERE?
La gratitudine di avere potuto essere testimone di storie che insegnano più di mille manuali. E la certezza che il cambiamento, seppur lo stiamo percependo come estremante lento, è in atto.
Si potrà mai raggiungere la parità di genere?
Sì, se smettiamo di considerarla un traguardo femminile.
È una responsabilità collettiva. Serve coraggio, cultura, e tanta coerenza.
LIBERE. Storie di donne che hanno sconfitto violenza e abusi.
Un libro che non si limita a raccontare la violenza: racconta la via d’uscita.
Uno strumento di consapevolezza per chi è ancora dentro la spirale dell’abuso.
Una lettura necessaria per chi lavora nelle scuole, nei tribunali e nei centri antiviolenza.

Lunedì 7 luglio ore 19:00 presso il Museo della Scienza a Milano, l’Avv. Armando Cecatiello presenterà il suo libro, un’occasione unica per scoprire che la LIBERTA’ è il diritto dell’anima di respirare.
Non permettiamo a nessuno di toglierci il respiro!
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