Antonio Vivenzio – Il cibo tra mito e molecola
Il cibo e la cucina occupano oggi il centro della scena, emancipati dalla loro primitiva finalità di necessità giornaliera per farsi fenomeno culturale complesso. In essi confluiscono tendenze e visioni del mondo, stili di vita e tensioni etiche, dialogando con la sostenibilità, la memoria della tradizione e persino con l’universo della moda e del lusso. L’atto del nutrirsi si trasforma così in sperimentazione immersiva, dove ingredienti autentici e salutari incontrano una cura estetica raffinata, capace di coniugare piacere sensoriale e consapevolezza.
In questa prospettiva, il cibo è “di moda” perché diviene specchio dell’identità individuale – espressione di valori come il vigore, il rispetto per l’ambiente e il legame con le origini – , perché promette esperienze rarefatte e coinvolgenti, perché si esprime con un lessico visivo potente, amplificato dai social, e infine perché si fonde con il lifestyle, assumendo la stessa funzione rappresentativa dell’abito: dichiarare chi siamo, e come scegliamo di abitare la società.
Siamo dunque sollecitati da un’inflazione di stimoli, televisivi e mondani, ma soprattutto letterari: trattati e testi vari legati alla nutrizione, alcuni eccessivamente frivoli, molti altri decisamente faticosi e noiosetti, che si propongono con ambizioni dogmatiche, con severità da manuale; emerge però, da tale contesto serioso di divulgazione scientifica, un libro gradevolissimo, che pur nell’autorevolezza delle argomentazioni, si offre come un cammino colto e lieve, dove il gesto quotidiano dell’alimentarsi incontra le verità della ricerca, le stratificazioni della storia e della mitologia, oltre che una poetica interazione di aneddoti personali, umanissimi. Infatti “Il cibo tra mito e molecola”, del dr. Antonio Vivenzio, si muove sul confine tra rigore e divagazione, tra il dato misurabile e accertato e quella sorta di narrazione curiosa che da sempre accompagna ciò che portiamo alla bocca.
Il timbro delle pagine volutamente colloquiale si lega mirabilmente all’accuratezza delle informazioni e grazie a questo binomio conoscenza/familiarità, la comunicazione riesce accessibile: la voce che attraversa i capitoli è quella di una conversazione ipotetica, intima e conviviale, davanti a un piatto condiviso, dove si intrecciano benessere fisico e pratiche gastronomiche, scoperte moderne e rievocazioni d’infanzia. Ed è in questo spazio informale che il sapere diventa vivo.
La formazione del dr. Antonio Vivenzio
La personalità e l’articolata esperienza professionale dell’autore hanno sicuramente giocato un ruolo significativo: Vivenzio, laureato in medicina e chirurgia nonché specialista in Scienze dell’Alimentazione, vanta un importante trascorso in qualità di ufficiale medico nella Marina Militare. Partecipando a missioni nazionali e internazionali sia in imbarco che in teatro operativo terrestre, come capo componente sanitaria, ha evidentemente maturato un’erudizione, una consapevolezza e una sensibilità di rara completezza, venendo a contatto con abitudini, ambiti e civiltà differenti. Una dimistichezza con realtà lontane ben presente nel volume, anche tramite deliziosi siparietti, brevi racconti di proprie avventure. “Ricordo ancora vividamente il giorno in cui andammo a fare il bagno in un wadi, una di quelle meravigliose oasi nel deserto che sembrano scolpite nel tempo: rocce rosse, cascate limpide, palme da dattero e un silenzio assoluto rotto solo dal vento caldo e dall’acqua che scorreva tra le pietre. Intorno a noi, a terra, decine di datteri maturi caduti dagli alberi, dolcissimi e caldi di sole, che raccogliemmo e gustammo come un dono naturale, in mezzo al nulla. In quel momento, quei frutti così semplici e antichi, racchiudevano tutta l’essenza della cultura mediorientale: accoglienza, sobrietà, essenzialità, energia. Capire in quel contesto perché nella tradizione islamica i datteri siano spesso il primo alimento con cui si rompe il digiuno del Ramadan fu quasi immediato: non c’è solo il valore energetico, ma anche un significato simbolico di rinascita, di dolcezza che rompe la fatica. In quel gesto spontaneo, in quella oasi in mezzo al deserto, sentii la connessione tra nutrizione, cultura e paesaggio”.
Una rapida, affabile parentesi di prosa che affianca alleggerendoli, nel settore “Colazione” (l’opera è suddivisa in colazione/pranzo/cena) peculiari nozioni riguardanti il frutto in questione, quali zuccheri semplici, fibre, potassio, magnesio, polifenoli… Ecco la magia, alla fine si acquisiscono le proprietà del dattero senza accorgersene e con il garbo distensivo di una lettura.
Si è accennato alla composizione del testo; dunque: colazione/pranzo/cena. L’idea germinale è vincente, elementare e insieme arcaica: comporre un menù ideale, dalla prima luce del mattino fino al silenzio della sera, e lasciare che ogni alimento schiuda una soglia attraverso la quale entrare in dimensioni inattese, poiché ogni cibo parla una lingua segreta, e spesso cela più di quanto non mostri, sia in positivo che in negativo. Accanto alle evidenze delle scoperte scientifiche più recenti, affiorano miti remoti, proverbi sedimentati e aforismi famosi, consuetudini popolari e frammenti di rimembranze private, come se lo scibile potesse essere trasmesso anche per eco e risonanze.
Le vivande che ingeriamo sono il ritratto della nostra individualità, delle consuetudini, delle nostalgie più tenere e finanche delle incoerenze e delle fragilità. Già Feuerbach, nel XIX secolo, con la sua celebre affermazione “L’uomo è ciò che mangia”, intendeva che intelletto e psiche sono influenzati dalle condizioni materiali in cui viviamo, e il cibo è parte di queste condizioni. Non solo ci nutre, ma incide anche su stato d’animo, acume ed efficienza. Vivenzio, allarga ulteriormente il concetto asserendo che le nostre scelte alimentari ci identificano: la nostra routine, i nostri vezzi, l’habitat, l’ottica, la formazione, l’educazione… Mangiare in piedi o preparare una pietanza con amore, per esempio, non sono solo due pasti diversi, ma due diversi modi di intendere l’esistenza.
Lo scrittore cerca inoltre di sciogliere cliché e diffidenze: nessun alimento viene a priori assolto o condannato, ma osservato con oculatezza e rispetto. Ciò che appare novità ha spesso radici secolari; ciò che sembra buono a tutti i livelli può racchiudere sbilanciamenti o rischi dietetici, soprattutto nella nostra contemporaneità, dominata dall’abbondanza e dal consumismo, dove l’appagamento del palato è spesso pianificato per assuefare, facendoci cadere nella trappola degli elaborati ipercalorici e industriali e nella dipendenza da sapori artificiali (malauguratamente spesso ottimi) costruiti a tavolino. La giusta rivoluzione, ci suggerisce il dr. Vivenzio, potrebbe risiedere nella semplicità e soprattutto nella moderatezza. Basterebbe assaporare con misura, semplificare il rituale, il passo, il respiro, l’avidità che ci imprigiona, e non per austerità, moda o prescrizioni altrui, ma perché il benessere non conosce divieti.
In un tempo che prospera sulle nostre disattenzioni e cupidigie, prestare ascolto ai segnali del corpo, sfamarlo con riguardo, concedersi alla qualità, costituisce un modo per riappropiarsi di un ritmo interiore dimenticato, di un’identità bistrattata. In fin dei conti, mangiare bene, è un esercizio di libertà, un atto discreto eppure radicale di affetto. Per sé stessi e per la collettività.
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