ORO ROSSO. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo – Riflessioni con Stefania Prandi
Giornalista, scrittrice e fotografa indipendente e freelance. Da anni si occupa di diritti umani, sfruttamento sul lavoro, violenza di genere, questioni sociali, ambiente e cultura. Stiamo parlando di Stefania Prandi e quest’oggi, con lei, vogliamo tornare nel 2018 quando è uscito il suo primo libro; Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo edito da Settenove.
Oro rosso è un’indagine accurata, minuziosa, d’informazione e denuncia, che porta il lettore a riflettere su un problema conosciuto, non nuovo, ma al quale giriamo le spalle nell’indifferenza più assoluta.
Oro rosso è il risultato di una ricerca indipendente, iniziata nel 2016, con oltre centotrenta interviste a lavoratrici, sindacalisti e associazioni che Stefania Prandi ha svolto con i propri mezzi, sullo sfruttamento delle lavoratrici nei campi di raccolta in sud Italia, Marocco e Spagna.
Oro rosso è un libro da leggere e da fare leggere!

Com’è nato “Oro rosso” il libro inchiesta di Stefania Prandi
Stefania, quando e perché decidi di ‘denunciare’ la vita, ma soprattutto lo sfruttamento della manodopera femminile nel Mediterraneo?
Ho iniziato a occuparmi di questioni di sfruttamento sul lavoro in agricoltura in relazione al genere anni fa dopo aver letto un articolo di Antonello Mangano sullo sfruttamento lavorativo e il ricatto sessuale delle braccianti romene, nei campi di Vittoria, in Sicilia, che raccolgono i pomodorini che arrivano nei mercati e nei supermercati.
Da quel giorno, dato che come giornalista e fotografa mi occupavo di questioni legate ai diritti umani e delle donne, ogni volta che andavo a fare la spesa mi facevo delle domande. Mi chiedevo se lo sfruttamento e il ricatto che le braccianti subivano riguardasse soltanto i pomodorini. E così ho iniziato la ricerca da sola, prima andando in Sicilia, a Vittoria. Poi sono stata in Puglia. Col lavoro Oro rosso mi sono concentrata sul doppio sfruttamento della forza lavoro femminile nelle aree del Mediterraneo dove la maggior parte della forza lavoro in agricoltura è rappresentata dalle donne. Quindi alcune aree italiane, come Vittoria e parti della Puglia, anche se ci sarebbero state anche altre Regioni ma non sono riuscita, per una questione di finanziamenti (tutto il lavoro è stato realizzato con grants e donazioni) la zona di Huelva nel sud della Spagna e la zona di Souss Massa in Marocco. In tutte queste aree la forza lavoro femminile raggiunge l’80 per cento. Sono aree a forte esportazione interna, in certi casi, come Vittoria, ed estera, come Vittoria e Souss Massa. Sono stata a Huelva nel 2017, per un mese, tra aprile e maggio, e nel 2021, per dieci giorni, a maggio.
Quanto è stato difficile questo reportage, visto che lo hai realizzato con grants e donazioni e di fatto da una giornalista freelance?
L’inchiesta, in tutto, tra documentazione, ricerche e interviste sul campo è durata oltre due anni con più di centotrenta interviste tra sindacati, associazioni, ricercatrici, lavoratrici.
Essendo un lavoro da freelance, cioè da giornalista indipendente, la ricerca dei fondi è stata laboriosa perché per ogni zona che ho visitato avevo bisogno di un budget minimo per coprire le spese degli spostamenti, dell’alloggio, di chi mi ha messo in contatto con le lavoratrici e ha tradotto le lingue che non conoscevo, come l’arabo. È stato difficile condurre l’inchiesta a causa della mancanza di consapevolezza e dell’omertà diffusa. Spesso mi è stato consigliato, o meglio intimato, di lasciare perdere.
La violenza sul lavoro, che include molestie sessuali, insulti, aggressioni fisiche, ricatti, fino al vero e proprio stupro, nei paesi del Mediterraneo sui quali mi sono concentrata perché sono tra i principali esportatori di verdura e frutta in Europa, è ancora tabù. È difficile da riconoscere e nominare per associazioni e sindacati, non viene considerata a dovere da chi ha il compito di esercitare la legge e quindi per le donne è difficilissimo sperare di avere giustizia. Ci sono stati anche dei momenti di tensione con minacce varie, anche di morte, in Spagna, nella zona di Huelva, un inseguimento in Marocco per cinquanta chilometri dai guardiani di un’azienda e un altro intoppo che ha rischiato di fare saltare tutto il lavoro.
In generale, comunque, ho cercato di correre un rischio calcolato e ho sempre cercato di andare accompagnata da qualcuno che conoscesse il territorio, anche perché avrei messo a repentaglio le stesse braccianti se qualcosa fosse andato storto. Le lavoratrici vivono sotto scacco perenne: già essere viste in compagnia di una giornalista per loro significa correre il rischio di perdere il lavoro o peggio, di essere picchiate.

Quali sono gli aspetti che metti in luce grazie al tuo lavoro di ricerca grazie al libro Oro rosso?
Oro Rosso è un racconto che si snoda in tre paesi affacciati sul mare Mediterraneo, Italia, Spagna e Marocco, tra i maggiori esportatori di ortaggi e frutta in Europa e nel mondo.
Le braccianti (in maggioranza migranti) che raccolgono le fragole, i frutti rossi e i pomodori che arrivano sulle nostre tavole, non solo sono pagate meno degli uomini e costrette a turni estenuanti, ma vengono molestate sessualmente, ricattate, subiscono violenze verbali, fisiche e stupri. Gli abusi sono sottovalutati. C’è una difficoltà oggettiva a denunciare questi crimini: spesso è impossibile raccogliere prove e testimonianze e quindi c’è scarsa probabilità di ottenere giustizia. Addirittura, si continua a ritenere, in modo più o meno dichiarato, che sia colpa delle donne, perché sarebbero loro a provocare, a starci, ad approfittarsi della situazione.
Oro rosso è un lavoro di denuncia di un sistema del lavoro che rifiuta di agire contro le molestie sessuali. Le molestie sessuali sono un abuso di potere e contribuiscono a mantenere le donne in una posizione subordinata. Non vanno interpretate come incidenti isolati e personali, ma come una questione sociale che riguarda sette donne su dieci nell’arco della vita lavorativa. Le donne vengono molestate in quanto donne, cioè appartenenti al genere femminile. Questo fa sì che le molestie siano una vera e propria discriminazione sessuale.
Lavorare è fondamentale per essere indipendenti, e le molestie sessuali penalizzano l’accesso al reddito da lavoro delle donne.
Tratto dal libro Oro rosso:
“sono al sesto mese di gravidanza, lavoro come le altre, nessuna eccezione.
Partorirò in Marocco.
Il prossimo anno spero di non tornare perché vorrei stare con il mio bambino, ma non so se sarà possibile. La mia famiglia ha bisogno di soldi, contano su di me”.

Le donne di Oro rosso
Chi sono le donne che racconti nel libro Oro rosso?
In generale, nei campi e nelle serre italiane, le donne rappresentano circa un terzo della forza lavoro, ma in alcune aree, dove ad esempio si raccolgono i pomodorini e le fragole, arrivano anche all’ottanta per cento. Secondo sindacaliste e sindacalisti, operatrici e operatori di associazioni e ricercatrici e ricercatori accademici e indipendenti, le donne costano meno degli uomini, pur svolgendo le stesse mansioni, e spesso non riescono a ribellarsi perché hanno sulle spalle il carico familiare e le aspettative sociali. Nel caso delle donne migranti il carico diventa ancora più pesante soprattutto se sono madri single, divorziate oppure hanno mariti disoccupati. Quando le donne si ribellano, rifiutando le violenze, allontanando fisicamente gli aggressori, difendendosi verbalmente, denunciando, lasciando il lavoro, hanno pochissime possibilità di ottenere giustizia.
Nelle culture del Mediterraneo, Italia inclusa, vige ancora un sistema patriarcale, cioè un sistema nel quale gli uomini detengono il potere. Il potere crea uno stato di dominio sui corpi. Esercitare il potere significa anche fondare un sistema di verità interiorizzate collettivamente. Penso ad esempio al fatto che le donne vengono cresciute fin da piccole con l’idea che sia doveroso ubbidire e sacrificarsi, che sia una prerogativa femminile essere mansuete e preoccuparsi per il benessere degli altri. Il potere sfocia nella violenza quando opera sui corpi con la forza ed è ciò che accade quando allo sfruttamento lavorativo ed economico, inteso come assenza di contratti regolari, paghe inadeguate, impossibilità di avere accesso ai servizi igienici e ad abitazioni dignitose, si affiancano le molestie sessuali.
Nelle aree di Italia e Spagna, dove sono stata a più riprese dal 2016, quando si chiede agli abitanti del posto perché vengono scelte soprattutto le donne, in genere ci si sente rispondere che sono predisposte “per natura” alla raccolta di frutti rossi, pomodorini, uva da tavola, perché sono più delicate, attente ai dettagli e pazienti. Si tratta ovviamente di uno stereotipo culturale dato che anche gli uomini hanno dita delicate, pensiamo ai chirurghi, ad esempio, oppure agli artigiani o agli artisti.
Tratto dal libro Oro rosso:
Se solo i consumatori riflettessero, per un momento, mentre comprano i piccoli cestelli o le cassette di legno a basso costo al supermercato o al mercato, forse per loro (le tante donne ma anche uomini che lavorano o meglio vengono sfruttati nei campi) la vita potrebbe migliorare:
“vorremmo dire a chi compra di mettersi anche solo per un attimo nei nostri panni”

È possibile individuare una specifica responsabilità del sistema di sfruttamento del lavoro femminile nell’agricoltura italiana (e non solo) da parte della grande distribuzione organizzata nella produzione del cibo che arriva sulle nostre tavole?
Tra le cause di questa situazione ci sono fattori socioculturali ed economici.
Tra questi, la cultura sessista che consente le aggressioni e garantisce l’impunità a chi abusa delle lavoratrici e un mercato del lavoro deregolarizzato, basato sul lavoro grigio e nero, con uno svuotamento della capacità di azione dei sindacati unitari, dove non ci sono diritti per i più deboli ma vige la legge del più forte. In Italia decenni di conquiste sul lavoro sono state spazzate via e le lotte che ci sono state – molte, in diverse aree – non sono riuscite a cambiare il sistema. La violenza sul lavoro nei paesi del Mediterraneo sui quali mi sono concentrata è ancora tabù anche se, secondo me, le inchieste giornalistiche degli ultimi anni, anche a livello internazionale, stanno cambiando leggermente la sensibilità di una parte della popolazione. C’è più consapevolezza anche da parte delle lavoratrici ma ovviamente chi detiene il potere non ha intenzione di modificare il sistema. La complicità per il mantenimento dello status quo è diffusa. Mi sono sentita ripetere più volte, nel corso di questi anni, anche di recente, soprattutto da chi gestisce il potere economico, che lo sfruttamento e le violenze sarebbero eccezioni di un sistema che in realtà cerca di funzionare al meglio e in modo etico.
Credo che sia opportuno, quando si parla di colpe e responsabilità, focalizzarsi prima di tutto su chi commette il reato e l’abuso. Se i datori di lavoro commettono violenze e stupri è prima di tutto colpa loro. Poi c’è un sistema che li protegge, un’omertà diffusa. La società attorno ai padroni, che sono quelli che detengono il potere, innanzitutto economico, pensa che sia colpa delle lavoratrici che vengono considerate delle poco di buono, delle provocatrici. Si pensa che a loro “piaccia” essere molestate. E questa è la stessa mentalità che si ritrova anche in altri ambienti.

Quali sono, secondo le ricerche da te condotte, i principali provvedimenti necessari per meglio affrontare e risolvere le varie forme di sfruttamento di queste donne?
Per cambiare un sistema che si fonda sullo sfruttamento economico delle popolazioni marginalizzate e subalterne, locali e migranti, servono azioni collettive e condivise. Però, da quel che vedo, è comodo per certe aziende avere a disposizione una riserva di forza lavoro a basso costo che vive in difficoltà perenne. Le istituzioni non hanno davvero intenzione di cambiare la situazione perché se avessero voluto lo avrebbero già fatto. Promulgano leggi – come la 199 del 2016, per il contrasto al caporalato – che sulla carta sono buone ma poi hanno applicazioni monche. Gli interventi che servirebbero si conoscono bene, gli esperti e le esperte li ripetono da anni: collocamento “pubblico” in agricoltura; un sistema di trasporto pubblico che tolga potere ai caporali; più ispettori e ispettrici e più controlli sul rispetto reale dei contratti; una mappatura seria fatta dagli organismi di ricerca statali che indichi in base agli ettari coltivati quanti lavoratori e lavoratrici sono necessarie per le aziende e quante sono regolarmente assunte; aumento del salario. Le molestie sessuali e i ricatti fanno parte del doppio – o triplo, nel caso delle migranti, sfruttamento – del lavoro femminile e non si possono risolvere fino a quando non ci sarà un cambio di mentalità e una capacità della giustizia, non solo penale ma anche sociale, di agire in modo sistematico. Un discorso serio sulle molestie sessuali, sull’onda del #metoo, in Italia non è mai davvero stato fatto, neanche negli altri settori lavorativi. Addirittura in Italia è arrivato subito il backlash, il contraccolpo, alla cosiddetta “cancel culture”, “cultura woke” o al “politicamente corretto” (“non si può più parlare di niente”).
Oltre alla paura cos’è che blocca una donna nel denunciare?
Alcune lavoratrici che ho incontrato hanno denunciato alle autorità dei casi di sfruttamento, ma la maggior parte delle inchieste sono state archiviate e loro hanno perso il lavoro. In altri casi le donne non sono riuscite a portare la quantità di prove sufficienti previste dalla giustizia. Questo è il rischio di quando si denuncia. Ho raccontato questi casi proprio per mostrare come sia ingenuo pensare che il meccanismo della violenza sul lavoro si possa risolvere contando soltanto sull’iniziativa delle vittime. Se esistono certi crimini è anche perché esiste una società che li tollera e li fomenta. Le donne devono potere denunciare con la certezza di essere credute e di essere sostenute nei processi. Purtroppo, nei casi che ho analizzato, non è proprio vero che la giustizia è uguale per tutti.
Stefania Prandi cosa si è portata a casa grazie a Oro rosso?
Oro rosso fa anche parte dell’inchiesta realizzata in tedesco, inglese e spagnolo con la giornalista tedesca Pascale Mueller, uscita in Germania su BuzzFeed e Correctiv:
correctiv.org/en/top-stories/2018/04/30/rape-in-the-fields/
Nel 2018 l’inchiesta è stata tra le nominate del premio austriaco Medien Lowin e del tedesco Deutsche Reporterpreis e ha vinto l’Otto Brenner Preis e il Georg von Holtzbrinck preis.
Nel 2019 ha vinto il più importante premio di giornalismo investigativo tedesco, il Nannen Preis, e anche il Theodor Wille Heinrich Diedrichsen Journalismuspreis.
Con l’inchiesta pubblicata a luglio 2021, con Nikolaj Houmann Mortensen di Danwatch, su Al Jazeera siamo stati finalisti agli Amnesty Media Awards.
Impatto dell’inchiesta In Spagna;
dopo la pubblicazione degli articoli su Correctiv e BuzzFeed, politici e pubblici ministeri spagnoli hanno chiesto l’apertura delle indagini per fare chiarezza sulla situazione delle braccianti di Huelva. Migliaia di manifestanti hanno fatto presidi e cortei in diverse città spagnole, da Barcellona a Madrid, per solidarizzare con le braccianti di Huelva. Nel 2018 diverse operaie agricole della zona di Huelva, straniere e spagnole, hanno sporto denuncia e 400 braccianti marocchine sono scese in piazza spontaneamente a manifestare appoggiate dal Sat, Sindicato andaluz de trabajadores. Le proteste sono continuate e si è formato il sindacato autonomo delle braccianti Jornaleras de Huelva en lucha. L’Onu ha inviato un ispettore per fare rapporto sulla situazione.
Impatto in Svizzera e Germania:
nel 2018 la catena di supermercati Aldi Süd ha interrotto l’acquisto di fragole dalle aziende accusate. Uno dei certificatori più importanti livello globale di garanzia del cibo, il Global G.A.P., ha annunciato un’inchiesta interna. Diverse associazioni e Ong internazionali, come la svizzera Solifonds, hanno deciso di sostenere economicamente la lotta delle braccianti attraverso l’associazionismo di base e altre azioni.
Impatto in Danimarca e Spagna:
a dicembre 2021, il più grande sindacato danese 3F, dopo aver letto gli articoli sullo sfruttamento delle braccianti a Huelva su Danwatch e Al Jazeera, lavorando da tredici anni per la promozione del commercio etico in Danimarca, ha deciso di collaborare con i rappresentanti delle grandi catene di supermercati (come la tedesca Lidl o Aldi) e con le organizzazioni sindacali spagnole come CCOO, che ha accolto con interesse la richiesta. Lo scopo è indagare le condizioni lavorative e far conoscere alle grandi aziende e ai grandi distributori il background dei prodotti che poi mettono sul mercato. Secondo 3F bisognerebbe negoziare un patto simile al cosiddetto “Accordo del Bangladesh” tra rivenditori europei, sindacati spagnoli e lavoratrici con linee guida chiare e sanzioni in caso di violazione. A marzo 2022 i proprietari delle più grandi catene di supermercati danesi, Salling Group e Coop, hanno sospeso le importazioni di frutti rossi dalle aziende in cui sono stati rilevati gli abusi.
In Italia dal 2018 ho fatto oltre 100 presentazioni di Oro mostro, sia del libro pubblicato da Settenove, sia della mostra fotografica collegata:
www.stefaniaprandi.it/mostra-fotografica-oro-rosso

Dopo aver letto Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo sarà difficile aprire una confezione di pomodori, fragole o qualsiasi altro frutto o ortaggio, senza pensare che sotto quell’imballaggio troviamo omertà e sfruttamento di lavoratrici, che hanno l’unica colpa di aver bisogno urgente di un lavoro e di pochi soldi al mese per crescere i loro figli e sostenere le proprie famiglie. Tante donne accumunate da un triste destino, rimanere nell’immobilità del non cambiamento, perché finché non ci tocca da vicino, il problema sembra lontano o non esistere. Tante donne che per amore dei propri figli cercano soluzioni anche dove soluzioni non sembrano esserci.
Un libro importante,
da portare con sé supermercato.
Un libro necessario,
che ci aiuti quando andremo a fare la spesa!
Ma soprattutto un libro su di un fenomeno troppo spesso ignorato e che resta nascosto, ma che è importante far emergere anche grazie al lavoro di persone come Stefania Prandi.
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