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Dino Valls – L’immagine e l’abisso: anatomia dell’inconscio

Dino Valls – L’immagine e l’abisso: anatomia dell’inconscio

Rossana Fiorini
Dino Valls

La formazione medica e chirurgica di Dino Valls (1959 Saragozza) non rappresenta un mero dato biografico, bensì costituisce il fondamento filosofico-metodologico della sua ricerca artistica. Il suo sguardo, debitore di suggestioni riconducibili tanto alla tradizione medievale quanto a quella fiamminga, si configura come un dispositivo analitico rivolto non al corpo in quanto tale, ma alla sua sfera intrinseca. In questa prospettiva, la medicina si tramuta da sapere specialistico in strumento ermeneutico: essa consente all’artista di accedere a una comprensione della realtà che non si esaurisce nell’evidenza fenomenica, ma si ramifica in una dimensione profonda, accessibile soltanto attraverso un processo di interiorizzazione. 

Dino Valls

Dino Valls e l’inconscio

Il nucleo della pratica pittorica del maestro spagnolo si articola attorno a un raffronto sistematico con l’inconscio, intendendolo ambito strutturato e produttivo, piuttosto che deposito indifferenziato di fattezze e simulacri. L’artista non si limita a registrare le emergenze psichiche, le sottopone a un processo di riflessione, selezione e trasformazione. In tal senso, l’eventuale ricorso all’illusorio onirico si rivela secondario rispetto a una più laboriosa dinamica di immaginazione attiva, condotta in condizioni di isolamento e intensa concentrazione. È in questo stato di vigilanza percettiva che i contenuti del subconscio vengono intercettati a una soglia di coscienza che ne consente la successiva formalizzazione in termini razionali e ideativi, evitando così ogni riduzione dell’opera a espressione impraticabile o automatica.  

Dino Valls

Detta impostazione colloca Valls in una posizione eccentrica relativamente alle correnti della figurazione contemporanea e del surrealismo, a fronte delle quali egli attua un superamento consapevole. I principali nuclei tematici delle sue composizioni – la sospensione del tempo, la sessualità originaria e indistinta, il ricorso a simbolismi di matrice esoterica – contribuiscono a definire una poetica che eccede le categorie tradizionali, incluso appunto il surrealismo. Più che essere ricondotta a un movimento specifico, dunque, la pittura di Dino Valls si delinea in qualità di sistema autonomo, fondato su una concezione dell’emblema quale elemento di mediazione tra sensibile e spirituale.   

Dino Valls

La perizia tecnica, poi, che richiama la disciplina dei caposcuola antichi, non si risolve in citazione o revival, diviene il mezzo tramite cui interrogativi radicali – ontologici prima ancora che estetici – vengono posti con rinnovata urgenza. La sensibilità dello spettatore è esaltata da un duplice coinvolgimento: da un lato, una partecipazione emotiva che può giungere fino alla commozione; dall’altro, una vertigine intellettuale, determinata dall’ingresso in un ambito che appare insieme estraneo e intimamente familiare. Ambivalenza in cui alligna la forza perturbante di questi capolavori, capaci di evocare questioni primordiali e transculturali, inerenti all’essenza dell’uomo e alla cognizione della morte.  

Dal punto di vista processuale, la produzione di questo eccezionale ritrattista è preceduta da un acuto, massiccio lavoro grafico preparatorio, nel quale il disegno guadagna una funzione conoscitiva primaria. I bozzetti non costituiscono semplici studi preliminari, ma momenti di progressiva definizione delle figure, recepite come entità da esplorare e capire. In essi si accende una dialettica tra linea e colore che, lungi dall’essere puramente apparente, assume una valenza organica nella costruzione dell’immagine.  

Dino Valls

L’intera azione creativa sembra acquisire i tratti di una fusione alchemica, in cui il rapporto con l’inconscio si estende al fruitore, chiamato a sua volta a confrontarsi con un campo visivo densamente conflittuale. Le rappresentazioni non si offrono a guisa di scenari pacificati e pacificanti: mescolano forze in tensione, in cui percezioni divergenti si sovrappongono e si contraddicono, rendendo problematico ogni tentativo di verbalizzazione. Le effigi – androgine, efebiche, librate tra polarità opposte – non rinviano a modelli empirici, piuttosto si traducono in paradigmi subliminali, presenze aliene e magnifiche, silenti, incastonate in uno spazio asfittico. Il loro sguardo puntato, permanente e quasi abbacinato, instaura con l’osservatore una relazione che oscilla tra soggezione e devozione, attrazione e perturbazione.

In tale prospettiva, l’opera di Dino Valls può essere interpretata come un apparato irretente, nella misura in cui essa non si limita a significare contenuti, ma innesca elaborazioni ricettive e mentali, incidendo sulla struttura e sull’accezione stesse dell’esperienza.  

Interruzione temporale, meditazione e introspezione. I quadri del valente saragozzano ne sono pregni. E ancora: dolore e quiete, frammentazione e ricomposizione, oscurità e chiarezza. La sofferenza non viene semplicemente esibita, viene attraversata, scavata, sviscerata, modificata fino a ridefinirla, dentro un’atmosfera di latente tragicità e spaesamento, in cui i soggetti sembrano superare i limiti dell’io individuale assimilandosi al trascendente. Soggetti patetici e toccanti nella loro bellezza sfregiata quanto, paradossalmente, incontaminata.   

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Il tema della fragilità per Dino Valls

In alcune composizioni, il tema della malattia e della fragilità emergono in modo esplicito, tuttavia si sottraggono a una lettura puramente clinica o terminale. La condizione patologica non è anticipazione del trapasso, è manifestazione di una pressione vitale orientata a una metamorfosi sostanziale: il corpo evolve in luogo in cui si inscrive una crisi più estrema e articolata, di natura esistenziale e traslata. Ne consegue che il patimento fisico svela una frattura interiore, riconducibile alla perdita di senso e alla destabilizzazione del rapporto con il reale. Nondimeno, è proprio percorrendo la frattura che il reale può riconquistare consistenza, non come dato immediato, ma come esito di una crescita in totale consapevolezza, implicante, vieppiù, una integrale immersione nei complessi abissi dell’umano transito. Transito a volte disperante, ma sempre e comunque stupefacente.  

Dino Valls

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