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CHIHARU SHIOTA – Mentre al MAO di Torino “L’anima trema” al MUDEC di Milano “… la neve si scioglie”

CHIHARU SHIOTA – Mentre al MAO di Torino “L’anima trema” al MUDEC di Milano “… la neve si scioglie”

Rossana Fiorini
CHIHARU SHIOTA

Dopo un articolato percorso internazionale che ha toccato alcune delle più importanti capitali culturali del mondo – Parigi, Busan, Shanghai, Brisbane e Shenzhen – la grande mostra monografica The Soul Trembles” (L’anima trema), a cura di Mami Kataoka, è approdata al Museo d’Arte Orientale di Torino (fino al 28 giugno 2026), offrendo al pubblico italiano una prospettiva organica e approfondita della produzione di CHIHARU SHIOTA (Osaka, 1972), una delle figure più rilevanti del panorama artistico contemporaneo giapponese. L’esposizione si configura come una sintesi efficace di una ricerca pluridecennale, coerente e riconoscibile, incentrata sull’interazione fra spazio, reminescenza e percezione. Il titolo stesso, allusivo e vibrante, sembra condensare l’essenza di tale ricerca creativa che fa della tensione emotiva e del dato sensibile il proprio fulcro irrinunciabile. 

CHIHARU SHIOTA

La pratica artistica di Chiharu Shiota si colloca scientemente nel solco delle avanguardie storiche del Novecento, dalle quali eredita l’idea della scultura come esperienza piuttosto che come oggetto. Le sue ambientazioni funzionano a guisa di veri e propri dispositivi percettivi, capaci di originare nello spettatore un processo di coinvolgimento sensoriale e suscettibile che precede, e in certa misura supera, la dimensione interpretativa. La stupefazione generata dall’impatto visivo iniziale si traduce progressivamente in una forma di partecipazione emozionale che si fa via via più interiore, più consapevole, che investe il corpo, l’ambiente e la fase fruitiva in un dialogo silenzioso e viscerale, fino a trasformare l’osservatore in parte integrante dell’opera stessa. 

Elemento distintivo della sua tecnica è l’uso sistematico di strumenti semplici – fili, reti, carta, cose d’uso comune – organizzati in strutture complesse che ridefiniscono il luogo espositivo. L’orditura di fibre prevalentemente rosse, divenute cifra iconica del suo lavoro, si sviluppa innalzandosi e moltiplicandosi nell’aria in concrezioni dense, quasi grevi, avvolgenti, capaci di incorporare barche, casse, arredamenti o architetture provvisorie, trasformandole in presenze oscillanti tra lontananza e persistenza: reliquie della mente e del vissuto. Analogamente, gli impianti che imprigionano le sale in intrichi geometrici fagocitanti instaurano una congruenza implicita con la pratica dell’Arte Povera, richiamandone l’attenzione per l’umiltà dei materiali e per il loro valore emblematico, un riferimento che trova nella “città della Mole” un contesto particolarmente significativo, essendo Torino proprio la culla del movimento.  

CHIHARU SHIOTA

CHIHARU SHIOTA

A fronte di tali costruzioni immersive, la questione del significato appare volutamente aperta. L’operato di Chiharu non propone una narrazione univoca e prescrittiva né una simbologia rigidamente codificata; al contrario, si fonda su una strategia di indeterminazione che affida al pubblico un ruolo attivo nel processo di criterio e intuizione. In questa logica, le sue installazioni possono essere lette come spazi di proiezione, nei quali evocazioni individuali e immaginario collettivo si intrecciano liberamente. La forza dell’opera risiede dunque non tanto in ciò che rappresenta, quanto nella capacità di sollecitare una pluralità di risposte reattive e affettive.

CHIHARU SHIOTA

L’evento torinese si inserisce in un momento di particolare notorietà per l’artista. Anche al MUDEC – Museo delle Culture – di Milano è infatti visitabile, fino al 28 giugno, un suo paesaggio diafano: il penetrante The Moment the Snow Melts” (Il momento in cui la neve si scioglie), bloccato tra presenza e dissolvenza, che ripropone, in una variazione tematica, alcuni degli elementi strutturali consueti del suo linguaggio: cordicelle fluttuanti, che piovono fitte dall’alto, fra le quali tremolano fogli di carta e biglietti lievemente accartocciati, su cui sono inscritti i nomi di coloro che hanno attraversato le nostre vite e che, per ragioni spesso insondabili, smettiamo di frequentare. Ogni nome è una traccia, un residuo di vincolo che perdura alla scomparsa, dimorando nel pensiero anche quando viene meno nella realtà tangibile. 

CHIHARU SHIOTA

La composizione si offre come una nevicata metaforica, trattenuta in un istante assoluto, sottratta al compimento della caduta. La neve non tocca terra, non si scioglie né si accumula: resta sospesa, così come restano sospesi certi legami nell’intimo di chi ricorda. In tale arresto del divenire si apre, per gli astanti, uno spazio di quieta meditazione, dove il tempo non è più solo ciò che consuma, ma anche ciò che conserva, e l’assenza si trasforma in occasione di contemplazione e ascolto di sé. 

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CHIHARU SHIOTA

Nella caducità dei fiocchi, destinati a disfarsi al primo accenno, l’artista riconosce la friabilità dei rapporti umani: nati sotto il segno della necessità e della meraviglia, ma consegnati fin da subito alla prova degli anni e delle condizioni. Le relazioni, figurate come filamenti sottili, trattengono per un poco ciò che è disperso, ma non resistono all’incessante fluire delle stagioni; si allentano, si spezzano, depositando nell’animo malinconia e frustrazione: la miscela che accompagna ogni perdita cosciente. 

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CHIHARU SHIOTA e “Il senso della neve”

L’opera anticipa Il senso della neve”, progetto previsto in occasione delle imminenti Olimpiadi Invernali. Aspettiamoci qualcosa di maestoso, di impattante fino allo smarrimento. Quale sarà per la talentuosa giapponese il senso della neve? Forse il filosofico concetto che niente di ciò che è stato veramente cade nel nulla abissale. L’orma mnemonica prevale, quale custodia contro l’oblio. Niente vanifica in modo totale: l’esistenza toglie e insieme prepara, dissipa e insieme educa all’attesa; e mentre l’inverno compie il suo ineluttabile corso, già si annuncia, feconda e necessaria, una nuova primavera. 

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