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Andrey Remnev – Icone: dal sacro al profano senza soluzione di continuità

Andrey Remnev – Icone: dal sacro al profano senza soluzione di continuità

Rossana Fiorini
Andrey Remnev

Il pittore contemporaneo Andrey Remnev, nato a Yachroma, un piccolo borgo sulle colline a poche decine di chilometri da Mosca, inizia nel 1976 il suo ardente e serrato percorso di studi artistici: esordisce frequentando corsi sotto la guida del celebre maestro Fydor Shapaev; successivamente si laurea al Moscow Art Collage; approfondisce ulteriormente le discipline presso la Moscow State Academic Art Institute; e contemporaneamente perfeziona le tecniche delle antiche icone nel monastero Spaso-Andronikov di Mosca. Quindi, nel fervore degli anni giovanili, decisamente Andrey si immerge con ottemperanza quasi devota nell’apprendimento della storia dell’arte russa, le cui origini affondano nella solenne e luminosa tradizione di matrice bizantina. 

Da questa meditazione assidua germoglia un codice rappresentativo del tutto individuale, in cui l’eredità dell’arte greco ortodossa – austera, sacrale, intrisa di silenzio – si intreccia armoniosamente con la grande stagione pittorica russa del XVIII e XIX secolo. A tale combinazione l’artista innesta un valore plastico vigoroso, capace di sottrarre le figure alla rigida ieraticità dell’icona, senza tuttavia disperderne la gravità trionfale e il respiro spirituale.  

Ne scaturisce un universo visivo incantato, un’arte sospesa e assorta insieme che, pur custodendo intatta la suggestione liturgica degli affreschi delle imponenti basiliche bizantine, al contempo si apre al richiamo sottile della modernità. E questo dualismo, lungi dall’essere un paradosso o, peggio, una rottura, acquista valenza di cifra, attraverso cui si esprime la profonda, privatissima sensibilità di Remnev, nutrita di proiezioni sognanti e di un immaginario trascendente quanto riflessivo.  

Le influenze artistiche nella pittura di Andrey Remnev

Attingendo con consapevole raffinatezza al vasto repertorio della pittura tradizionale russa – tanto nei modi stilistici quanto nel cromatismo e nelle lavorazioni – Andrey Remnev elabora un linguaggio illustrativo denso e allusivo, in cui i ritratti esornativi e le ambientazioni relative alla quotidianità provinciale si caricano di una fitta trama di elementi emblematici. In tali composizioni, la reiterazione di motivi e l’affiorare di metafore sottilmente surreali generano un costrutto ottico seducente, capace di avvolgere il fruitore in una persuasione magnetica, come se ogni effigie custodisse un enigma silente, destinato a rivelarsi solo a uno sguardo paziente e contemplativo.  

L’atmosfera che pervade tali opere è intensamente poetica: i ritratti, degni e contegnosi, sempre caratterizzati da una fierezza cerimoniale, celano sotto l’apparenza un brivido vivificante, un fremito segreto che li rende ammalianti. Di specifico rilievo è l’uso della luce, tersa e uniforme, tipica degli sfondi dorati di ascendenza bizantina, ma che qui, oltrepassando il realismo russo ottocentesco, perviene, su un filo ininterrotto, alle sintesi formali del costruttivismo sovietico del secolo scorso. In questo tracciato, la luce si fa struttura, conferendo ai personaggi una mole salda, addirittura granitica, pur mantenendoli mirabilmente assimilati ai contesti metafisici, persino da fiaba, nei quali elegantemente e maestosamente troneggiano. Specchio non di solitudine, ma di autosufficienza.     

Le figure – per lo più presenze femminili, assorti archetipi di grazia e mistero – emergono in primo piano con una forza scultorea potente, tanto da imporsi come parvenze monumentali rispetto ai paesaggi retrostanti. Questo sapiente dispositivo formale richiama, in filigrana, la lezione di Leonardo da Vinci, il quale elevava il volto a centro e misura della realtà visibile, subordinando a esso il panorama circostante. Così, nelle tele di Remnev, l’umano non abita lo spazio: lo domina, lo idealizza, lo rende eco del proprio humus interiore.  

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Concezione suffragata anche dalla scelta tecnica, permeata di tramandazione e rigore artigianale: l’artista lega i pigmenti naturali con il tuorlo d’uovo, recuperando la nobile pratica della tempera, cara ai caposcuola del Rinascimento. In questo gesto remoto, replicato con pazienza rituale, si compie una continuità presupposta tra passato e presente, dove la materia pittorica stessa diviene veicolo d’eredità culturale, e l’area dipinta si fa luogo di una rinnovata sacertà. 

Tutto risulta interessante nei quadri di Andrey Remnev. L’accento posto sulla dimensione decorativa, la resa tattile, quasi sensibile, delle superfici – in particolare delle stoffe, che sembrano appena tessute -, la cura minuziosa del dettaglio concorrono a edificare un cosmo percettivo di rara malia. È un mondo imponente, mitico, tenacemente abbarbicato alla memoria storica russa, ma con impennate determinanti nella sua inequivocabile fantasia: un volo libero che disegna grandiose nicchie di habitat dove la favola recita la più aulica e perentoria icona. Con ottimismo astratto, sembra inventariare condizionamenti e liberazioni in un dialettico contrappunto, in una connessione fra statica e dinamica, nell’archeologia del pensiero. Una formula arcaica e attuale. Un’orazione colorata. Un ex voto.       

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