Joana Vasconcelos – Poesia dell’eccesso
Nell’opera di Joana Vasconcelos lo straordinario non irrompe nel quotidiano dall’esterno: vi era già inscritto, silenziosamente, in attesa di essere ravvisato. È forse questo il primo elemento che rende la sua ricerca così singolare. L’artista, di origini portoghesi, non inventa un universo estraneo alla nostra esperienza, ma altera la grammatica di quello che già conosciamo, spostando le cose e i gesti della vita ordinaria in una dimensione altra, dove familiarità e spaesamento finiscono per combaciare.

La sua opera si costruisce attraverso una prassi di appropriazione e metamorfosi. Articoli d’uso comune (pentole, coperchi, ferri da stiro, telefoni, specchi, piatti…), tessuti, ceramiche, trine, utensili, elementi dell’artigianato e della tradizione popolana vengono sottratti alla loro destinazione consueta e ricomposti secondo una logica che appartiene tanto alla scultura quanto all’installazione, tanto al decorativismo di matrice etnica quanto alla sensibilità pop. Ne deriva un linguaggio personalissimo immediatamente distinguibile, nel quale l’aspetto monumentale convive con quello domestico e l’ironia con un registro inatteso di gravità.

Il termine “barocco” viene spontaneamente alla mente, ma rischia di essere riduttivo se inteso unicamente come sinonimo di ridondanza ornamentale. In Vasconcelos il barocco è un metodo dello sguardo: è proliferazione, accumulo, esagerazione, contaminazione dei codici. È il rifiuto della misura come unico criterio della forma. Le sue concrezioni lievitano per sovrapposizioni, per ripetizioni, per una sorta di febbre aggregativa che commuta il dettaglio in massa e la massa in quasi architettura. E ciò che sembrava umile e fragile acquista una sorprendente potenza.

Joana Vasconcelos e l’eccesso come strategia ricettiva
Ma l’eccesso, qui, non è mai gratuito. È una strategia ricettiva. L’artista porta l’oggetto oltre la soglia della riscontrabilità affinché si torni a guardarlo con curiosità. Un arnese non è più soltanto un arnese; un ricamo non è più soltanto un ricamo. La scala viene esasperata, la funzione sospesa, la materia resa straniera a sé stessa. È in questa mutazione genetica che nasce la possibilità della meraviglia.

Particolarmente significativa è la relazione con la produzione manifatturiera portoghese. Joana Vasconcelos, lungi dal trattarla come un repertorio folkloristico da preservare, o come una nostalgia da esibire, la declina piuttosto a deposito di modelli, pratiche e memorie da sottoporre a un processo di riattivazione contemporanea. Il passato viene pertanto sottratto alla museificazione e restituito al presente in qualità di sostanza ancora capace di conflitto, seduzione e trasformazione.

In tale processo assume un ruolo centrale il lavoro manuale, soprattutto quello storicamente associato alla sfera femminile. Cucire, ricamare, intrecciare, guarnire: azioni apparentemente minori, confinati per secoli nello spazio casalingo, acquistano una valenza pubblica e solenne. Quindi, non è solamente una questione di scelte plastiche o di tecniche: è una netta ridefinizione delle gerarchie attraverso cui la civiltà occidentale ha stabilito ciò che merita di essere considerato arte e ciò che deve invece rimanere relegato nel perimetro dell’artigianato, dell’infiorettatura e della casa.



La casa, del resto, incide profondamente l’immaginario della Vasconcelos. Ma è una casa continuamente deformata, dilatata, ripensata. È luogo della reminiscenza e insieme ribalta dell’inconscio collettivo; ambito rassicurante e, contemporaneamente, territorio perturbante. L’oggettistica, liberata dalla sua mansione originaria, sembra comunque conservare l’essenza di chi l’ha precedentemente utilizzata. In essa sopravvive qualcosa di profondamente umano: il tempo delle mani, delle abitudini, dei rituali giornalieri.


È qui che il timbro spiritoso dell’artista rivela la propria acutezza. Il sorriso che le sue creazioni spesso suscitano non coincide con la leggerezza. È piuttosto un proponimento di disarmo. Joana applica l’umorismo per incrinare le nostre categorie percettive, per destabilizzare le opposizioni alle quali siamo assuefatti: alto e basso, grande e piccolo, arte e artigianato, pubblico e privato, cultura popolare e cultura colta, maestosità e intima modestia. Il suo fare procede dunque per cortocircuiti. Ed è proprio il cortocircuito, più ancora della merce, a costituire la vera consistenza della sua analisi.


Di fronte alle colossali creature fantastiche della scultrice (sovente sensuali, talvolta inquietanti), il pubblico non rimane semplicemente al cospetto di una configurazione: ne viene coinvolto, risucchiato, perché l’opera non si limita a occupare l’ambiente, lo riscrive, paradossalmente lo travalica. Ne rivoluziona perciò la ricezione, ne sconvolge le proporzioni, stabilisce inedite traiettorie d’osservazione, tanto che il fruitore, chiamato a confrontarsi con strutture che lo sovrastano e irretiscono, ne viene assimilato e avvinto. Persino sopraffatto.

Tuttavia, la cifra spettacolare della sua arte non va confusa con una mera speculazione dell’effetto. La teatralità diventa strumento critico: serve a mettere in scena il nostro stesso rapporto con le apparenze, con il desiderio, con il consumo, con i ricordi e con l’identità. Affiorano, per stratificazioni, verità, storie antiche, tracce, non da confermare e conservare in una sorta di reliquiario, bensì da riconcepire e, dunque, riscoprire in una nuova fase, piena di energia e di mistero.

Joana Vasconcelos – Note di vita
Nata nel 1971 a Parigi da genitori lusitani fuggiti in esilio, prima donna a essere rappresentata alla Reggia di Versailles e al Guggenheim Museum di Bilbao, presente a varie edizioni della Biennale di Venezia e proposta in prestigiose sedi in tutto il mondo, Joana Vasconcelos ha una baldanza incontrovertibile: in un’epoca nella quale spesso l’essenziale viene identificato con il minimo, ella rivendica il diritto della sovrabbondanza, della complessità, persino del lusso visivo. Ma il suo non è un elogio ingenuo dell’opulenza: è un modo per interrogare ciò che la modernità considera degno di attenzione e ciò che, invece, tende a rimuovere. Una sorta di riscatto tacito, per giunta ottenuto non attraverso la rinuncia alla bellezza, ma attraverso la sua esasperazione, a testimoniare che la bellezza non è necessariamente compostezza, equilibrio e sobrietà, può anche essere vertigine, colore, follia serena e feconda.








