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Rocco Guarino: dai social al set, la verità dietro la maschera di “Noi del Rione Sanità”

Rocco Guarino: dai social al set, la verità dietro la maschera di “Noi del Rione Sanità”

Barbara Cialdi
Rocco Guarino

Giovane, istintivo e dirompente, Rocco è la nuova voce di un cinema napoletano che non teme di mostrarsi fragile. In “Noi del Rione Sanità” interpreta Massimo, un ragazzo in bilico tra luce e ombra, con una naturalezza che sorprende.

«La mia insegnante di Roma, Ilaria Conti, mi diceva sempre: Se ci credi davvero, puoi spaccare. Quelle parole me le porto dietro da allora». Rocco inizia così a raccontare il suo percorso, fatto di studio, determinazione e sogni: non parla mai di “successo”, ma di “possibilità”: quelle che si conquistano con il lavoro quotidiano, con la voglia di migliorarsi e con la capacità di restare veri.
E in effetti, guardando Rocco sullo schermo, sembra tutto facile. C’è spontaneità, ritmo, presenza. «Io sono molto autocritico – confessa – ma stavolta posso dire che mi sono piaciuto. Mi sembra di aver dato tutto, e per una volta voglio riconoscermelo».

Rocco Guarino
Total look Sandro Paris

Rocco Guarino classe 2000, nato artisticamente nel mondo dei social, ha presto capito che la recitazione sarebbe diventata il suo vero linguaggio. «Venivo da quel mondo, sì, ma i social mi hanno fatto capire che avevo qualcosa di più da dire. Ho voluto fare uno switch, come lo chiamo io, da social a cinema. Per un anno ho lasciato perdere tutto, mi sono fermato, ho studiato, ho fatto formazione. È lì che ho capito che dovevo spingere su quella strada».

La serie “Noi del Rione Sanità”

Ambientata nel cuore di Napoli, Noi del Rione Sanità racconta la rinascita di un quartiere che per anni è stato simbolo di degrado e criminalità. La storia prende ispirazione dalla realtà e dal lavoro di Don Antonio Loffredo, sacerdote che ha saputo trasformare il rione in un laboratorio di cultura, arte e riscatto sociale.

Il protagonista è Don Giuseppe Santoro, interpretato da Carmine Recano, che attraverso un gruppo di giovani volontari combatte la violenza con la bellezza, il crimine con l’educazione, offrendo ai ragazzi un futuro possibile. Accanto a lui un cast giovane e intenso, dove spicca Rocco nei panni di Massimo, uno dei personaggi più tormentati e simbolici della serie.

Dai social al set

A undici anni il primo laboratorio teatrale, poi le lezioni di recitazione a Fratta Maggiore con Carmela Barbato, e un anno a Roma con Ilaria Conti, insegnante privata di teatro e cinema. Seguono masterclass con Marita Delia, Ivan Silvestrini, Claudio Giovannesi, Valeria Miranda e molti altri. «Mi hanno insegnato che non esiste una sola strada per arrivare. Ogni regista, ogni casting, ogni produzione ha una visione diversa. Più incontri fai, più capisci che non si smette mai di imparare».

La svolta arriva grazie a un incontro fortuito: «Ero a Roma con dei coinquilini e una mia amica, Emily, che era già nell’agenzia di Alex Pacifico, mi disse che stavano cercando attori giovani, napoletani. Mi ha proposto di andare a fare una chiacchierata.

È stato come prendere un treno che passa una volta sola. Dopo un’ora e mezza di colloquio con Cristian Davì, che oggi è il mio agente, mi hanno iniziato a mandare i primi provini. Al terzo – quello di Noi del Rione Sanità – è andata. Era destino». Il telefono che squilla sette volte mentre gioca a calcio, la corsa allo zaino, la voce emozionata di Cristian dall’altra parte: «Mi ha detto che avevo preso la parte. Ero sotto shock. Una felicità inspiegabile».

«Io sono molto autocritico, ma stavolta posso dire che mi sono piaciuto. Mi sembra di aver dato tutto, e per una volta voglio riconoscermelo»

Rocco Guarino
Total Look Pence 1979

Massimo, il “guappo di cartone”

Nel ruolo di Massimo, Rocco trova la prova più complessa e formativa della sua giovane carriera. «Massimo vive un conflitto continuo. Vuole fare l’attore ma lo nasconde, perché teme di apparire ingenuo. Indossa una maschera, come tanti ragazzi del Rione. A Napoli diciamo che è un guappo di cartone, uno che vuole sembrare duro ma dentro è fragile».

Dietro quella corazza, però, si nasconde dolcezza. «È nero e bianco insieme. In lui ho riconosciuto tante parti di me: la spavalderia, ma anche l’eleganza nei modi, la consapevolezza dei propri limiti. Mi sono rivisto nei suoi gesti, nelle esitazioni. Per interpretarlo ho lavorato su me stesso per un mese intero, prima delle riprese. Dovevo entrare nel buio di un ragazzo che si sente manipolato, ferito, condannato».

Una delle scene più intense è quella dello specchio, quando Massimo affronta il dolore e la rabbia guardandosi la cicatrice. «È stato devastante. Doveva essere un crescendo emotivo da zero a cento in pochi minuti. Non ho voluto rivedere quella scena, anche se Luca Miniero mi aveva invitato sul set di montaggio. Gli ho detto: “Se per te è buona, tienila così”. È una ferita che preferisco lasciare viva».

E poi c’è la scena con Ludovica Nasti, che lui definisce “una delle più belle e difficili della serie”. «Piangevamo a ogni ciak, anche in prova. Non eravamo più Rocco e Ludovica, eravamo Massimo e Anna. L’operatore mi guardava e mi chiedeva: “Perché stai piangendo?”. Non lo sapevo nemmeno io. È il mio punto di forza, l’emotività: quando entra, non la fermi più».

Mi sono rivisto nei suoi gesti, nelle esitazioni. Per interpretarlo ho lavorato su me stesso per un mese intero, prima delle riprese

Sul set con Luca Miniero

Rocco parla di Luca Miniero con una gratitudine che rasenta la devozione. «È un visionario. Mi ha cresciuto artisticamente. Il primo giorno che mi ha visto mi ha detto: “Perché hai questa faccia?”. Da lì è iniziato tutto».

Tra i due si è creato un legame umano e professionale profondo. «Luca ci lasciava molto liberi sul set. Ci diceva sempre: “Guardate il copione fino a un certo punto, poi fate vostro il personaggio. Uscite, divertitevi, create un rapporto umano”. È così che nascono le scene corali vere, quelle che sembrano girate da un gruppo che lavora insieme da anni».

Una delle scene più potenti, racconta, è nata da un’improvvisazione con Giampiero De Concilio (Mimmo). «Abbiamo improvvisato quasi tutto, senza stop. Alla fine Luca ci ha detto: “Siete due geni”. Ovviamente esagerava, ma sentirlo dire da lui è stato un colpo al cuore».

Napoli, rinascita e verità

Parlare di Napoli per Rocco significa parlare di identità. «Essere napoletano in questa serie è stato fondamentale. Ci sono storie che puoi raccontare solo se vieni da lì. Noi del Rione Sanità non è la solita fiction sulla criminalità: è una favola di riscatto. Racconta che anche nelle situazioni più difficili si può trovare una via d’uscita».

Napoli è una città che da secoli vive sospesa tra mito e pregiudizio, racconto e fraintendimento. Per decenni è stata imprigionata in uno sguardo esterno che la riduceva a scenografia di folklore, criminalità e fatalismo. Ma chi la abita sa che dietro quel rumore di fondo c’è un’altra verità: una città che non si arrende mai.

Nel Rione Sanità — come in molti quartieri popolari — la parola riscatto non è uno slogan, è una pratica quotidiana. La musica, il teatro, l’arte e oggi il cinema stanno riscrivendo il suo immaginario, trasformando le ferite in forza creativa. Qui la cultura diventa un modo per sopravvivere, ma anche per rinascere. Napoli non vuole più essere solo la città dei “guappi” o dei vicoli da cartolina: vuole raccontarsi con autenticità, attraverso le voci di una nuova generazione di artisti che non nega le contraddizioni ma le illumina. È questa la sua vera rivoluzione — non cambiare pelle, ma mostrare quella vera, senza paura.

Cita con rispetto Don Antonio Loffredo, il sacerdote che ha ispirato la storia: «L’ho conosciuto di persona. È una figura incredibile, un uomo che ha dato un futuro ai ragazzi del quartiere. Ha fatto un’impresa vera, tirandoli fuori dalla strada e insegnando loro che si può costruire un’altra vita».

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Napoli oggi, dice, «sta vivendo un exploit artistico a 360 gradi: musica, cinema, televisione. È una città che non ha paura di essere giudicata, nel bene e nel male. Ed è proprio questa la sua forza».

Rocco Guarino
Total Look Trussardi

Costanza, sogni e futuro

Nonostante la popolarità crescente, Rocco conserva un’idea molto sobria del successo. «Io non faccio cinema per i soldi, ma per una questione artistica. Voglio essere un esempio per i ragazzi. Certo, amo stare sotto i riflettori, ma so anche quando devo staccare. Ogni tanto mi prendo del tempo per pensare, per chiedermi se sto facendo tutto giusto. È un difetto, dicono che penso troppo, ma io credo che sia la mia salvezza».

E sul futuro non ha dubbi: «Il sogno è arrivare in alto, interpretare anche ruoli lontani da me, mettermi alla prova. Ma ci vogliono tempo, costanza e determinazione. Una scala non la sali saltando i gradini. Serve pazienza, serve fame. Io spero solo di non perdere mai quella voglia, che è la mia vera forza».

«Amo stare sotto i riflettori, ma so anche quando devo staccare. Ogni tanto mi prendo del tempo per pensare, per chiedermi se sto facendo tutto giusto».

L’amore secondo Rocco Guarino

Quando si parla di sentimenti, Rocco non esita un attimo. «L’unica persona che è sempre stata al mio fianco, sempre, è mia madre. Lei c’è da sempre. Gli altri vanno e vengono, ma mia madre è rimasta. È quella che ha creduto in me quando nessuno ci credeva davvero».

Sul resto è disincantato ma sereno: «Le invidie in questo ambiente esistono, ci sono sempre. Ma io preferisco non perdere tempo. Ognuno ha la propria strada: io penso alla mia e vado avanti».

E poi, inevitabilmente, arriva la domanda sull’amore. «Non sono mai stato fidanzato, non mi hanno mai spezzato il cuore e non mi sono mai innamorato. Cotte? Tantissime, ma niente di più. Quando arriverà la persona giusta, voglio darle il cento per cento di me, tutto quello che ho dentro. Ma ancora non è arrivato il momento».

Sorride, con quella calma dei vent’anni che non ha bisogno di conferme: «Sto bene così, felicemente single. Ho la mia famiglia, il mio lavoro, e questo mi basta. Il resto verrà quando sarà il momento».

Quando arriverà la persona giusta, voglio darle il cento per cento di me, tutto quello che ho dentro.

Ph. Alessandro Rabboni

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