Ruben Mulet Porena – Un’ anima in movimento
In bilico tra due terre, due lingue e mille passioni, Ruben Mulet Porena incarna perfettamente lo spirito di un artista contemporaneo: curioso, profondo e in continuo movimento. Attore, scrittore, viaggiatore dell’anima, Ruben ci racconta un percorso fatto di scelte coraggiose, amore per l’arte e un’insaziabile voglia di crescere.
Il successo nella serie Netflix “Il Gattopardo“, dove interpreta Francesco Corbera di Salina, è solo una tappa di un cammino più ampio, in cui ogni esperienza – dalla scrittura al cinema, dallo yoga alla musica – diventa strumento di scoperta e connessione.
La sua è una voce giovane, ma già consapevole, capace di attraversare le emozioni con sincerità disarmante.

Sei nato a Minorca, papà spagnolo, mamma italiana, cresciuto a Roma dove vivi. Al netto dei numerosi viaggi che fai, ti senti più nomade o più radicato?
Sì, ora vivo a Roma, anche se viaggio molto, sia per motivi professionali che personali. Penso di essere metà e metà, forse più nomade, perché nonostante io abbia delle radici forti nella mia famiglia, nelle mie amicizie, che sono principalmente a Roma e in Spagna, mi trovo spesso a vivere il bisogno di “cambiare aria”, ho una naturale inclinazione a esplorare. Stare troppo a lungo nello stesso posto rischia di trasformarsi in una “comfort zone”, e io ho bisogno di immergermi in nuove culture per crescere e arricchirmi, per conoscere altre parti di me, capire quali sono i miei limiti.
L’infanzia di Ruben Mulet Porena
Hai iniziato a recitare già da bambino, a sei anni durante i laboratori dedicati al teatro. Che ricordi hai di te in quel periodo?
Sì, era una piccola compagnia, un’ attività del dopo scuola in cui si recitava e a me è sempre piaciuto moltissimo. Da piccolo non stavo mai fermo, mai mai. Ero un uragano, avevo tantissima energia e ce l’ ho tutt’ ora, eh! Non è cambiato nulla! (Ride)
Il cinema racconta spesso storie di trasformazione, di crescita, d’ identità. Tu, fuori dal set, come pensi di essere cambiato, crescendo, rispetto al bambino che eri?
Credo d’esser diventato adulto molto presto. So di avere 25 anni e un faccino molto giovane, però so già che cosa significa prendersi le proprie responsabilità e anche badare alle conseguenze delle proprie scelte, della propria vita, che non è sempre facile. Da bambino ero molto sognatore, vivevo con la testa fra le nuvole, ma sempre circondato dall’amore della mia famiglia, nonostante le difficoltà economiche. Sono cresciuto molto con l’ immaginazione. Non sono un figlio d’arte o “di papà”, vengo da una famiglia abbastanza semplice. Sai, a volte, situazioni economiche non esattamente facili possono portare anche a dinamiche piuttosto tossiche e l’educazione e i valori che mi sono stati trasmessi sono stati fondamentali per me.
E nonostante questo pensi che esista un aspetto di te che la gente magari fraintende?
Sì. Io penso che sì, proprio il fatto di essere molto… di avere questa energia, insomma, anche questa emotività molto spiccata che viene spesso scambiata per ingenuità, come “non essere pronto” in un certo senso. A volte vengo considerato naïf, quando invece sono semplicemente entusiasta.
Hai scelto un mestiere complesso, fatto di attese, di provini, di ruoli che magari si ottengono e altri che sfuggono. Come gestisci l’incertezza proprio di questa professione?
Mah, l’ incertezza la gestisco ricordandomi che l’ho scelto io questo mestiere. Mi domando spesso cosa posso controllare. Posso controllare la mia preparazione, allenare la memoria, lavorare alla mia idea del personaggio, ma non sempre posso controllare il risultato finale. Accettare questo con una filosofia zen è essenziale, anche se non certo facile. Rispetto a ciò che dipende da me do il 100%, sempre.
Però per il resto se magari non sono io il viso che cercano, il carattere che cercano, so che devo andare avanti comunque.
Sei un ottimista fondamentalmente, sai che ho molto apprezzato una tua dichiarazione in cui dici che ci sono cose che ti piace fare e cose per cui vivi?
Sì, sicuramente sono un ottimista e mi piace fare molte cose, tantissime. Faccio yoga, disegno, leggo, scrivo, suono la chitarra, studio canto. La passione e il sogno sono ciò che mi spingono avanti ogni giorno. Vivo con la consapevolezza che la vita è un viaggio, non ne conosciamo la durata e io voglio sperimentare, scoprire e godermelo al massimo.
E in effetti sei uno sperimentatore. Hai cominciato a studiare ingegneria prima di dedicarti totalmente alla recitazione e agli altri tuoi talenti, non hai mai pensato che fosse la scelta sbagliata?
(Sorride) Non proprio una scelta sbagliata, ma a un certo punto ho capito che non faceva per me. Ho sempre avuto una mente curiosa e analitica, ma l’ingegneria non mi appassionava. Quando ho deciso di lasciarla, nessuno dei miei amici o familiari si è sorpreso: avevano capito prima di me quale fosse la mia vera strada.
E senti, mi incuriosisce sapere se c’ è stato un film che ti ha fatto capire che il cinema poteva essere più di un semplice intrattenimento da vivere come spettatore.
Un film, dici, eh? Questa è una domanda difficile… (ci pensa) Un momento, allora in altre occasioni ho detto che uno dei miei film preferiti era Little Miss Sunshine, però ora che ci rifletto, un film che invece mi ha fatto veramente credere che il cambiamento fosse possibile è Will Hunting – Genio Ribelle. Sì, perché lì lo vedi proprio che a volte siamo noi il nostro limite, no? Noi ci mettiamo i bastoni fra le ruote, anche quando abbiamo un talento o una capacità. Certo, non vuol dire che siamo capaci a fare tutto, ma che se c è un talento va coltivato. Anche perché il lavoro batte il talento se il talento non lavora. Questa è una cosa che mi hanno sempre detto i miei insegnanti. Quella della scuola spagnola che mi insegna anche flamenco adesso, si chiama Clara, ed è una parte fondamentale della mia vita. Mi ha spinto un sacco nell’intraprendere questo mestiere, fare questa scelta, perché mi diceva che avevo talento e dovevo coltivarlo e vedendo questo film mi sono reso conto che effettivamente anche scegliere di vivere la tua vita come vuoi, nonostante le difficoltà e le incertezze, è un atto di coraggio che comporta responsabilità e applicazione.
Mentre stavo facendo Ingegneria, mi sono chiesto: ”Ma io veramente sono un ingegnere, per come sono fatto, per quello che ho sempre fatto nella mia vita, è questa la mia strada?”. Come ti ho detto, quando ho cambiato, amici di una vita, ma anche i miei genitori, nessuno si è sorpreso, lo sapevano già tutti, quindi era una cosa che traspariva.

Ruben Mulet Porena – Il lavoro dell’attore
Ma nel lavoro dell’ attore c’è qualcosa che ti ha sorpreso, qualcosa che non ti aspettavi?
Non so se mi ha sorpreso, però la cosa più impegnativa è sempre quella di eliminare il giudizio, che però è anche la cosa più importante per poter recitare al meglio, per essere presenti sul momento. Penso sia la cosa con cui io e tutta la categoria combatte di più, perché penso non ci sia un attore che non si giudica.
Se un giorno un ragazzo ti fermasse per strada e ti dicesse che ha deciso di diventare attore dopo aver visto un tuo film, tu che cosa gli diresti, cosa gli consiglieresti?
La prima cosa che gli chiederai è: “Perché”? Perché se è per soldi e fama, gli direi subito che ha sbagliato mestiere. Il perché delle scelte è importante, è il motore principale. Se la risposta fosse comunicare, rimettere in connessione chi ti guarda, lo spettatore con se stesso, penso che sia un buon motivo. Gli consiglierei sicuramente di vedere quest’obiettivo come una cosa che non è sempre immediata e per la quale non c’ è una sola soluzione. L’ importante è credere che tu possa sempre migliorare, sempre crescere, sempre imparare, diversamente è finita prima ancora di cominciare. Nessuno è bravo all’ inizio, neanche i chirurghi quando iniziano sono bravi.
Se potessi scegliere tra una carriera lunga, ma di medio riconoscimento, oppure un solo ruolo pazzesco, di quelli che restano nella storia del cinema, cosa sceglieresti?
Penso una carriera lunga perché so che devo morire su un palcoscenico, capito? Sarò in scena fino alla fine, non ci sarà pensione per me, anche perché non so se ce l’avrò mai per come sono messe le cose. (Ride)
Certo vorrei che ci fosse un ruolo che lascia il segno, però non vorrei divenire solamente quella cosa lì, vorrei avere un’ evoluzione.

E fra cento anni, alla fine della tua carriera, cosa vorresti che si dicesse di te?
Vorrei che si dicesse che ho fatto tutto per amore dell’ umanità. Umanità intesa non come genere umano, ma come “essere” umani, all’ empatia che ci vuole, al cuore. Lo dico con meno ego possibile, con tutta l’ umiltà del mondo, però vorrei veramente donare qualcosa per fare del bene. Vorrei che si vedesse nei miei ruoli e nelle mie scelte, che ci ho messo sicuramente sempre tanto cuore, tanta onestà e tanta voglia di raccontare quella storia affinché possa servire a qualcuno.
Ma ti senti impaziente rispetto al tempo che passa? C’ è qualcosa che hai paura di non riuscire a fare in tempo? Oppure sai che hai tutta la vita davanti?
Io sono un impaziente da sempre, Alessandro, sempre. Sempre stato impaziente, ma per qualsiasi cosa. La pazienza è la virtù dei forti, dicono. Non mi ritengo meno forte di chi ha più pazienza, però so che è una mia difficoltà portare pazienza, quindi cerco di fare sempre dei respiri e di dire ok, piano piano, c’è tutta la vita.
Mi piacerebbe sapere se pensi che il cinema stia raccontando bene i ragazzi della tua generazione.
Io penso che ci siano molti tentativi belli, penso che stiamo cercando di essere sempre più sinceri nei nostri racconti. Penso sicuramente che le nuove generazioni non sono più, o meno, complesse, sono semplicemente più in contatto con la complessità del genere umano perché stiamo scendendo sempre più in profondità, il che è bello ma è anche spaventoso e spesso andiamo completamente in crisi. Quindi è sicuramente difficile poter raccontare questo. Penso che dovremmo essere proprio noi giovani a volerla raccontare, a doverla raccontare, prendendoci la responsabilità di andare a cercare in fondo.
E infatti tu sei anche uno sceneggiatore, ami scrivere e so che stai lavorando anche in questa direzione. Ma da dove nasce questa necessità di raccontarle le storie, non solo interpretarle?
L’ ho sempre fatto. Io quando raccontavo una barzelletta da ragazzino, che magari mi avevano appena detto, mi ci mettevo al 100%. Volevo proprio che gli altri godessero della mia storia. Essendo uno che non sta mai fermo, un po’ spericolato su alcune cose, me ne capitano di tutti i colori. Ovviamente ogni volta che me ne capita una, diventa un aneddoto comico che io non vedo l’ ora di raccontare (Ride).
Però oltre al riso, o al al sorriso, quello che ho notato è che quando racconti una storia di te, anche di un tuo dolore o di una tua consapevolezza, la reazione dell’ altro che ti sta ascoltando, è come un respiro all’unisono. Si sente anche lui parte della tua storia perché lo tocca e quindi la necessità di raccontare viene da questo, dalla comunione e dalla connessione.
Ad ogni modo il mondo sta cambiando a una velocità incredibile. Come pensi che il cinema, la televisione, la comunicazione si trasformeranno nei prossimi anni?
Ho una sensazione, forse anche dettata da un desiderio. Spero in una maggiore libertà creativa, meno influenzata dalle logiche del profitto. L’audiovisivo è uno strumento potentissimo, e mi auguro che venga usato per raccontare storie vere e profonde, capaci di lasciare un segno.
Ci vorrebbero più mecenati che foraggino l’arte, il cinema, la musica, la scrittura, la cultura, per poter però raccontare la realtà cruda, cruda intesa come non contaminata dagli interessi.

Il tuo rapporto con i social invece? Sono un nuovo palcoscenico, no? Possono essere uno spazio di divulgazione, d’intrattenimento, con tanti pro e tanti contro. Che uso ne fai? Come li vivi?
Sono un’arma a doppio taglio. Bisogna ricordarsi che sono un mezzo per connettersi, un modo per arrivare potenzialmente a tutti quindi, soprattutto quando è un profilo pubblico e chiunque può venirti a vedere quando gli pare, prestare attenzione a ciò che vuoi si trovi.
L’ attenzione più grande va prestata anche al fatto che l’ ego è continuamente sollecitato ed è una sorta di morte se tu non sai come controllarlo. Mi chiedo più volte se una cosa vada postata o meno e poi ci sono dei momenti in cui dico sì, “ma che me frega”. (Sorride) Sicuramente mi devo sempre mettere in contatto con chi sono. Cioè, non posso essere in un momento di crisi personale e pubblicare qualsiasi cosa, perché so che poi più avanti magari me ne pentirò, quindi cerco sempre di essere in contatto con me stesso e onesto. A volte posso pubblicare una cosa stupida, che però mi rappresenta e che ho voglia di condividere oppure posso sentire il bisogno di preservare qualcosa e quindi non la pubblico.
Quello che so è che sono un attore, non sono un influencer, quindi sicuramente questa differenza mi permette di viverli col giusto equilibrio e mistero (Ride)
Anche se hai interpretato il film “Genitori vs Influencer”.
(Ride) Già! Posso dirti che sono stato fierissimo di quella commedia familiare, è stata bellissima. Anche perché divento proprio il figlio, il frutto di una generazione che è sempre a contatto con i social, ma che poi non crea delle connessioni reali. Però, ribadisco, io sono un attore e non sono un influencer, quindi sicuramente cerco di preservare la mia vita privata e, nonostante ami condividere le cose importanti della vita con le persone a cui tengo, mi devo sempre ricordare che il mondo non deve sapere tutto di tutti.
Quale titolo daresti al film della tua vita fino a questo momento?
Ohhh, questa è difficilissima, Alessandro! (Ride)
Allora te ne faccio un’ altra. Se potessi scrivere il finale della tua storia, le ultime parole a chiusura, quali dovrebbero essere?
Eh, questa è bella, mi piace di più! (Sospira) “E guardando la luce dell’ occhio di bue, il suo stesso occhio si commosse, e il buio lo avvolse“.
PR & Image Davide Musto
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