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Il diavolo veste Prada 2, vent’anni dopo: oltre il mito della moda

Il diavolo veste Prada 2, vent’anni dopo: oltre il mito della moda

Barbara Cialdi

La verità dietro Runway e oltre: cosa resta oggi del sogno editoriale tra talento, resistenza e nuove regole del gioco.

A vent’anni dall’uscita di Il diavolo veste Prada, il ritorno annunciato del suo universo narrativo non è soltanto un’operazione nostalgica. È, piuttosto, un’occasione per interrogarsi su ciò che è cambiato — e su ciò che, sorprendentemente, è rimasto identico. Quando avevamo lasciato Andy Sachs, la sua scelta appariva chiara: abbandonare il tempio dorato di Runway per inseguire un giornalismo più autentico, meno patinato, più vicino alla verità delle parole che non al luccichio delle copertine. Una decisione che, allora, sembrava un atto di coraggio. Oggi, alla luce delle trasformazioni dell’editoria, assume quasi i contorni di una premonizione.

Il diavolo veste Prada 2: non parla più di moda?

Andy scriveva con passione, con disciplina, con quella fame silenziosa di chi crede ancora che il talento possa bastare. E in quella traiettoria — fatta di notti insonni, compromessi rifiutati e dignità preservata — è impossibile non riconoscersi. “Ho avuto rapporti con uomini che non hanno mai letto nulla di mio”, dice con disarmante lucidità. E ancora: “Non ho mai fatto sesso con chi potesse aiutarmi, solo con quelli fighi senza alcun potere”. Frasi che, al di là dell’ironia, contengono una dichiarazione precisa: la scelta ostinata di non piegarsi a logiche opportunistiche, di non barattare il proprio valore con scorciatoie.

Non ho mai fatto sesso con chi potesse aiutarmi, solo con quelli fighi senza alcun potere

Dal 2015, nel mio percorso giornalistico, questa stessa linea è diventata una forma di resistenza quotidiana. In un mondo editoriale sempre più feroce, dove la qualità si misura spesso in termini di visibilità e non di contenuto, dove gli inserzionisti orientano le scelte e i numeri dettano le priorità, portare avanti un’idea di scrittura indipendente è un atto quasi sovversivo. Non si tratta solo di raccontare storie, ma di difendere uno spazio — sempre più ristretto — in cui le parole possano ancora avere un peso specifico, non subordinato a logiche commerciali.

Ed è qui che il ritorno de Il diavolo veste Prada diventa qualcosa di più di un sequel. Diventa uno specchio. Perché se Runway allora rappresentava il vertice di un sistema chiuso e gerarchico, oggi sarebbe probabilmente un organismo vulnerabile, costretto a negoziare continuamente la propria identità con le esigenze del mercato. Le dinamiche sono cambiate, ma la tensione resta: tra ciò che si vorrebbe raccontare e ciò che si è costretti a pubblicare.

Il diavolo veste Prada 2
Il sequel de Il diavolo veste Prada, diretto da David Frankel, è nelle sale con il ritorno di Streep, Hathaway e Blunt, e nuove star come Theroux e Branagh, offrendo un aggiornamento sul mondo del giornalismo vent’anni dopo

Nel nuovo capitolo, inevitabilmente, anche Miranda Priestly non potrà più essere la stessa. Non più soltanto l’algida sacerdotessa del gusto, ma una figura chiamata a confrontarsi con un potere che non le appartiene più del tutto. E forse, per la prima volta, non sarà lei a dettare le regole.

Ne “Il diavolo veste Prada2” il giornalismo è il vero protagonista

Entrando nel vivo del nuovo capitolo de Il diavolo veste Prada, ciò che colpisce non è tanto l’evoluzione estetica dei personaggi, quanto la loro inevitabile ridefinizione identitaria all’interno di un sistema che non è più lo stesso. Andy Sachs non è più la giovane assistente che correva tra una consegna impossibile e l’altra. È una donna che ha costruito — con coerenza e senza scorciatoie — un proprio spazio nel giornalismo.

Ma proprio qui emerge la prima crepa narrativa interessante: cosa significa oggi “avercela fatta”? In un ecosistema dove la profondità viene spesso sacrificata alla rapidità e l’autorevolezza al traffico, anche Andy si trova davanti a un bivio. Restare fedele a quella purezza iniziale o accettare, almeno in parte, le regole del gioco? La sua evoluzione non può più essere raccontata come una semplice emancipazione: è una negoziazione continua, sottile, quasi invisibile.

Più stratificata, e forse più spiazzante, è la traiettoria di Miranda Priestly. Se un tempo incarnava un potere assoluto, verticale, indiscutibile, oggi quel potere appare eroso. Non scompare — Miranda non è un personaggio che arretra — ma cambia natura. Deve dialogare con metriche che non controlla, con inserzionisti più esigenti, con un pubblico che non è più disposto a subire ma pretende di partecipare. La sua autorevolezza si trasforma in strategia: meno imposizione, più adattamento. Ed è proprio questa trasformazione a renderla contemporanea. Non più intoccabile, ma costretta a difendere, giorno dopo giorno, un ruolo che non è più garantito.

Anne Hathaway torna nei panni di Andy Sachs ne Il diavolo veste Prada: non più assistente, ma una donna consapevole che ha trasformato la scrittura in una carriera, restando fedele a se stessa.

Infine, la vera sorpresa narrativa può arrivare da Emily Charlton. Da assistente ossessiva e rigidamente allineata al sistema, Emily diventa una figura molto più complessa: una donna che ha interiorizzato le regole del potere ma che, con il tempo, ha sviluppato desideri propri. Non più solo carriera, non più solo perfezione. Il suo arco evolutivo potrebbe essere il più interessante proprio perché rompe la linearità del personaggio originario. Emily non esegue più: sceglie. E nel farlo, mette in discussione quel modello di successo che un tempo difendeva senza esitazioni.

Simone Ashley, nota per Bridgerton, entra nel nuovo universo de Il diavolo veste Prada 2: una presenza contemporanea che porta eleganza e una nuova energia al racconto.
Simone Ashley, nota per Bridgerton, entra nel nuovo universo de Il diavolo veste Prada 2: una presenza contemporanea che porta eleganza e una nuova energia al racconto.

In questo intreccio di traiettorie, il film smette di essere un racconto sulla moda e diventa una riflessione sul controllo — su chi lo detiene, su chi lo perde e su chi, nel frattempo, impara a ridefinirlo. E, soprattutto, su quanto costa, oggi, restare fedeli a se stessi in un sistema che premia esattamente il contrario.

Nel nuovo scenario che si apre attorno a Il diavolo veste Prada, la moda sembra ridefinire il proprio ruolo in modo meno dominante rispetto al passato. Se nel primo capitolo rappresentava il centro assoluto — un linguaggio capace di determinare status, identità e potere — oggi appare inserita in un sistema più ampio, dove dialoga con altri elementi: comunicazione, strategie digitali, dinamiche di mercato. Non perde rilevanza, ma cambia posizione.

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È un passaggio che sorprende proprio chi, come me, vive quotidianamente questo ambiente. Perché ciò che dall’esterno continua ad apparire come un universo fortemente focalizzato sull’estetica, dall’interno rivela un equilibrio più complesso, in cui la moda è parte di un ingranaggio articolato. Non è più l’unico motore, ma uno dei linguaggi attraverso cui si costruisce il racconto.

In questo senso, anche il confronto con il film diventa interessante: se allora Andy doveva imparare a comprendere la moda per entrare in quel mondo, oggi sembra necessario comprendere il sistema nel suo insieme. La moda resta, ma si integra. E forse è proprio questa evoluzione — più che una perdita di centralità — a raccontare meglio il presente.

Il mio punto di contatto con Andy Sachs non è solo professionale, è quasi istintivo. Mi rivedo in quella determinazione silenziosa, in quella convinzione profonda che scrivere bene non sia un dettaglio, ma la sostanza stessa di questo mestiere. Nel mio percorso, iniziato nel 2015, non ho mai smesso di credere che la notizia venga prima di tutto: prima dell’immagine, prima delle dinamiche di visibilità, prima di qualsiasi logica esterna. Ho scelto, ogni volta, di restare fedele a questo principio, anche quando sarebbe stato più semplice adattarsi.

Mi rivedo in quella determinazione silenziosa, in quella convinzione profonda che scrivere bene non sia un dettaglio

Scrivere, per me, non è mai stato un esercizio accessorio. È responsabilità, è identità, è presenza. È il modo in cui mi posiziono nel mondo e nel lavoro. Come Andy, non ho cercato scorciatoie né appoggi strategici: ho costruito ogni passo con le mie forze, affidandomi esclusivamente a ciò che so fare davvero: mettere insieme parole che abbiano un senso, un peso, una direzione.

In un contesto che cambia continuamente, questa resta la mia unica costante. E forse anche la mia forma più autentica di resistenza. Forse è proprio qui che il cerchio si chiude. Perché, a distanza di vent’anni, Il diavolo veste Prada 2 non è più soltanto un film sulla moda, né una storia di ambizione o di compromessi. È diventato una lente attraverso cui leggere un’intera trasformazione: quella di un sistema, di un linguaggio, di un mestiere.

Meryl Streep torna nei panni di Miranda Priestly ne Il diavolo veste Prada 2: meno monolitica, più consapevole, oggi si confronta con un potere che non controlla più del tutto, in un sistema editoriale profondamente cambiato.
Meryl Streep torna nei panni di Miranda Priestly ne Il diavolo veste Prada 2: meno monolitica, più consapevole, oggi si confronta con un potere che non controlla più del tutto, in un sistema editoriale profondamente cambiato.
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