Jacob Elordi-mania: l’ascesa inevitabile dell’uomo che Hollywood aspettava
Da Elvis inquieto in Priscilla al mostro magnetico di Frankenstein, passando per il ruolo disturbante di Nate Jacobs in Euphoria: il fenomeno Jacob Elordi esplode solo ora, dopo anni di interpretazioni che non avevano ancora trovato il riflettore giusto.
Il 30 agosto, quando arrivo al Lido per il Festival di Venezia, l’aria ha quella frenesia sospesa che solo le prime mondiali sanno creare. È il giorno della presentazione Fuori Concorso di Frankenstein, il nuovo attesissimo progetto di Guillermo del Toro. Tra fotografi che si accalcano, addetti stampa che sussurrano informazioni mentre spingono verso il red carpet e giornalisti alla ricerca dell’inquadratura perfetta, non immagino affatto che sto per assistere alla nascita — silenziosa ma inesorabile — di un fenomeno.
Lo vedo arrivare: Jacob Elordi, altissimo, quasi irreale nella sua eleganza nervosa. Un’apparizione che spicca più per la verticalità sorprendente che per l’aura da star, perché allora, in quel preciso momento, nessuno avrebbe davvero scommesso sulla valanga mediatica che, dopo pochi mesi, si sarebbe abbattuta su di lui.

Tra i colleghi, si mormora del suo passato in Priscilla, della parentesi turbolenta in Euphoria, della bellezza fuori scala che lo rende immediatamente riconoscibile. Ma la verità è che Frankenstein appare, quel giorno, come un capitolo artistico in più, non come l’evento destinato a consacrare il suo protagonista.
E invece, a distanza di poche settimane, è esattamente ciò che accade.
È il 7 novembre quando Netflix lancia il film di Del Toro e l’esplosione è immediata, quasi violenta: clip virali, interviste, trending topic, una trasformazione culturale che nessuno al Lido — me compresa — aveva davvero previsto.
E così, ripensando a quel 30 agosto, mi è chiaro che in quell’attore altissimo che attraversava il tappeto rosso con passo timido si nascondeva già tutto: potenza, magnetismo, destino. Solo che noi non eravamo ancora pronti a vederlo.
L’esplosione improvvisa di Jacob Elordi che improvvisa non è
Jacob Elordi sembra comparire ovunque: salotti televisivi, copertine patinate, festival internazionali, video virali che affollano TikTok. Con Frankenstein diventa all’improvviso un fenomeno culturale. Ma come accade sempre nelle carriere che segnano un’epoca, ciò che appare improvviso è in realtà il culmine di un percorso lento, complesso, sedimentato in ruoli che già da anni ne rivelavano la forza magnetica.
Prima del prestigio autoriale di Priscilla e della consacrazione gotica di Frankenstein, Elordi aveva già attirato l’attenzione globale con Euphoria. Il suo Nate Jacobs — violento, manipolatorio, fragile, disturbante — è stato uno dei personaggi più iconici e controversi della serie.
Una figura centrale, capace di generare dibattito, odio, fascinazione. In Euphoria, Elordi mostra un’intensità psicologica che non chiede simpatia, ma impone presenza scenica. È lì che inizia il mito: la consapevolezza che questo attore può reggere ruoli difficili, scivolosi, moralmente ambigui.
Tuttavia, la serie, pur popolarissima, lo colloca ancora nel recinto del “giovane interprete emergente”, non dell’icona cinematografica.

Dopo Euphoria, arriva la prova d’attore che molti critici considerano il suo primo vero salto: Elvis Presley in Priscilla di Sofia Coppola. Un Elvis lontano dal mito patinato: ambiguo, carismatico, gelido, perfino disturbante. Una performance di grande profondità che avrebbe potuto trasformarlo in un caso. E invece no. Non esplode nulla. Non ancora.
Priscilla è un film d’autore, intimo, rarefatto, centrato sul punto di vista femminile. Elvis non è protagonista, ma contesto emotivo. Elordi, pur straordinario, non è il fulcro narrativo
Priscilla è un film d’autore, intimo, rarefatto, centrato sul punto di vista femminile. Elvis non è protagonista, ma contesto emotivo. Elordi, pur straordinario, non è il fulcro narrativo. Senza centralità, senza marketing costruito attorno al suo volto, il pubblico non si mobilita. Gli addetti ai lavori notano la maturità dell’interpretazione; le masse, semplicemente, non vengono raggiunte.
L’Elvis di Coppola non è il tipo di figura che genera mania: non è glam, non è rassicurante, non è costruito per essere desiderabile. È un uomo problematico, quasi respingente. Così come Nate Jacobs in Euphoria, anche Elvis è un archetipo scomodo. Elordi affascina, ma non “appartiene” ancora al pubblico. È rispettato, non idolatrato.
Frankenstein: il ruolo che lo trasforma in icona
Con Frankenstein, finalmente, arriva il ruolo perfetto nel momento storico perfetto. Elordi è protagonista assoluto, corpo scenico, immagine disturbante e magnetica. Il film costruisce su di lui un’estetica potente, immediatamente replicabile sui social. Non è più solo un attore che sorprende: è un attore che domina. Hollywood aveva fame di un nuovo leading man, e lui diventa la risposta naturale.

La Jacob Elordi-mania non è un’esplosione casuale: è la maturazione di un percorso. Da Euphoria, dove ha dimostrato di saper incarnare la complessità morale, a Priscilla, dove ha affinato la profondità psicologica, fino a Frankenstein, dove diventa finalmente un simbolo generazionale.
Non è cambiato Elordi, è cambiata la percezione dell’industria. E quando il contesto è pronto, il talento trova la sua apoteosi.








