Vigoressia: il lato oscuro del corpo perfetto, quando muscoli e dieta diventano un’ossessione
Se apriamo i nostri social non possiamo fare a meno di notare la quantità di corpi perfetti, magri, allenati e muscolosi che ci vengono presentati, oltre che tutte le numerose diete, pranzi e cene “fit” o “light”, come se fossero un modello se non da seguire, quanto meno da ambire.
Ma quanto questo stile di vita è realmente sano? Perché conosciamo tutti, bene o male, i disturbi alimentari nelle forme più “classiche”, ma ce ne sono altrettante meno conosciute.

Di per sé mangiare bene ed allenarsi sono ottime e salutari abitudini, ma se raggiungiamo l’eccesso, potremmo essere di fronte a qualcosa di molto più serio e decisamente meno salutare: che nome si può dare a questa ossessione?
Per dare una risposta a questa domanda, che apre un ampio tema che merita di essere approfondito, ci sostiene il Dottor Mendolicchio, medico psichiatra e psicoanalista, Direttore del Dipartimento Cura e Ricerca Disturbi Alimentari Auxologico.

Che cos’è la Vigoressia?
Tornando a quanto ci chiedevamo prima, potremmo rispondere con il termine “vigoressia”. Ma esattamente, di cosa si tratta? “Conosciuta in ambito clinico anche come dismorfia muscolare, è una condizione psicopatologica caratterizzata da una persistente e pervasiva preoccupazione per la propria massa muscolare, vissuta come insufficiente o inadeguata nonostante una struttura corporea spesso già sviluppata e atletica”.
Se chi ne soffre spesso vanta, appunto, una condizione fisica sviluppata, qual è il motore di questo comportamento? “Il soggetto affetto da vigoressia vive il proprio corpo come incompleto, fragile o ‘non abbastanza’, in una distorsione percettiva che coinvolge non solo l’immagine corporea ma l’identità stessa. Il corpo diventa il luogo privilegiato su cui si proiettano conflitti profondi legati all’autostima, al valore personale e al riconoscimento sociale. Il controllo corporeo diventa una forma di controllo esistenziale”.
Questa patologia, che si colloca all’interno dello spettro dei disturbi ossessivo-compulsivi e dei disturbi dell’immagine corporea, presenta un tratto particolarmente subdolo rispetto ai DCA più conosciuti, che la rende di diagnosi più complessa.
Come riconoscere i sintomi della vigoressia
Come ci spiega il Dottore, i sintomi sono di difficile misurazione e quantificazione, in quanto spesso erroneamente confusi per uno stile di vita sano ed equilibrato, quando invece, in questo disturbo, quello che viene proprio a mancare è l’equilibrio: “l’attività fisica assume caratteristiche compulsive, con allenamenti intensi e ripetuti anche in presenza di dolore, infortuni o condizioni fisiche che richiederebbero riposo. L’alimentazione è rigidamente strutturata, spesso iperproteica, ripetitiva e vissuta non come nutrimento ma come mezzo funzionale alla costruzione del corpo ideale”. In questo poi si inserisce un ampio uso (o abuso) di integratori che, nel peggiore dei casi, si trasforma in utilizzo di sostanze dopanti o anabolizzanti.

Oltre che all’estenuante esercizio fisico e alla dieta ferrea, si aggiungono anche alterazioni sul piano psicologico, sia personale che interpersonale: “ansia, irritabilità, ritiro sociale e una progressiva riduzione degli spazi di vita non direttamente connessi alla cura del corpo”. Sostanzialmente, la cura del corpo diventa prioritaria su ogni altra forma di attività, che sia lavorativa, ludica o sociale.

Qui arriviamo ad un quesito cruciale: come distinguere tra stile di vita sano e condizione patologica? Il Dottor Mendolicchio ci spiega che la difficoltà legata a questo discernimento non sta in un’analisi quantitativa (ossia quante volte il soggetto si alleni a settimana), ma in un’analisi qualitativa, cioè nel significato e nell’importanza che allenamento e dieta assumono nella vita di chi li pratica. Infatti “uno stile di vita sano amplia le possibilità esistenziali, migliora la qualità della vita e lascia spazio alla flessibilità. Nell’ossessione vigoressica, al contrario, il corpo diventa una prigione: ogni deviazione dalla routine genera colpa, ansia e vissuti di fallimento personale. Il valore di sé è interamente subordinato alla performance corporea”.
Nonostante nel corso degli anni si sia dato molto più spazio ed attenzione ai disturbi alimentari, sia dal punto di vista dell’informazione che delle cure, la vigoressia è una patologia ancora abbastanza sconosciuta alla maggior parte del pubblico, soprattutto se confrontata con l’anoressia nervosa.

Tale differenza nella divulgazione e cura è dovuta alla diversa tollerabilità sociale manifestata nei confronti dei due disturbi: “la magrezza estrema suscita allarme, mentre l’ipermuscolarità viene spesso valorizzata e idealizzata. La sofferenza vigoressica è socialmente premiata, scambiata per disciplina, forza di volontà e successo personale. Questo rende il disturbo meno visibile, più difficile da intercettare e, paradossalmente, più pervasivo”.
A tutto ciò aggiungiamo poi che questa patologia colpisce maggiormente gli uomini, statisticamente meno inclini a prendersi cura della propria salute mentale, per una maggior difficoltà sia nel riconoscere il problema che nel chiedere aiuto.
Nel cercare di capire le cause che scatenino l’insorgere della vigoressia il Dottore individua una multifattorialità, ossia una combinazione di elementi legati sia alla predisposizione di un singolo soggetto che all’ambiente esterno in cui è inserito.
Da un lato possiamo trovare fattori individuali e psicologici, in quanto questo disturbo “spesso interessa individui con tratti perfezionistici, fragilità narcisistiche o storie di svalutazione corporea, bullismo o esperienze di esclusione. Il corpo ipermuscoloso diventa una sorta di armatura psicologica, una risposta difensiva a un senso di inadeguatezza profondo”.

Dall’altro quelli culturali e sociali: “viviamo in un contesto che enfatizza la performance, la visibilità e l’estetica come criteri principali di valore personale. In questo scenario, il corpo diventa un progetto da ottimizzare, un oggetto da esibire e misurare”.
A dare man forte poi arrivano i social media che “normalizzano modelli corporei estremi e trasformano l’eccezione in standard”, senza contare che la prolungata e ripetuta visione di questo tipo immagini idealizzate “alimenta il confronto sociale, rafforza la distorsione percettiva e accelera l’evoluzione del disturbo”.
Una volta riconosciuta e diagnosticata questa patologia, la si affronta unendo sia un intervento psicoterapeutico che uno nutrizionale: il primo “è centrale e mira a rielaborare il rapporto con l’immagine corporea, l’autostima e i nuclei identitari profondi. È fondamentale lavorare sul significato simbolico attribuito al corpo e alla muscolatura, aiutando il paziente a riconoscere e tollerare la vulnerabilità”, mentre il secondo “deve essere non prescrittivo e non punitivo, orientato alla flessibilità e al recupero di un rapporto funzionale con il cibo”. Nei casi più complessi può essere indicata una valutazione psichiatrica, soprattutto in presenza di comorbidità ansiose, depressive o di abuso di sostanze.
Questo tipo di disturbo rappresenta al meglio la società in cui viviamo e la sua dualità, dove essere e apparire non potrebbero che essere più lontani: “una forma contemporanea di sofferenza psichica in cui il disagio si esprime attraverso un corpo apparentemente forte e vincente”.
Leggi qui altro su Health







