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Fabrizio Colica – La verità ci rende liberi

Fabrizio Colica – La verità ci rende liberi

Alessandro Nava
Fabrizio Colica

Quando è terminata l’intervista a Fabrizio Colica, attore, sceneggiatore e comico, assieme al fratello Claudio, del duo “Le Coliche”, mi sono sentito pervaso da una sensazione di energia davvero molto intensa. Ho riconosciuto le qualità proprie di chi ha saputo misurarsi con se stesso e non ha avuto timore di andare oltre il già stabilito anche grazie ad una profonda Fede.

Ci tenevo molto ad intervistarlo non solo perché l’apprezzo come artista ma anche perché sarà uno dei conduttori del Gay Pride di Milano e la sua bellissima storia d’amore con Giacomo Visconti (suo marito dal 2021 ndr) è una significativa testimonianza di quanto sia importante costruire un mondo in cui non vi siano ostacoli all’essere se stessi e ciascuno possa vivere il diritto ad amare e ad essere amato.

Fabrizio Colica

Sei fra i conduttori della serata finale del Gay Pride. Che valore ha il Gay Pride oggi e cosa significa per te esserne una voce?

E’ un grande occasione, sia come professionista che come persona. Devo ammettere di essere stato uno di quelli che si chiedeva quanto fosse utile il Pride nel 2024. Invece mi sbagliavo. Non mi rendevo conto di quanto fossi privilegiato proprio grazie a quelle manifestazioni che ogni anno puntualmente ci ricordano di essere liberi, soprattutto in questi ultimi anni. Ho realizzato che chi è al governo è lì per una scelta dei cittadini, cavalcando l’onda dell’odio, dell’omofobia e del pregiudizio. Dobbiamo tenere ben alta la guardia. Per sempre.

E’ una sorta di battesimo di fuoco quindi.

Esatto, un battesimo di fuoco sul palco. Sono stato molto contento quando mi è stato proposto perché quest’anno mi dicevo essere davvero necessario il Pride e viverlo per la prima volta con una tale responsabilità mi emoziona.

Fabrizio Colica 4

Parlando di “coming out”, il tuo è avvenuto qualche anno fa, mi piacerebbe sapere cosa c’era prima di quel momento, chi eri? 

Eh …(sospira). Ero un ragazzo della Roma bene, nato fra pochi spunti progressisti, cresciuto in una famiglia medio-borghese col papà avvocato, una mamma che ci è stata sempre molto vicina e che non ci ha fatto mai mancare nulla. I punti di riferimento erano però quelli di una società conservatrice di una Roma Nord, molto distante da manifestazioni come il Pride o idee alternative a quelle più tradizionali. Sono cresciuto sapendo che la mia strada era già programmata, avrei dovuto fare anche io l’avvocato, mi sarei dovuto sposare con una donna, senza ricevere però nessun tipo di pressioni da parte dei miei genitori.

Nessuna pressione ma immagino determinate aspettative…

Esatto, c’erano delle aspettative anche perché io non ho avuto il coraggio da giovanissimo di esprimere i miei dubbi o il mio dissenso, ho tenuto dentro tutto fino a quando è finita la storia con la ragazza con cui stavo da cinque anni e di cui ero sinceramente innamorato. É stata la prima relazione seria della mia vita ma quando è finita, ad un certo punto sono riaffiorati tutti i dubbi che avevo in adolescenza.

E con essi la necessità di comprendere meglio chi fossi?

Sì, sentivo di non voler cominciare daccapo con una donna, gli amici mi dicevano di uscire, mi presentavano altre ragazze ma nessuna mi corrispondeva e ho cominciato a dare un peso a quel senso di attrazione nei confronti degli uomini che ho avuto in adolescenza e che però avevo cercato di tenere sopito e a cui non avevo mai dato spazio. Venivo da un periodo professionalmente soddisfacente, ero andato da poco a vivere fuori casa, avevo messo tutti i tasselli al proprio posto. Mancava solo la persona con cui condividere la mia vita, che in quel periodo era molto bella. Mi sentivo incompleto però, sentivo di non aver amato a trecentosessanta gradi, di non aver trovato la persona giusta. Per come sono io, ovvero un monogamo e passionale incallito avevo proprio bisogno di condividere sinceramente, anche in maniera viscerale, la vita con qualcuno.

Ed è arrivato….

Sì, dopo l’esperienza di Pechino Express nel 2018, ho ricevuto un messaggio in Direct su Instagram da parte di un ragazzo, Giacomo. All’epoca ne ricevevo moltissimi perché il programma dava molta esposizione e mi ha permesso di avere una certa popolarità. Tra i tanti ricevuti c’era appunto questo che recitava: “Sei pura poesia”. Ricordo d’essermi sciolto e d’aver iniziato a parlare con questa persona di cui però non vedevo molto perché aveva il profilo privato.

Sono state le parole quindi ad averti attratto prima di tutto?

Sì esatto, non a caso lui è un professore di Lettere (sorride), abbiamo iniziato a parlare di letteratura, di poesia e la cosa mi piaceva tantissimo.

E’ stato praticamente un colpo di fulmine letterario!

Sì, inaspettato ma profondamente desiderato. In quel periodo lavoravo a Milano con mio fratello e la Gialappa’s e facevamo spesso la spola tra Roma e Milano. Ad un certo punto tornando da Milano a Roma, all’altezza di Bologna, mi alzo dal mio posto e mi avvio per scendere dal treno. Mio fratello mi fa: “Ndò vai? Che vai a fare a Bologna?” ed io gli rispondo: “Vado a conoscere una persona” (lui sapeva che mi stavo “esplorando” da quel punto di vista). M’incalza chiedendomi chi fosse, che tipo di persona fosse e mi limito a dire che era un professore. Lui era preoccupatissimo perché pensava potessi finire nelle mani di qualche “rattuso” e invece stavo andando a conoscere un mio coetaneo, bellissimo e dolce e che mi rende felice (sorride).

Quindi quella è stata la prima volta che vi siete effettivamente incontrati?

Sì e da lì non abbiamo mai smesso di sentirci, non è passato un giorno in cui non ci siamo sentiti o scritti cose belle. Per quattro anni ci siamo frequentati “a distanza” ma non era mai una distanza. Abbiamo fatto di tutto per vederci il più possibile. Anche i lockdown abbiamo voluto passarli assieme a Roma poiché lui facendo il docente, era in DAD. Siamo riusciti a coltivare una relazione che tutt’ora cerchiamo di nutrire nel modo più autentico e profondo possibile. Anche se non è facile.

Fabrizio Colica

Bè non è affatto facile gestire una relazione di qualunque natura sia e i casi di cronaca ogni giorno ce lo ricordano. Rimane fondamentale il diritto di ciascuno a vivere il privilegio dell’amore con tutte le difficoltà che la costruzione dello stesso comporta. E’ importante combattere per questi diritti senza mai darli per scontati.

Assolutamente sì. La cosa che dico sempre io è che non siamo abituati ad ascoltare la nostra vocazione in ogni ambito, che non è soltanto spirituale o professionale ma è anche nel rapporto con la propria intimità, sessualità e capacità relazionale. Io sento di avere una vocazione alla relazione di coppia, spesso però si proiettano sugli altri i propri desideri e quindi ci si aspetta da un figlio che abbia una moglie, si sposi, abbia dei figli. Ma se tutti ascoltassimo un pò di più la propria attitudine e rispettassimo anche quella degli altri non ci andremmo ad incastrare in schemi sociali che provocano sofferenza e spesso violenza.

Sei in coppia professionalmente con tuo fratello, sei in coppia nella vita con Giacomo, è vero che essere la metà di qualcosa rende forti il doppio?

Hai proprio colto un tema che stavo affrontando ieri a cena con degli amici. Nella mia vita privata e in quella professionale ho sempre avuto bisogno di avere qualcuno con cui mettere nero su bianco dei progetti, creare qualcosa, la mia carriera con “Le Coliche” e la mia unione con Giacomo l’attestano. Negli anni scorsi però ho voluto sperimentarmi come professionista da solo e ho scritto uno spettacolo teatrale, “Arancione”,  con cui sono andato in scena in Primavera a Roma. Ha ricevuto un grande apprezzamento, è stato proprio divertente farlo. Conto di ritornare in teatro l’anno prossimo.

E ti sei cimentato oltretutto in più aspetti, la scrittura, la regia e l’interpretazione.

Sì, l’ho scritto interamente da solo e l’ho diretto, e ciò che ho potuto comprendere subito dopo, analizzando quali fossero gli elementi che ne avevano fatto un successo ho capito d’aver scelto le persone giuste con cui metterlo in scena. Mi sono arrivati complimenti come regista, però in realtà non ho fatto nulla, ho semplicemente scelto le persone giuste con cui portare in scena questo spettacolo.

Bè non mi sembra proprio nulla…

E’ l’ennesima volta in cui ho scelto le persone giuste con cui portare a termine un progetto e grazie a questo ho capito che la mia vocazione è nel dialogo e non nel monologo, è nel gruppo non nell’individualità.

Parlando della tua carriera artistica, del rapporto con tuo fratello e del grande successo de “Le Coliche”, possiamo dire che tutto comincia nella vostra infanzia. Fin da bambini s’era già percepito il vostro essere artisti, è così?

Sì, noi chiaramente lo abbiamo sempre vissuto come un gioco però di fatto era così, facevamo intrattenimento per noi, per gli amici, per la famiglia. Io ricordo questi momenti in casa in cui uno dei due doveva andare in bagno a fare la cosa lunga (sorride) e diceva all’altro: “Mi fai lo spettacolo?”, quindi lasciavamo la porta del bagno aperta e l’altro intratteneva la persona sulla tazza del gabinetto con degli spettacolini. Questo era il nostro modo di passare il tempo, anche quando eravamo in bagno (ride). Poi quando eravamo ragazzini nostro padre aveva una videocamera amatoriale e per noi è stato l’inizio della “carriera”. Mettevamo in scena qualsiasi cosa con quella telecamera e, a fine estate, montavamo i filmati realizzando sketch e cortometraggi.

Ti ritieni un uomo fortunato?

Sì, mi ritengo fortunato per diverse ragioni, a partire dal luogo geografico per finire all’epoca in cui sono nato. Ogni tanto mi viene da dire quando ascolto la musica del passato, che ne so degli anni Cinquanta, Sessanta, che mi sarebbe piaciuto vivere in quel periodo. Poi però penso a cosa ne era di un omosessuale in quegli anni e dico no, forse meglio di no. Erano anni in cui gli omosessuali, o vivevano ghettizzati o andavano a riempire i seminari e c’era una grande difficoltà d’accettazione.

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Non credi che, al di là del momento fortunato e dei grandi cambiamenti nella sensibilità sociale dei nostri giorni, in realtà tutto sia così fragile e che non si possa dare mai nulla per scontato?

No infatti, motivo per cui bisogna fare ancora tanto lavoro e riempire le piazze per sensibilizzare le coscienze.

Tu sei cresciuto in una famiglia che vi ha molto amati ma, dicevi, piuttosto conservatrice. Come hanno vissuto il tuo “coming out”?

Guarda non è stato facile, perché tra di noi c’è sempre stata tanta intesa e comunicazione ma sempre nei limiti dell’ambiente di cui ti parlavo prima, la media borghesia della Roma bene. Tutto ahimè ruota intorno alle aspettative, alle sovrastrutture sociali, quando un padre si aspetta che tu segua le sue orme, nel mio caso per esempio diventare un avvocato e questo non avviene, può generarsi una sorta di delusione. Devo però dire che ad un certo punto lui stesso mi sconsigliò di pensare ad una carriera di quel tipo perché comprese che quello era un suo desiderio e non un mio, aveva visto la mia attitudine e la mia vocazione per lo spettacolo ed era egli stesso amareggiato rispetto a quello che è diventato oggigiorno il suo mestiere. Ho fatto il mio “coming out” in occasione dei preparativi per la festa di compleanno che stava organizzando mio padre. Siamo nati ad un solo giorno di distanza, io il 6 luglio e lui il 7 e abbiamo spesso festeggiato assieme. In quell’occasione io dissi loro che mi ero fidanzato con un ragazzo (Giacomo, che poi ha sposato ndr) e che sarei venuto con lui. Era quasi un anno che frequentavo Giacomo, sentivo che era l’uomo giusto e ci tenevo molto che potesse conoscere la mia famiglia. Fu un fulmine a ciel sereno per loro, come tanti genitori pensarono fosse una cosa passeggera, un capriccio, perché quando hai un’aspettativa cerchi tutte le possibilità per far sì che la tua aspettativa venga comunque realizzata. Col tempo mi confidarono poi che la maggiore difficoltà non era nell’accettare un figlio gay, quanto piuttosto nell’idea di non avere nipoti, una discendenza. L’adozione non è ancora possibile e chissà quando lo sarà, ci battiamo anche per questo d’altronde, e poi c’è mio fratello che non ne vuole proprio sapere di avere figli (ride).

E lui cosa ti ha detto?

Con mio fratello comunico tanto a livello professionale ma, come penso avvenga spesso tra fratelli, si fa più fatica a condividere un certo tipo di emozioni soprattutto nella sfera sentimentale. Ad ogni modo è sempre stato dalla mia, fin dall’inizio.

Con chi condividerai il palco questa sera?

Ci sarà Paola Kaze, un’attrice e cantante fenomenale, l’ho conosciuta da fan seguendo “Call my Agent” nella versione italiana. Ci conosceremo di fatto sul palco ma ci siamo molto preparati a distanza, condurremo la parte serale che va dalle 21,30 alle 2 di notte e ci saranno tantissimi ospiti, Orietta Berti, Big Mama, Gaia, Ricchi e Poveri, Gianmaria e tanti altri. 

So che sei molto credente e anche questo ci accomuna. Sembra che ciò vada in contrasto con le convinzioni di qualcuno, eppure non dovrebbe essere così. Chi conosce il significato profondo e la forza che dona la Fede va ben oltre ogni limite dell’essere umano. Qual è il tuo rapporto con Dio?

E’ un rapporto che metto costantemente in discussione e in crisi, un po’ come si fa nella coppia. Dialogo molto con Dio, mi faccio tanto domande, anche perché la mia condizione non è semplicemente quella di colui che crede in un’energia superiore, io sono proprio Cristiano Cattolico e praticante. Spesso mi domando perché partecipo alla Messa, perché faccio parte di una comunità che rema contro la mia Natura. La risposta me la do attraverso la vita di tutti i giorni, nelle persone che incontro, nelle esperienze che vivo, nel senso di gratitudine per ciò che ricevo. Sento che la vita è un dono davvero prezioso e non mi sembra sia sufficiente vivere la Messa alla domenica per ringraziare abbastanza. La preghiera è uno strumento di contemplazione potente, non posso farne a meno.

D’altronde più che pregare per chiedere, o addirittura pretendere, bisognerebbe pregare per ascoltare.

Esatto, non siamo mai abbastanza in ascolto, ci frastorniamo con ogni sorta di riempitivo che però il più delle volte genera malessere.

Siamo una società sempre più connessa eppure sempre più smarrita, concordi?

E’ vero, o si è particolarmente egoisti e concentrati su se stessi oppure completamente smarriti e ci appoggiamo su cose che non hanno certo la solidità che può avere un percorso spirituale. Però sto scoprendo ogni giorno di più quante persone della comunità LGBTQIA+ hanno una profonda Fede. Quindi è ora che la Chiesa smetta di fare finta di niente o peggio ancora di insultarci, come sta succedendo ultimamente. Noi esistiamo e vorremmo confessare peccati come tutti gli altri, non quelli di amare una persona sbagliata.

Quale credi sia il messaggio più importante compreso finora?

Guarda ti racconto questo, nel periodo di confusione in cui cercavo risposte riguardo la mia sessualità, più pregavo, più meditavo, più ricevevo risposte dal Vangelo eppure sentivo a volte un disagio. Ricordo d’essere entrato per l’ennesima volta in Chiesa chiedendomi cosa ci stessi facendo e ripromettendomi di non metterci più piede. Quel giorno il Vangelo di Giovanni diceva “La verità ci rende liberi” e in quell’occasione, durante quell’omelia accadde qualcosa, compresi quanto Cristo fosse “Queer,” quanto spingesse ognuno di noi alla ricerca della verità, della libertà e del rispetto verso se stessi e verso gli altri. E ho fatto mio il comandamento più importante: “Ama il tuo prossimo“.

Ph. Riccardo Riande

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