Fabiana Udenio – Non ho mai smesso di credere nel mio sogno
È mattina presto a Los Angeles quando chiamo Fabiana Udenio, tornata sullo schermo accanto ad Arnold Schwarzenegger nella seconda stagione di “Fubar“, la serie targata Netflix. Tengo molto a questa intervista: la vita di Fabiana è così ricca e appassionata che potrebbe essere, a sua volta, il soggetto perfetto per una serie. Una storia vissuta intensamente, guidata da un sogno che non l’ha mai abbandonata: quello della recitazione.
Ci sono carriere che non cercano il clamore, eppure brillano. Percorsi che si piegano alle svolte della vita senza mai spezzarsi. Storie dove la determinazione resta salda nel tempo, e il talento viene riconosciuto da chi conta davvero. E poi ci sono persone che raccontano tutto questo con grazia e misura – senza cercare l’applauso, ma ispirando naturalmente.
Fabiana Udenio è una di quelle. Ha attraversato decenni di carriera con autenticità e passione. Dall’Italia all’America, dal teatro con Strehler al grande schermo, dalle soap alle sit-com, dalla tv ai ruoli drammatici: ogni fase del suo cammino è stata un gesto d’amore verso la recitazione e verso la vita stessa.
La sua è una presenza che non ha mai cercato d’ imporsi, ma che ha saputo restare, evolvere, diventare sostanza. Una madre, un’attrice, una donna che ha affrontato prove difficili senza mai cedere alla tentazione di mollare e che oggi guarda al futuro con sguardo limpido, consapevole, grato e curioso.
Questa intervista è un invito alla tenacia elegante, al rispetto per i propri ritmi, i propri sogni e per ciò che ci definisce davvero. È la testimonianza che esiste un modo per restare interi anche mentre tutto cambia.
E che, a volte, basta restare fedeli a se stessi e credere nel proprio sogno per arrivare esattamente dove si è destinati ad essere.

Fabiana Udenio oggi: consapevolezza, gratitudine e futuro
Fabiana, buongiorno! Che ore sono lì?
Buongiorno Alessandro! Molto presto… sono le 7:30.
Sei mattiniera?
Assolutamente no! (Ride di gusto, ndr) Se posso scegliere, preferisco la notte. Sono nata in Argentina, cresciuta in Italia… mi piacciono le ore notturne.
Allora apprezzo particolarmente!
Mi sono comunque svegliata con piacere, tra l’altro, proprio poco fa, prima della tua chiamata, stavo dando un’occhiata al vostro sito. Che bello, fate dei servizi stupendi.
Grazie davvero! C’impegnano a raccontare storie e personalità che siano d’ispirazione, di veri sognatori. Tu in che momento sei della tua vita? Come stai vivendo il presente?
Pienamente. Mi sento un po’ “viziata” dalla bellissima esperienza vissuta con Fubar. È stata speciale sotto molti punti di vista: il ruolo, il set a Toronto, la sintonia con il cast – a cominciare da Arnold (Schwarzenegger ndr). Ci siamo tutti trovati bene, c’era un dialogo aperto con i produttori, cosa rara in televisione. Mi sentivo ascoltata, libera. Ora mi auguro si aprano nuove porte, progetti di pari valore o, perché no, ancora più stimolanti. Amo lavorare negli Stati Uniti, ma anche l’Italia resta nel mio cuore. Mio figlio, poi, l’adora.


Il tuo è un percorso cominciato da giovanissima. Era il tuo sogno di bambina recitare?
Sì, assolutamente! Proprio mio, senza nessuna influenza familiare. Era qualcosa che sentivo dentro: mia sorella mi racconta che, fin da piccola, imitavo le pubblicità in TV (sorride).
Gli inizi sul palco con Strehler e il sogno americano
Le tue prime esperienze nel mondo dello spettacolo sono arrivate presto e in modo sorprendente: dal teatro con Strehler al debutto televisivo come annunciatrice su Rai Tre. Che impatto ha avuto ritrovarsi così giovane davanti ad un gigante del teatro? E come vivevi, da adolescente, una popolarità così improvvisa e inusuale?
Mi sentivo guidata da una passione fortissima ed una grande ambizione. Avevo già cominciato a recitare in un piccolo teatro a Roma, il San Genesio, dietro la Rai. Ho adorato da subito recitare. Chiaramente quando sono stata scelta da Strehler, è stato come vivere un sogno: lui era magnetico, ricco di fascino e carisma. Assistere alle sue prove era già un privilegio, un sogno per tanti attori e registi. Io personalmente sognavo di interpretare Giulietta, diretta da lui. Amavo far parte di quel mondo, di quella creatività.
Eri molto giovane, a quell’età non sempre si ha la consapevolezza del valore di ciò che si sta vivendo, non trovi?
È vero, ma penso di averlo riconosciuto. Ero concentrata, motivata, lavoravo sodo a teatro. Andavo a scuola e poi alle prove. C’è stato un grande impegno da parte mia, ho messo da parte un’adolescenza che m’interessava molto meno rispetto a quanto non m’ interessasse il teatro e la recitazione.
In questi anni ho intervistato molte personalità, e ciò che mi affascina sempre è cercare l’origine del sogno, la sua essenza. Nel tuo caso, sembra quasi fosse una necessità. Perché recitare era il tuo sogno?
Buona domanda questa. (Ci pensa un attimo, ndr) Recitare è stato un rifugio, un’evasione positiva, ti fa vivere realtà parallele, a volte più grandi di te. E’ un grande “escape” da qualunque cosa brutta capiti nella vita. Forse sono anche stata influenzata da eventi familiari, come il divorzio dei miei genitori… avevo bisogno di un mondo mio. E il teatro lo è diventato, mi sentivo protetta, forte, e secondo me questa sensazione poi la cerchi di continuo. Ho appena visto il film “F1”, in cui Brad Pitt interpreta un pilota e parla proprio della ricerca di questa sensazione quando corre in pista e si sente di volare. Una volta che la provi, la insegui per sempre. Fin da piccola c’è sempre stata la voglia di vedere “cosa succede dopo?”, la gente mi diceva: ”No, ma non ti preoccupare, sei giovane, hai tempo!” Io invece avevo sempre voglia di mettermi alla prova, di sperimentare.
Hai vissuto in tre culture diverse: sei nata in Argentina, sei cresciuta in Italia, sei andata a vivere molto giovane negli Stati Uniti. Che identità hai costruito nel tempo? Cosa ti ha dato ciascuno di questi luoghi?
Dell’ Argentina ho molti ricordi della vita notturna, per questo forse sono rimasta nottambula (ride di gusto). I miei genitori uscivano tardi, andavano al cinema alle 10 di sera e tornavano alle 4 del mattino: la vita sociale era piena. Qui a Los Angeles è una tragedia, i ristoranti chiudono presto e io sono sempre l’ultima ad arrivare (ride); purtroppo non c’è molta vita notturna o comunque ce n’è molto poca.
Ad ogni modo dall’Argentina sono andata via presto, la mia formazione è italiana, sono cresciuta, ho studiato, ho costruito amicizie e sento di avere le radici in Italia. Ho ancora parte della famiglia di mio padre che vive a Buenos Aires e ci sono tornata anni fa con mia sorella. Passavano uno dei loro momenti politicamente instabili e ricordo che, nonostante la situazione difficile anche a causa dell’inflazione, la gente conservava questa scintilla, questa gioia di vivere. Gli argentini sono irresistibili, sia fisicamente che come spirito. C’è una combinazione del Sud America e dell’Europa che li rende speciali.
Negli Stati Uniti ho trovato il rispetto profondo per la recitazione: lì è un culto. Ogni luogo mi ha dato qualcosa, ha scolpito un pezzo di me.

Recitare come scelta di vita: la visione di Fabiana Udenio
Cosa cercavi quando sei arrivata negli USA? E cosa hai lasciato dietro?
Cercavo un altro approccio al lavoro. Avevo visto film come “Kramer contro Kramer” e “Il Cacciatore”. Quelle interpretazioni incredibili mi hanno folgorata. Volevo recitare in inglese, sentirmi parte di quel mondo. In Italia in quel periodo non si usava molto la presa diretta e venivano utilizzate attrici, più spesso modelle, anche molto belle e poi doppiate.
A volte, le scelte artistiche mi sembravano dettate da logiche diverse, poco meritocratiche, non si facevano veri e propri provini, dove potevi dimostrare il tuo potenziale. Negli Stati Uniti ho trovato una strada più chiara. Quando sono andata a Los Angeles con la tournée de “La tempesta” durante il Festival delle Olimpiadi e delle Arti per i Giochi olimpici del 1984, ho capito che sarei dovuto rimanere lì, mi trovavo più a mio agio con le “armi” che possedevo, la passione, la determinazione e la voglia di mettermi alla prova.
E come hai affrontato da attrice europea, i limiti della lingua, l’identità, il tipo d’umorismo e sensibilità americano che so essere diverso da quello italiano?
Gradualmente. Guarda, la mia — diciamo — fortuna è stata quella di essere stata scelta dall’Italia: così sono andata a New York, nell’86, con un contratto per una soap dell’ABC. Nelle soap si gira una puntata al giorno, quindi si lavora a ritmi intensi… una vera palestra, se vogliamo. Dovevo imparare molto. Ho sempre avuto una buona memoria, ma dovevo assimilare moltissime battute e, all’inizio, ero molto legata al testo scritto. Un po’ improvvisavo, ma solo fino a un certo punto: quando conosci bene la lingua riesci, se ti dimentichi una frase, a riformularla con parole tue. Io invece, all’epoca, facevo più fatica a farlo. È stato un vero allenamento, quello della soap a New York.
Ricordo che avevo circa vent’anni e frequentavo una scuola di recitazione molto ambita: l’insegnante era Warren Robertson. Frequentavo la classe professionale, quella più avanzata, perché già lavoravo, ed era piena di attori veramente incredibili. Mi sentivo quasi in colpa: molti di loro facevano i camerieri per mantenersi, mentre io avevo già la possibilità di guadagnare e vivere del mio sogno. È lì che ho imparato ad apprezzare davvero l’opportunità che mi era stata data, e ho maturato un profondo rispetto per chi percorre quella strada con fatica e sacrificio.
Guardando alla tua carriera, c’è stato un ruolo in particolare che ti ha trasformata, artisticamente o personalmente?
Ne ho avuti tanti, anche piccoli, ma preziosi. Per quanto riguarda la commedia, ho lavorato in molte sit-com, ed è lì che ho imparato — come dicevi tu — i tempi della comicità, il linguaggio, le dinamiche. Mi sentivo a mio agio. Forse, paradossalmente, i ruoli più belli sono quelli meno conosciuti, no? Quelli più popolari invece m’ hanno regalato una certa fama e possibilità.Recentemente, il personaggio di Tally in Fubar è stato speciale, importante, perché mi ha permesso di tornare in scena con un personaggio completo, in una serie dove, come ti dicevo, gli attori avevano più spazio per dare input. Il cast era eccezionale, e questa esperienza mi ha dato una sorta di conferma: tutto quello che avevo fatto fino a quel momento aveva un senso, l’avevo fatto bene – “It make sense” – Mi ha fatto sentire che c’era una coerenza nel mio percorso, e che avevo tutte le ragioni per continuare a credere nel mio sogno.
E’ un messaggio potente, da sottolineare. Ho sempre creduto che quando si è mossi da una passione, di qualunque natura sia, si abbia un fuoco dentro capace di sostenerti sempre, soprattutto nei momenti più difficili. Quali sono stati i tuoi?
Ce ne sono stati diversi. A livello professionale alcuni momenti di stasi nella carriera ma la diagnosi di mio figlio, che è nello spettro autistico, è stata una delle prove più grandi. In quel momento ho dovuto fare una scelta: dedicarmi completamente a lui. È stata una decisione impegnativa, ma che mi ha anche dato moltissime soddisfazioni.
Ha richiesto energia, rinunce. È una sfida continua, anche ora che ha 19 anni e si è diplomato. Vive con me, ci prepariamo al futuro, insieme. Sono una madre single, il matrimonio non ha funzionato, e la mia famiglia è lontana. Ma ho trovato la forza.
Hai affrontato tutto da sola?
Con suo padre è finita quando era ancora molto piccolo. Lui è rimasto presente come figura simbolica, ma non realmente coinvolto, soprattutto dal punto di vista concreto, quotidiano. Quando sono andata via da Malibù mio figlio aveva cinque o sei anni, ed è stato un momento davvero difficile.
In quella fase, ciò che mi è mancato di più è stata la mia famiglia, che essendo in Italia, era purtroppo lontana. Per fortuna venivano a trovarmi spesso, e questo mi ha aiutata molto, ma l’assenza quotidiana della famiglia d’origine si è fatta sentire profondamente.
E’ innegabile che il rapporto madre-figlio sia qualcosa di straordinariamente potente e simbiotico per tutta la vita. C’è un pensiero che ti accompagna, oggi?
Sì, questa grande responsabilità che si sente soprattutto quando hai un figlio meno indipendente, e ti chiedi continuamente: “Cosa potrebbe succedere se un giorno non ci fossi più?” Ti senti carica di un enorme senso del dovere. Di restare in salute, mantenerti in forma, ma soprattutto restare centrati sul presente. Perché se ti lasci sopraffare dall’ansia del “che cosa farò domani”, non riesci ad andare avanti, non funziona.
Ogni parola, ogni gesto, ogni piccola conquista diventa il fulcro del momento presente. Ogni comportamento, sorriso, passo avanti è vissuto con totale presenza. E forse, se ci penso, recitare mi ha aiutato ad essere una madre coinvolta. Come se ogni volta dovessi entrare in un ruolo importante, per lui. Ad esempio, in passato, quando Adrian era piccolo, imparare a costruire frasi complete insieme, ma sempre cercando di farlo con leggerezza, con divertimento.
La vera sfida è stata mantenere viva la passione che avevo per il mio lavoro. Ho dovuto fare delle rinunce, certo, ma ho continuato a muovermi tra agenzie, ruoli, occasioni che si presentavano e che potevo cogliere perché magari si girava a Los Angeles. Ho cercato sempre di non spegnerla, anche se spesso rimaneva in secondo piano…

Adesso sei in una nuova ed entusiasmante stagione della tua vita e carriera, ne sei consapevole e grata, ma cosa senti di avere da dire ora, più di prima, in questa maturità professionale e personale? C’è qualcosa che col tempo hai capito essere importante e che magari prima trascuravi?
Forse, nel tempo, ho capito quanto sia fondamentale non dimenticare di vivere una vita piena, completa. Da ragazza ero molto concentrata sulla carriera, facevo fatica perfino a divertirmi. L’esperienza con Arnold, che è un vero maestro nel combinare impegno e divertimento, mi ha fatto capire che è altrettanto importante vivere esperienze diverse. È fondamentale restare curiosi, aperti alla vita. Continuare a sognare, ad essere positivi, senza dare troppo ascolto alle statistiche e tenere la giusta distanza, anche dai social media.
A proposito di social, mi interessa molto conoscere il tuo pensiero su questo nuovo “palcoscenico”. È ormai parte integrante del mondo dello spettacolo: tu, con oltre quarant’anni di carriera, come vivi questo mezzo?
Ti dirò, inizialmente mi sono sentita quasi obbligata a usarli, perché fanno parte del lavoro ormai. È il modo in cui si comunica, si promuove. Un esempio è proprio Arnold: è sempre presente, bravissimo nel marketing, senza imbarazzo. Da lui ho imparato a non essere troppo timida in certi aspetti. Esporsi, mostrarsi, spingere.. non è mai stato nelle mie corde. Non è una cosa che mi viene naturale. Però osservandolo ho capito che a volte non è “troppo”, anzi, magari è solo quello che serve. Lui mi ha fatto capire che non basta essere bravi, bisogna anche farlo sapere.
Detto questo, io non faccio questo mestiere per parlare di me. Quello che amo è entrare nei panni degli altri, raccontare storie che non sono mie.
Un’affermazione molto lucida e intelligente. Io penso che un attore debba mantenere un certo mistero…
Sì, anche io la vedo così. È una linea sottile, un equilibrio precario. Mi sorprende quanto questa forma di comunicazione sia potente, ma anche quanto manchi di regole. Mi affascina e mi mette a disagio allo stesso tempo, anche perché è facile diventare “addicted”. Sto ancora cercando di capire bene come muovermi in questo ambito. Mi piace vedere che ci sono attori che si possono permettere di non esserci affatto, sui social. Pensa, stavo cercando Scarlett Johansson, e non l’ho trovata. Che bello, mi sono detta: “Meno male!”.
Questo però non significa che non apprezzi chi li usa bene. Alcuni colleghi della serie in cui ho lavorato sono davvero bravi: io magari passo tre ore a pensare come fare una cosa, loro in dieci minuti la pubblicano perfetta (ride).
Se potessi parlare a una giovane attrice che inizia oggi, in questo mondo iper-connesso, quali consigli le daresti?
Le direi di restare focalizzata sulle cose che contano davvero: il proprio lavoro, la crescita personale, l’esperienza di vita, lo studio. È fondamentale rimanere legati alle vere motivazioni che ci spingono a fare questo mestiere. Altrimenti, si rischia di essere travolti da dinamiche che possono risultare poco salutari, che distraggono, che disorientano.
Penso a Monica Barbaro, che interpreta mia figlia in Fubar, è bravissima, e ho molto apprezzato il fatto che in certi periodi scelga di allontanarsi completamente da Instagram. L’ho rispettata moltissimo per questo. Capisco bene quanto i social possano distrarre da ciò che è davvero importante.
Naturalmente, bisogna anche sapersi promuovere: Arnold , ripeto, è un maestro anche in questo. Da lui ho imparato a farlo con più orgoglio, senza timori. Ma trovare il giusto equilibrio non è facile, soprattutto quando si è giovani. E può diventare anche pericoloso se non si hanno persone accanto che ti tengono ancorata alla realtà.
C’è mai stato un momento in cui hai pensato di lasciare tutto?
In realtà no, perché ho sempre amato e gioito del processo. Certo, ci sono momenti di frustrazione. Quando ti arriva un provino all’ultimo momento e non sei pronta, quando devi fare tutto da sola con questi self-tape, trovare il posto giusto, registrare, scaricare, inviare… La tecnologia a volte sembra remarti contro e ogni up load andato a buon fine è una gioia, una conquista (ride di gusto).
Ricordo una volta che dovevo persino scrivermelo io, il provino. Ho pensato: “Ma dai, non è possibile!”. E invece poi è venuto fuori un lavoro molto carino.
Sì, ci sono stati momenti difficili, ma mai al punto di voler mollare.
C’è un sogno professionale che non hai ancora realizzato? Un ruolo, una storia che ti piacerebbe interpretare? O magari scriverla, ci hai mai pensato?
Vorrei tanto saperlo fare. Però non sono brava a parlare di me, e infatti non amo molto nemmeno l’idea di scrivere autobiografie. Ci sarebbero tante cose da raccontare, cose belle e anche tante vicissitudini… non so, a meno che non lo faccia qualcun altro per me. C’ erano dei registi con i quali ho sognato per molto tempo di lavorare, Woody Allen, Scorsese, Bertolucci. Oggi ci sono altri registi molto interessanti, chissà… (sorride).
E l’Italia? È nei tuoi progetti futuri? Ti piacerebbe tornare a lavorare qui?
Sì, moltissimo. È da tanto che non recito in italiano, quindi sarebbe bello tirare fuori dei colori forse diversi, no?
In più, mio figlio ama profondamente l’Italia. Se tornassi per lavoro, lui ne sarebbe felicissimo.
Io sono cresciuta a Roma, ho frequentato il liceo linguistico internazionale. Lì vivono ancora mia madre e mia sorella, così come molti amici.

Hai parlato di vicissitudini accadute. C’è un episodio particolarmente doloroso che, col tempo, sei riuscita ad affrontare e superare?
Ho vissuto una storia che mi ha segnata profondamente. Un fidanzato è stato ucciso mentre ero al telefono con lui.
Era il Memorial Day, i negozi erano chiusi. Lui era comunque andato nel suo show-room di mobili antichi su Melrose dopo avermi accompagnato a casa. Io l’ho chiamato perché avevo dimenticato la giacca nella sua macchina. Durante la telefonata ho sentito un rumore forte… sembrava una saracinesca, poi ho capito che era uno sparo. Non mi rispondeva più. Ho provato a richiamarlo, ma niente.
Ci ho messo diversi minuti prima di realizzare cosa fosse successo, poi ho chiamato il 911 e sono corsa lì in macchina. Quando sono arrivata, c’era già la polizia.
È stato scioccante. Non si è mai capito cosa fosse accaduto. Lui era francese. Forse uno scambio di persona.
Quel dolore è stato devastante, capii quanto nella vita si possa soffrire all’improvviso e pensare di non riuscire più ad essere la stessa persona. Ricordo che piangevo dalla mattina alla sera e dicevo: “Non ce la farò mai più a recitare”. Ecco lì ho pensato davvero di smettere.
Ma poi, ancora una volta, è stata proprio la recitazione a salvarmi. È arrivata una serie, mi sono buttata a capofitto nel lavoro e ho voltato pagina.
C’è un qualcosa che hai faticato ad accettare di te e con cui poi hai fatto pace?
Sì, guardarsi e accettarsi. Noi attori siamo spesso molto duri con noi stessi, soprattutto se si ha un animo sensibile.
Col tempo sono diventata più indulgente. Riguardando certi lavori di anni fa, mi dico: “Ma non era male!”.
Certo, c’è sempre il desiderio di migliorarsi, ma ora non mi torturo più nella ricerca di una qualche “perfezione”.
E il passare del tempo? Lo vivi come un alleato, o come un nemico?
Cerco di non pensarci troppo. Mi concentro sul presente. A volte mi sorprendo guardando i miei amici del liceo, li trovo tutti così grandi, e mi accorgo che anch’io sono cresciuta (ride).
Sono stata sempre la più piccola nel gruppo, e forse ho mantenuto quel senso interiore di giovinezza. Mi sento ancora così dentro. Per fortuna c’era Arnold che è più grande di me, perché certamente non ero la più giovane (ride).
Ma anche ora, sul set, con colleghi di 30 o 40 anni, non sento un grande distacco, mi sento sempre molto giovane dentro. E comunque è un bene crescere.
Soprattutto se si è vissuto pienamente le fasi della vita.
Sì, esattamente. Se c’è un qualcosa che credo mi abbia tenuta curiosa e felice della mia vita è stato quello di gioire anche dei ruoli minori, di apprezzare il privilegio di fare il mestiere che amo. Negli anni ho visto tanta gente di talento restare una vita in attesa di una buona occasione.
Io parlo spesso di quanto sia difficile dare forma ai propri sogni al netto del talento.
Vero, non sempre si ottengono i risultati sperati e questo genera molta frustrazione e sofferenza. Questa consapevolezza, maturata presto anche grazie al teatro, ha fatto sì che avessi sempre un gran rispetto per il lavoro, per ogni occasione.
C’è un sassolino dalla scarpa che vorresti toglierti, una situazione nella quale non sei stata valorizzata come credevi fosse giusto e invece il tempo ti ha dato ragione?
In Italia c’è stata a volte questa dinamica. Ricordo che nonostante facessi una soap americana famosa “Una vita da vivere”, quando a venire in Italia erano gli attori americani di “Beautiful” tutti erano pronti ad osannarli, con noi italiani si era invece sempre pronti a minimizzare.
Però credo che oggi in Italia ci sia maggiore apertura, più curiosità e ricerca e sicuramente tanto talento.
Chiaro che il talento dovrebbe essere un elemento imprenscindibile ma sappiamo che spesso dietro un certo tipo di popolarità c’è un’intera macchina che lavora.
Eh sì, questo l’ho imparato col tempo. Avendo cominciato col teatro ho creduto per molto tempo che bastasse l’impegno, i risultati del lavoro. Oggi so che è fondamentale saper costruire una corretta narrativa e continuare ad essere grati per ciò che si ha possibilità di fare.
Cosa farai oggi, subito dopo la nostra intervista?
Ho un appuntamento dal dottore e poi andrò a fare yoga. Mi piace molto, mi fa stare bene, vengo dal mondo della danza, ho bisogno di muovermi. Non mi piace molto correre o fare pesi, ma lo yoga, il Power Yoga è, subito dopo la recitazione, ciò che mi fa stare meglio.
Ph. Kevin Sinclair
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