Armonie d’isola: portento e contemporaneità nella musica siciliana – Joe Schittino e Domenico Famà
Isola di luce e di memorie millenarie, la Sicilia si erge come culla feconda di talenti illustri, ove il genio sembra germogliare con naturale immediatezza tra i suoi paesaggi intrisi di storia e meraviglia. E, di secolo in secolo, essa non ha mai cessato di elargire al mondo menti eccelse e spiriti radiosi; né il tempo ha attenuato il prodigio, visto che ancora oggi salutiamo, con ammirato entusiasmo, l’emergere di nuovi talenti, penetranti e perentori, degni eredi di una sì gloriosa consuetudine.
In questo solco fertile si inscrivono attualmente le traiettorie del siracusano Joe Schittino, compositore dalla scrittura raffinata e inquieta, e del giovane catanese Domenico Famà, direttore d’orchestra di lucida visione e rigorosa quanto empatica capacità interpretativa: due figure che, pur nella diversità dei ruoli, testimoniano come la vocazione musicale dell’isola continui a rinnovarsi con sorprendente vitalità. È proprio in questa disciplina – forse più che in altre espressioni – che tale retaggio si manifesta con particolare evidenza, trovando in maestri come loro una voce moderna, ma consapevole e profondamente radicata in una tradizione tanto nobile quanto esigente.


Nel cuore della scena etnea si festeggia così l’incontro di questi due virtuosi: è infatti recentissima (dal 13 al 15 marzo scorsi) una loro efficace collaborazione al Sangiorgi di Catania dove è andata in scena, in prima assoluta, l’opera da camera “Le nozze dell’orso”, con l’orchestra dell’Ente Lirico catanese diretta appunto da Domenico Famà, su partitura di Joe Schittino e agile, acuto libretto di Alessandro Idonea. Commissionata dal Teatro Massimo Bellini, l’opera germinata (risignificandoli con affilata maestria) dagli atti unici “Una domanda di matrimonio” e “L’orso” di Anton Čechov assume in tale evoluzione ulteriori forme e inedite suggestioni d’ispirazione contemporanea. Sul palcoscenico, gli spunti cechoviani si animano tra sottile ironia e pathos inaspettato, trasformando ogni nota, ogni azione, ogni silenzio in un arazzo emotivo di confidente umanità. Un’esperienza scenica versatile e arguta in un insieme che rivela equilibrio tra leggerezza e segrete altezze, sarcasmo e malinconia, orgoglio e solitudine, malintesi ed empiti d’amore. Il tutto sorretto da fraseggi musicali dimensionati su un piano di sentita intimità.

Joe Schittino, fedele alla sua cifra creativa, ha per l’occasione tessuto pagine di impegnativa complessità, un intreccio sonoro che sembra respirare; quasi un organismo in perenne mutazione. Le cadenze scorrono in un flusso di dinamiche e battute dentro un funambolico, spregiudicato cambio di passo, dove la velocità varia reiteratamente/transitoriamente, le note si muovono come correnti fluviali, ora rapide, incalzanti e stizzite, ora quiete, mansuete e concilianti, seguendo un ritmo volubile che sfugge a qualsiasi schema prevedibile e che respinge qualsiasi eco di monotonia. Ogni accelerazione, ogni rallentamento, ogni svolta armonica, ogni campitura struggente, ogni dissonanza diventa linguaggio narrativo in grado di trasmettere emozioni con la delicatezza di un sussurro o la potenza di un grido, con l’indulgenza di un sentimento positivo o la causticità di un conflitto. L’orditura stessa della musica, le sue linee si auto stimolano e ciò che sembra instabile o frammentato si rivela invece un sofisticato viluppo di tensioni e sospensioni, in cui la sollecitazione non è solo tecnica e innovazione, bensì afflato, pulsazione intrinseca.

Guidare orchestra e cantanti lirici in questo panorama di note diventa dunque un atto quasi filosofico, di più, metafisico: il direttore non esercita semplicemente il controllo, lo oltrepassa; dialoga con segmenti e sequenze, ne intercetta le evoluzioni, ne sostiene le fughe, ne condivide gli slanci improvvisi e le astrazioni. Interpretare tanta partitura è prova di padronanza ed eccellenza perché governare un simile universo sonoro, meticoloso e multiforme, richiede attenzione assoluta, ricettività e capacità di affrancare ciascuna sfumatura senza mai spegnerne la forza generatrice. Doti che contraddistinguono ampiamente Domenico Famà, la cui direzione assurge a percepibile colloquio con l’opera medesima. Ogni gesto della sua bacchetta diviene scelta intellettuale, morale e poetica: tradurre, nel caso specifico, la vigoria, anche spirituale, di Schittino in materia strumentale significa compensare assetto e libertà, puntualità e folgorazioni, regola e spontaneità. La filarmonica, sotto la sua conduzione, non esegue: sussiste, palpita, si espande nello spazio permutando in appendice trascendente. Mentre l’ascoltatore, involontariamente competente per magia di bellezza, assorbe e beneficia: è arte – impermanente, sublime, salvifica – che avvolge e seduce con pienezza totale.

Chi sono Joe Schittino e Domenico Famà
Entrambi personalità di spicco mondiale, annoverano prestazioni e successi. Sinteticamente:
● Joe Schittino è autore di numerose opere liriche, musica da camera e lavori sinfonico-corali eseguiti in prestigiosi teatri e festival italiani ed esteri. Pubblica in esclusiva con Friedrich Hofmeister Musikverlang, la storica casa di Lipsia.

● Domenico Famà è direttore d’orchestra, compositore e chitarrista classico. Nel 2020 fonda a Catania l’Orchestra da camera Orfeo assumendone la direzione artistica. È rappresentato da diverse etichette discografiche internazionali e vanta una notevole carriera concertistica.








