Langhe Insolite: un viaggio dove il vino racconta, la cucina incanta e l’anima si riconcilia
Ci sono luoghi in cui il tempo sembra dilatarsi, come se volesse regalarci il privilegio di restare un po’ di più. Le Langhe, in quell’inizio d’estate che sa già di vendemmia lontana, sono uno di questi. Colline disegnate da mani pazienti, borghi che sanno parlare in silenzio, e poi il vino — onnipresente, autorevole, quasi impertinente nella sua aristocratica bellezza.
Quando ho ricevuto l’invito per partecipare a Langhe Insolite, tour esclusivo tra vino, arte e cucina d’autore, sponsorizzato da Albeisa, ho detto sì con la curiosità della giornalista e la fame – quella vera – di bellezza e verità.
Il benvenuto? In bottiglia (Albeisa, ovviamente)
Tutto ha avuto inizio a Neive, tra le vigne accarezzate da un sole complice e l’accoglienza elegante di Borgese e Vinoland. Ma è ad Alba, nella sede del consorzio Albeisa, che il racconto ha trovato la sua voce. La padrona di casa, Marina Marcarino, ci ha accolti con un sorriso consapevole e una selezione di etichette che avrebbero fatto cedere anche il più testardo degli astemi.
Non è solo una bottiglia, quella di Albeisa: è una dichiarazione d’identità. Nata nel Settecento per proteggere l’origine del vino albese, oggi è il vessillo di una comunità di produttori che crede nel valore della terra, nel ritmo lento della vendemmia, nella parola data. E nel bicchiere, si sente.

Tracce di tartufo e profumi d’autore
Il giorno seguente, ci siamo messi letteralmente in cerca. Di tartufi, sì, ma anche di emozioni. E ne abbiamo trovate. Nei boschi, nella Collezione Grinzane Cavour, nel piccolo miracolo sostenibile delle macchinine elettriche a La Morra, fino alla poesia sospesa tra le nuvole di Barolo. Un tempo per ascoltare il paesaggio, con un calice in mano e i sensi spalancati.

Campamac: la cucina che sa di verità
E poi è arrivata la cena al Ristorante Campamac, a Barbaresco. Un tempio moderno del gusto dove il legno incontra il design, e i sapori parlano una lingua primitiva e raffinata. Lo chef Maurilio Garola ci ha guidati in un percorso di intensità e riconoscibilità, dove ogni piatto è costruito intorno alla materia prima, non al capriccio del cuoco. Il nome “Campamac”, in dialetto piemontese, significa “datti una mossa”: un invito energico e affettuoso, tipico di chi ha le radici nella terra ma lo sguardo avanti.
E in effetti, tutto qui si muove con un ritmo vitale: la cucina, il servizio, il vino che scorre come un racconto acceso. Nel calice, ancora una volta, Albeisa: Barbaresco, Nebbiolo, Dolcetto. Vini che non accompagnano, ma dialogano con il piatto, lo provocano, lo esaltano. E lo raccontano, meglio di quanto potremmo fare noi.
Campamac, in piemontese, significa “Vai avanti, mettine ancora, dacci dentro”
Maurilio Garola

Marc Lanteri: lo chef che ti lascia toccare i suoi coltelli
L’esperienza più intima e forse più poetica è stata quella con Marc Lanteri, chef stellato, anima sensibile e generosa che ci ha accolti nella sua cucina come si fa con gli amici veri: senza filtri, né cerimoniali, ma con sacralità.
Abbiamo cucinato con lui. Non per finta: coltelli, fornelli, mise en place. Ci ha mostrato i suoi gesti, spiegato il perché delle cotture, raccontato il territorio attraverso le mani. Un privilegio raro in un mondo che spesso esibisce la cucina come spettacolo, dimenticandone l’intimità artigianale.
Il pranzo, preparato con lui e da lui, è stato una sinfonia a bassa voce. E ancora, il vino: Albeisa, come presenza viva, liquida, coerente. Un sorso e sembrava che tutto trovasse posto, come in una fotografia perfettamente messa a fuoco.


Oltre l’enoturismo, un’educazione sentimentale
“Langhe Insolite” non è stato un semplice tour, ma un atto d’amore. Un’occasione per riscoprire il significato profondo di parole abusate come “territorio”, “tradizione”, “eccellenza”. Albeisa ha saputo orchestrare con eleganza e autenticità un percorso che ci ha riconciliati con il valore delle cose vere: la fatica della vigna, l’onestà di un brodo, la lentezza di un racconto fatto bene.
Ecco, se dovessi riassumere tutto in un’immagine, sarebbe quella bottiglia spigolosa e fiera che ci ha accompagnati ovunque. Perché Albeisa non è solo un vino. È una firma. È una voce. È una casa, anche per noi giornalisti in cerca di storie buone da bere.








