Il coraggio di Essere: oltre la maschera dell’apparenza
Ho sempre pensato, forse con un pizzico di nostalgia, di vivere nell’epoca sbagliata. Mi capita spesso di guardarmi intorno, travolta dalla frenesia della superficie, e di rendermi conto di avere gusti profondamente diversi rispetto alle mie coetanee e compagne di classe; ho sedici anni, vedo e percepisco la Bellezza in un modo che sembra quasi andare controcorrente.
In un mondo in cui l’immagine esteriore è diventata un’ossessione totalizzante, la spinta verso l’omologazione si fa ogni giorno più pressante.

La bellezza autentica oltre la maschera del make-up
Prendiamo come esempio il mondo del make-up, un tema centralissimo nella quotidianità di noi adolescenti. Per la maggior parte delle mie compagne, il trucco è vissuto come uno strumento di perfezionamento “absolut”, una sorta di filtro reale utilizzato per coprire quei piccoli difetti e quelle imperfezioni che, in realtà, sono assolutamente normali e fisiologiche alla nostra età.
Per me, invece, la filosofia è opposta: il trucco non dovrebbe mai essere una maschera per nascondersi, bensì un mezzo per accentuare la bellezza naturale, un modo per esaltare e celebrare quei tratti unici e caratteristici che definiscono l’identità di ciascuna persona.
Questa mia visione affonda le sue radici nel clima in cui sono nata e cresciuta. Avendo una madre truccatrice professionista e un padre fotografo, ho avuto la possibilità di osservare da vicino come si costruisce l’immagine nel mondo della moda, imparando a distinguere la finzione dalla realtà.
Nel dietro le quinte dei set fotografici, si impara presto cosa sia la bellezza autentica.
La differenza tra immagine professionale e vita quotidiana
Quando mia madre, sul set, utilizza le ciglia finte o un trucco marcato, c’è sempre un preciso senso funzionale dietro quella scelta, dettato dalle esigenze tecniche del mestiere.
La tecnologia delle fotocamere moderne e le luci di scena, infatti, fanno sì che il trucco si veda molto meno in foto o in video rispetto a come appare nella realtà. Se si applicano le ciglia finte su un set, sullo schermo il risultato finale sembrerà naturale, come se la modella avesse messo solo un velo di rimmel. Al contrario, se si applicasse soltanto il mascara, l’obiettivo fotografico andrebbe ad “appiattire” l’effetto, facendo sembrare la persona totalmente struccata. Se l’obiettivo del lavoro è, per esempio, fare la pubblicità di un rimmel, è fondamentale che il prodotto sia visibile e valorizzato al massimo.
Quando nel mondo professionale si utilizzano mezzi “esagerati”, non lo si fa per creare un effetto fake, ma per calibrare l’immagine affinché il cliente finale veda l’effetto desiderato sul prodotto. Certo, esistono contesti artistici o editoriali in cui l’esagerazione e il trucco scenico sono espressamente richiesti. Ma ciò fa parte di un contesto lavorativo e creativo ben preciso; non è qualcosa che accade tutti i giorni e, soprattutto, non dovrebbe riguardare la quotidianità di ragazze dai sedici ai diciotto anni, come me e le mie compagne di classe.

Il coraggio di essere se stessi senza paura del giudizio
Oggi, purtroppo, si tende a esasperare la bellezza naturale anche per andare a scuola o per una normale uscita pomeridiana, finendo per appiattire la propria unicità nel modo sbagliato. Perché ostinarsi a indossare ciglia finte pesantissime che trasformano lo sguardo rendendolo simile a quello di una bambola di plastica, quando si potrebbe semplicemente valorizzare lo sguardo con un buon rimmel, allungando le ciglia e mantenendo un effetto fresco e pulito? Il confine tra eleganza, finezza e ciò che oggi definiamo “tamarro” o artificiale è diventato sempre più sottile e sfumato negli ultimi tempi. Credo sia fondamentale recuperare il valore della spontaneità: la vera sfida oggi non è standardizzarsi dietro un filtro coprente, ma avere il coraggio di risplendere nella propria semplicità.

Questa riflessione sull’artificialità del quotidiano apre le porte ad un altro pensiero, che supera i confini del make-up e investe l’essenza stessa dell’essere umano. Ernst Jünger una volta disse: “Ci guadagneremmo di più a farci vedere come siamo che a cercar di apparire quel che non siamo.”
Ma come facciamo se noi stessi non sappiamo chi siamo davvero? Oggi confondere l’essere e l’apparire è facile come bere un bicchier d’acqua.

Spesso si ricerca se stessi in un’apparenza accomodante, facile, costruita ad arte affinché piaccia agli altri, e nel farlo, trascuriamo probabilmente il nostro essere e la nostra essenza profonda. L’apparenza sembra essere diventata un rifugio sicuro dalla mancata conoscenza di sé, uno scudo dietro cui nascondere le proprie fragilità. Ma sorge spontaneo chiedersi: se cercando di apparire in modo bello agli occhi degli altri finissimo per distruggere noi stessi?

La nostra mente si basa sulla memoria e sull’abitudine. Se alleniamo il nostro cervello a riconoscerci solo attraverso un filtro, solo in un certo modo alterato, poi ci si convince di essere tali. Si crea così un muro invisibile che divide l’illusione dalla realtà, un muro eretto dalla paura. Paura di non piacere, paura di non essere abbastanza, paura del giudizio altrui. E quando questo muro crolla — perché inevitabilmente crolla — la nostra mente va in tilt. Riceve segnali diversi, contrastanti, e non è più in grado di vedere quella linea di demarcazione tra verità e falsità che era sottile fin dal principio.

Perché scegliere il coraggio di essere invece di apparire
Perciò, perché affannarsi a cercare di apparire se sappiamo già che tutta questa falsa perfezione è destinata a crollare? La strada migliore è essere se stessi fin dall’inizio, senza schermi e senza maschere. Tanto, comunque vada, non piacerai mai a tutti. Troveranno sempre un difetto, un’imprecisione, un motivo per criticare. Quindi tanto vale essere se stessi fin da subito. Tanto vale essere.
Dopotutto, come ricorda Antoine de Saint-Exupéry nel suo celebre capolavoro Il Piccolo Principe: “L’essenziale è invisibile agli occhi”
Con questa frase immortale, l’autore fa capire pienamente quanto il vero io non sia percepibile tramite i sensi o la vista, bensì tramite la coscienza di sé e la profondità dell’anima. Eppure, nella società contemporanea, l’immagine sembra essere tutto. La vista esercita una parte fondamentale nel giudizio della gente. Se vediamo una cosa esteticamente perfetta, bella, proviamo l’impulso di conoscerla, di scoprirne di più. Ma raramente ci si sofferma sul significato profondo che si cela dietro quella bellezza. Niente esiste solo per essere passivamente ammirato. Ogni cosa, che sia per natura o per creazione artistica, ha come vero intento quello di trasmettere un messaggio, di scaturire un’emozione, di connettersi con l’interiorità di chi guarda.

Il coraggio di essere sé stessi come atto di libertà
Il poeta E. E. Cummings scrisse parole che risuonano come un manifesto di resistenza per la nostra generazione: “Essere nient’altro che sé stessi in un mondo che fa di tutto, giorno e notte, per farti diventare qualcun altro, vuol dire combattere la battaglia più difficile che un essere umano possa affrontare… senza smettere mai di lottare.”
Questa straordinaria riflessione mi spinge a un’ultima domanda: se ci concentriamo così ossessivamente sull’apparenza e mai sul significato intimo delle cose, non rischiamo forse di non essere più coscienti del messaggio che portiamo o che potremmo comunicare al mondo?

Proprio per questo, il mio vuole essere un invito accorato a non arrendersi all’omologazione. Io non voglio farlo. Non lasciate che il vostro fuoco interiore si spenga, non permettete che quelle preziose scintille di unicità si perdano nelle paludi del condizionamento, del dubbio e dell’incertezza. Non permettete che l’eroe che custodite nella vostra anima perisca, solitario, frustrato e privato della vita autentica che meritate ma che, per paura, non siete mai riusciti a conquistare.
Il mondo libero dalle maschere, il mondo che desiderate profondamente esiste, è reale, è pienamente possibile… ed è vostro, se solo avrete il coraggio di essere voi stessi.

Di Alessia Genasi, studentessa e appassionata di scrittura, recitazione e immagine
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